Z COME ZOLA

 

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“Una mascherata di altezze reali, nella società di costumisti e cortigiane, attori scalcagnati e uomini di spettacolo dalla bellezza corrotta”, così Zola descrive il milieu dove si muove Nana, scadente attricetta e capricciosa mantenuta, avida di lusso e di piaceri, circondata dall’ammirazione di spasimanti che non chiedono di meglio che comprarla a suon di “carrozze, diamanti e vestiti”. La sua bellezza in cambio di abiti alla moda e suppellettili pompose. Una donna che ama però più il suo corpo perfetto che gli abiti dispendiosi che lo rivestono. La moda fa persino a meno dei vestiti e può celebrare con altrettanta enfasi l’apoteosi della nudità. Conti stratosferici si accumulano presso le modiste, i calzolai, i tessutai, di cui il romanziere tiene la iperbolica contabilità; eppure, come ci dice Zola, il piacere maggiore per Nana era spogliarsi davanti allo specchio a figura intera e contemplarsi a lungo nuda, assorbita in un’estasi narcisistica di fronte al suo corpo vellutato. Certo però che quando poi si riveste, le toilette eleganti di Nana, questa dissoluta démi-mondaine, sono imitate persino dalle grandi dame parigine. È paradossale comunque che il centro tematico di Nana, circondata dalle frivolezze della moda, sia la sua nudità; e il suo atto più caratteristico non sia abbigliarsi quanto svestirsi.1


La Nana di Zola sembra appartenere all’erotismo pompier di certi coevi quadri accademici che raffigurano nudi mitologici. Come le Veneri dei pittori contemporanei, Nana stessa è una Venere kitsch rispondente al gusto “Esposizione Universale” che si tiene a Parigi nel 1967.

Cabanel, La nascita di Venere

                                                                                                         Cabanel, La nascita di Venere

Il comparatista statunitense Peter Brooks, in un articolo pubblicato sulla rivista Romantisme (1989  Volume 19  Numero 63  pp. 66-86) Le corps-récit, ou Nana enfin dévoilée  mette in relazione la scena del romanzo, dove Nana, definita “la pin-up del Secondo Impero”, appare nell’operetta La Blonde Vénus coperta solo da un velo trasparente, e le tele contemporanee dei pittori accademici Cabanel e Bouguereau, che ritraggono figure femminili discinte, già recensite da Zola stesso sulla rivista La Situation come esempi di quadri classicisti e levigati come specchi, dove le donne potevano riflettersi nelle forme stucchevoli e idealizzate dei soggetti.

Bouguereau, La toilette di Venere

                                                                                                             Bouguereau, La toilette di Venere

È significativo che committente e collezionista delle tele di Bouguereau fu qull’Aristide-Jacques Boucicaut, fondatore dei primi grandi magazzini a Parigi, quel Au Bon Marché che Zola prenderà a modello per il romanzo Au Bonheur des Dames.

Bougereau, Ritratto di Aristide Boucicaut e sua moglie

             Bouguereau, Ritratto di Aristide Boucicaut e sua moglie

Una delle invenzioni del Secondo Impero fu appunto il grande magazzino dove i borghesi potevano gratificarsi, saggiando il loro potere d’acquisto tra corsetteria, cravatte e manteau. Un grande indagatore delle dinamiche sociali come Émile Zola non potè lasciarsi sfuggire il fenomeno del nuovo consumismo portato dalla rivoluzione industriale e vi dedicò il romanzo Au Bonheur des Dames pubblicato in volume nel 1883, ormai in piena Terza Repubblica. L’intenzione era di celebrare il trionfo dell’alacrità e intraprendenza del suo secolo, nel nuovo tempio delle magnifiche sorti costituito dai grandi magazzini. Il magazzino permette alla piccola borghesia di accedere, a prezzi ragionevoli, agli articoli di lusso un tempo riservati alle classi affluenti.IKrcW5p0ap4

Il grande magazzino viene descritto come un edificio eclettico con complicati ornamenti, dorature e sculture allegoriche a srotolare un cartiglio con l’insegna: Au Bonheur des Dames. E, nelle vetrine, un profluvio di frivolezze “à bon marché” che sembra traboccare fin sulla strada con un’invasione di stole, di guarnizioni e di finte pellicce: “des pièces de lainage et de draperie, mérinos, cheviottes, molletons…des lanières de fourrure, des bandes étroites pour garnitures de robe, la cendre fine des dos de petit-gris, la neige pure des ventres de cygne, les poils de lapin de la fausse hermine et de la fauss emartre…des articles de bonneterie vendus pour rien, gants et fichus de laine tricotés, capelines, gilets, tout un étalage d’hiver, aux couleurs bariolées, chinées, rayées, avec des taches saignantes de rouge.” Le descrizioni affollate, ridondanti ed esorbitanti di cui Zola è maestro trasformano l’oggettività naturalista in un allucinato inventario di merci e di brame consumistiche.

James_Tissot, La-Demoiselle de magasin

                                                      James_Tissot, La Demoiselle de magasin

L’abito è più che mai il segno del grado sociale, e sottomettendosi agli imperativi della moda, la donna ne è la prima vittima. Il suo gusto per il lusso è il motore dell’incipiente consumismo. Come altre eroine di Zola, da Nana a Renée, protagonista di La Curée, anche M.me Marty di Au Bonheur des Dames sembra in preda a una frenesia nevrotica di shopping compulsivo, anticipando di quasi un secolo il tipo patologico della fashion victim. La moda veste i corpi ma corrompe le anime. Le commesse del grande magazzino, oltre a cercare di vendere capi di abbigliamento ai clienti, devono vendere se stesse ai capi per mantenere il proprio posto di lavoro, in una paradossale inversione, dove le merci della moda e i corpi delle donne sono oggetto di analoghe e reciproche transazioni commerciali. Nell’effervescente baraonda della clientela invasa dalla febbre degli acquisti e ingorda di moda, indumenti, cappelli e trine diventano qui veri e propri agenti del destino che imprimono drammatiche svolte alle vite dei personaggi e ne conducono parecchi alla tomba: Geneviève muore di dolore per essere stata piantata dal suo fidanzato, sedotto dalle belle e ardite commesse; Madame Baudu si lascia morire, il piccolo bottegaio Père Bourras finisce sul lastrico per l’impari concorrenza del grande magazzino, come pure Robineau, che tenta il suicidio, gettandosi sotto un tram. Zola paragona il Grande Magazzino a un tempio dedicato al culto della femminilità e della tentazione. Ma un tempio esige le sue vittime sacrificali. “Vezzosissima Dea” era chiamata la Moda da Parini. Ma la vera divinità che si venera dietro il simulacro della Moda, lo abbiamo ormai imparato, è Thanatos.

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