,

CHINALAND: PORCELLANA E ARTIGLIERIA

Cineserie e arti decorative nel Settecento.

La voga degli arredi cinesizzanti toccò l’apice durante la prima metà del XVIII secolo. Dalle porcellane di Meissen decorate da Adam Friedrich von Löwenfinck (1714-1754),

A. F. von Löwenfinck, vaso, 1745 Hetjens-Museum, Düsseldorf

A. F. von Löwenfinck, vaso, 1745 Hetjens-Museum, Düsseldorf

ai comò veneziani con disegni in pastiglia dorata, raffiguranti pagode confuciane e cinesini, come se ne ammirano in Ca’ Rezzonico.

Salone di Ca' Rezzonico a Venezia

Salone di Ca’ Rezzonico a Venezia

Da Berlino il gusto esotico si diffonde assai per tempo nelle piccole corti tedesche, non solo con bizzarri esemplari di mobilia “alla cinese”, come la scrivania dell’elettore di Baviera Max Emanuel, intarsiato di tartaruga, ottone, argento e avorio inciso a motivi cinesi, ma con intere enclavi del Celeste Impero, relegate come preziosi ostaggi nei parterre delle residenze principesche: i padiglioni cinesi di Potsdam e Dresda, che seguono la Pagodenburg, costruita nei primi decenni del Settecento a Nymphenburg da Joseph Effner per il solito Max Emanuel, dove rivestimenti e panneli alternano un indiscriminato amalgama di esotismo indo-arabo, cineserie con tanto di candelabri a foggia di dragoni, armadi in lacca giapponese e mobili in stile Reggenza.Pagodenburg_Nymphenburg_Saal-2

Due interni della Pagodenburg di Nymphenburg

Due interni della Pagodenburg di Nymphenburg

Fino a raggiungere il parossismo maniacale nel Cabinet cinese del castello di Charlottemburg, lardellato da cima a fondo di lacche, giade, avori, vasi, piatti, buddha ridotti a orpelli decorativi e tutta la chincaglieria cinese, fino alle ultime modanature del soffitto.

Berlino, Cabinet cinese del castello di Charlottenburg

Berlino, Cabinet cinese del castello di Charlottenburg

In Spagna la Cina si annida nei recessi del Palacio Real di Madrid, il cui salone Gasparini, stuccato a cineserie, finisce di celebrare le nozze tra rococò ed esotismo, già arditamente solennizzate da quel frivolo prodigio che è il salottino di porcellana, realizzato per la reggia borbonica di Portici e poi smantellato e rimontato a Capodimonte; dove gli immancabili mandarini sporgono ilari da cornici floreali.

Salottino di porcellana della regina Amalia oggi a Capodimonte

Salottino di porcellana della regina Amalia oggi a Capodimonte

Il Trianon de Porcelaine di Versailles progettato da Le Vau per il Re Sole, tutto ricoperto di maioliche blu e bianche alla cinese, attesta che la voga delle cineserie in Francia fu inspirata dai resoconti dei missionari sulle meraviglie dell’Impero dei Qing, in particolare dalle descrizioni della torre di porcellana a Nanchino di epoca Ming. Andato rapidamente in rovina, l’edificio fu abbattuto per ordine di Luigi XIV.

Resistono invece gli arazzi di Beauvais, su disegno di François Boucher, con leziose dame manciù, sotto parasoli frangiati, tra vasi, ventagli e servitori in codino, che s’adornano di fiori nei giardini di tessuto.

Un cartone di Boucher per la cosiddetta Seconde Tenture chinoise, una serie di arazzi realizzati tra il 1743 e il 1775

Un cartone di Boucher per la cosiddetta Seconde Tenture chinoise, una serie di arazzi realizzati tra il 1743 e il 1775

Intatto è anche il gabinetto cinese della reggia sabauda di Torino, su disegno di Filippo Juvarra, uno scrigno nero e oro di lacche su fondo bruno incorniciate da stucchi dorati, come nella vicina Stupinigi, dove si conservano divani con tappezzerie i cui ricami raffigurano gentildonne portate in palanchino, sotto voli multicolori di fagiani, ventole laccate in cui dignitari cinesi passeggiano in giardini rocciosi, paraventi di seta dipinta in cui filosofi taoisti meditano e damine con gli occhi a mandorla si affacciano da esili verande.  

Gabinetto cinese della reggia di Torino

Gabinetto cinese della reggia di Torino

Sala cinese nella Palazzina di Stupinigi

Sala cinese nella Palazzina di Stupinigi

Se nei parchi si innalzavano dépendance e chioschi a forma di pagoda, in Inghilterra Chippendale rimpiccioliva gli edifici fino a dimensione di mobile, intagliando vetrine e letti a baldacchino simili a templi buddhisti, come il letto monumentale di Badminton House, nel Gloucestershire, dove dormiva il duca di Beaufort.

Camera da letto di Badmington House

Camera da letto di Badminton House

Una pagoda altissima, replica di un tempio cantonese, svetta invece nei londinesi Kew Gardens, creati da Chambers in stile pseudo-cinese.

Pagoda dei Kew Gardens

Pagoda dei Kew Gardens

Non c’era angolo di Europa che non serbasse un pezzetto di Cina. Nei boudoir e nei salotti, l’aristocrazia Ancien Régime spiava le attitudini fittizie di un altro popolo che sembrava scimmiottare la loro stessa vita oziosa, trasposta e perpetuata in un ludico idillio. Un popolo che si trastulla galantemente nei chioschetti, che si inchina cerimonioso, si corteggia, discorre, mangia e veste buffi panni.

Non era nulla più che la divertente ed innocua contraffazione dell’esistenza ordinaria che le classi privilegiate conducevano in Europa; una replica rassicurante dei medesimi costumi, solo alterati in innocua bizzarria, nella loro speciosa raffinatezza, ma che tranquillizzava la coscienza occidentale, escludendo che vi fossero altre possibilità di vita, neppure alle antipodi. Almeno, dove si serbava un barlume di civiltà, che non erano qui ancora annoverati gli indiani e i selvaggi, nella cui dignità antropologica era ancora il solo Rousseau a credere.

Quale idea sformata della Cina reale queste squisite finzioni proiettassero poi nel capo degli europei lo dimostrano due pagine della letteratura del secolo seguente.

Heine in Die romantische Schule (La scuola romantica, Milano, 1927, pp. 159 sgg) prima di introdurre il suo giudizio su Brentano, evoca di passata la Cina fiabesca “patria dei dragoni alati e delle tazze da tè in porcellana”, paese così stravagante da muovere a riso i suoi stessi abitatori, nulla più che un enorme Raritäten Kabinett dove fin la natura è una “caricatura favolosa” (“fabelhafte Karikatur”).16ccbac82963180167e5ac00bf946d29

Pare che Wordsworth prediligesse tra tutti il saggio di Charles Lamb Vecchie porcellane cinesi (Nei Saggi di Elia, a cura di M. Praz, Milano, 1981) che esordisce con la descrizione dei manierati cinesini riprodotti sulle chicchere del tè. Non più che un pretesto, in verità, per le successive meditazioni autobiografiche, ma significativa apparizione di quella Cina mentale adibita a idillio fantastico che aveva resistito per secoli alle più accurate ricognizioni della Cina geografica compiute da missionari, viaggiatori e diplomatici.

“Nella visione di un paese dove mandarini dai lunghi baffi e dal sottile codino, con ricami di draghi sulle vesti, erano dei filosofi, e dove le massime di Confucio venivano discusse al riparo dei padiglioni color giada dal tetto frangiato di campanelli, l’Europa del Settecento poteva riconoscere un’immagine squisitamente alterata della sua civiltà”, scrive Hugh Honour nel più classico saggio sul gusto delle cineserie di fattura europea, Chinoiserie: the vision of Cathay (traduz. it. L’arte della cineseria, Firenze, 1963, p.23).

Intanto il tè, servito nelle porcellane simil-Jingdezhen, diventava la bevanda nazionale britannica e fu anche la necessità di procurarselo a buon mercato che spinse la prima potenza coloniale europea a muover infine guerra all’Impero cinese. L’imitazione di moda divenne competizione economica e scontro militare. Lo prefigurò Heine, che in Orbis Pictus scriveva:

Wär’ ich Dſchingischan, o China, wärſt du längſt von mir vernichtet,

Dein verdammtes Theegeplätſcher hat uns langſam hingerichtet

così tradotto da A. Burgher, (Torino, 1960, p. 177): “Fossi stato Gengis-Khan/io ti avrei distrutto, o Cina,/ il tuo tè con le sue chicchere/ lentamente ci rovina.”)

Emulata nei suoi riti e nei suoi lussi, la Cina scontò con l’invasione, con le guerre dell’oppio, con il crollo dinastico, con la rovina finanziaria e con la perdita sostanziale dell’indipendenza la passione europea per le cineserie. La Storia insegna che quando l’Occidente comincia a guardare con interesse una regione del mondo, è certo che prima o poi prova a pigliarsela. E, in genere, a suon d’artiglieria.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Rispondi