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VIAGGIARE? STANCA

Come molti viaggi, il nostro itinerario parte da un antico manoscritto. Per la precisione da un codice costantinopolitano del IX secolo in scrittura onciale classificato come Vat. gr. 699, con testo su due colonne e 54 miniature. Si tratta della Topografia cristiana di Cosma Indicopleusta, un nestoriano vissuto nel VI secolo nella Siria bizantina. Quest’opera era circolata anonima, finché il patriarca Fozio, nella sua Biblioteca, la registrò sotto il nome di Libro di un cristiano, deplorandone la scarsa verosimiglianza dei resoconti. Nonostante il suo pseudonimo lo indichi come uno che viaggiò in India, è probabile che non vi abbia mai messo piede. L’autore si definisce un mercante, sempre in viaggio tra Palestina ed Etiopia, dal Mar Rosso al Golfo Persico, dal Mediterraneo all’Oceano Indiano.

Miniatura dal codice della Topografia cristiana di Cosma Indicopleusta

Miniatura dal codice Vaticano della Topografia cristiana di Cosma Indicopleusta

In polemica con il cosmo tolemaico, propugnò una cosmografia cavata dalla Bibbia, da cui estrasse l’immagine di un mondo cubico, come il tabernacolo di Mosè, che un velo separa dal mondo che verrà; e in cui Cristo resuscitando ci ha preceduti. Nella brulicante Alessandria di Origene, dove si era giunti a una conciliazione tra la scienza pagana e la fede cristiana, Cosma entra a gamba tesa, condannando l’errore e la vana sapienza ellenizzante dei teologi neoplatonici, in nome delle Sacre Scritture; indagate, con la pertinacia e l’acribia rabbinica, come la sorgente verace di ogni sapere. Tra le rovine di questo inutile mausoleo geo-teologico crollato sotto il peso della sua assurdità e delle scosse dell’espansionismo sasanide e arabo, si possono ancora trovare frammenti interessanti, descrizioni di prima mano, rari resoconti di terre allora incognite: le regge etiopi, la fauna africana, la flora indiana, i traffici mercantili di Taprobane (Sri Lanka). Ma solo incidentalmente il mondo reale si affaccia tra le commessure di questo pio dispositivo costruito come specchio delle verità celesti, che si apprendono non già con il lume degli occhi, ma bene con quello della fede.

Topografia cristiana di Cosma Indicopleusta

Topografia cristiana di Cosma Indicopleusta

Il paradosso dei viaggi è che il viaggiatore, se si allontana dalla sua patria, non può però staccarsi da se stesso e dunque il suo tragitto somiglia troppo all’immobilità centripeta del soggettivismo.7be3bc2dcdb3a318cadfb76159604433

Orazio era tra i più scettici sull’utilità dei viaggi come rimedio alla noia e all’inquietudine. Il poeta latino “lasso maris et viarum militiaeque” non cercava altro che un angolino tranquillo dove vivere in pace: “Ille terrarum mihi praeter omnis angulus ridet” (Odi II, 6). Infatti “quid terras alio calentes/ sole mutamus? Patriae quis exul se quoque fugit?” (Odi, III, I, 40). Perché cerchiamo terre riscaldate da un altro sole? Chi lascia la patria non può certo fuggire da se stesso. Il nostro carcere ci segue dappertutto. d97116155dbed95bacc87ff8cb03b49d

Seneca racconta che ad un giovane, che si lagnava di non aver trovato alcun giovamento nel viaggiare, Socrate rispose: “Per forza, viaggiavi con te” (Ep. ad Lucil., 104, 7).97eb28faf198f877e2cfedbef0526b6e

L’epicureismo sornione di Orazio aveva già ammonito: “celum non animum mutant, qui trans mare currunt” (Epist., I, 11,27). I passi di Seneca e Orazio sono entrambi citati nel Secretum da Petrarca, anche lui poco convinto dell’utilità dei viaggi, sebbene riconoscesse di appartenere, come italiano, a una nazione di viaggiatori, se altri mai: (“nulla natio orbem lustrare curiosior” dice nel De vita solitaria) e malgrado si dichiarasse disposto per parte sua a recarsi fino in India, pur di trovare un re giusto.afa3f59c1587f8da597463b59b6012fb

Ma era ben consapevole che “frustra queritur quod nusquam est…” invano si cerca quello che non è in nessun luogo (Contra quendam magni status hominem…); aggiungendo che cambiano le lingue, le vesti e le facce, ma i desideri e le abitudini si somigliano tanto, dovunque tu vada, che è vero il detto di Giovenale “humani generis mores tibi nosse volenti\ sufficit una domus” (Sat., XIII, 159-60). Una casa basta e avanza per conoscere i costumi del genere umano.025e4fdc6d44dfdc0897992a0675b7b2

Il giansenista Louis-Isaac Lemaistre de Sacy (citato da Sainte-Beuve in Port Royal, I) metteva in guardia dalle fallaci esperienze dei viaggi, sostenendo che visitare altri paesi dopo tutto non era altro che vedere il Diavolo abbigliato in tutte le fogge. In abito alla tedesca, all’italiana o alla spagnola, il Diavolo era pur sempre il Diavolo.05722db6514decc61be343d95b20f32b

Vero è che per i credenti nessun luogo del creato è degno di ammirazione quanto la nostra stessa anima immortale. Thomas Browne scrisse a un certo punto della Religio Medici: “Noi portiamo in noi le meraviglie che cerchiamo fuori di noi…”.36e1bb3e3783bc7cffb02d74f9802021

L’illusione di movimento che frastorna una beffarda fissità è la caratteristica dei Contes di Voltaire, che Roland Barthes chiama “l’ultimo degli scrittori felici” nell’omonimo saggio. Nei racconti di Voltaire, dove pure si erra freneticamente da un capo all’altro delle terre emerse, dalla Vestfalia all’Egitto, da Lisbona all’Eldorado, da Venezia a Costantinopoli, il viaggio non ha spessore, non lo si esplora, lo si misura. Cacambò ha un bel dire nel Candido: “è certo che bisogna viaggiare…se non troviamo cose gradevoli, troviamo almeno delle cose nuove”.b2c5372e3fb7f3b92fbc2ab26109a82f

Quello che si trova tra i cinesi o gli indiani, per Voltaire non è una nuova sostanza, ma un nuovo limite, una variante della sostanziale unicità del genere umano, uguale a se stesso dalla Senna al Gange.

Egypt-Old-CairoA differenza dei viaggi picareschi o barocchi, quelli di Voltaire, a detta di Barthes, non comportano un’operazione di conoscenza, bensì di affermazione logica. I popoli e i costumi stranieri sono “caselle vuote, gradi zero dell’umanità di cui ci si impadronisce per significare se stessi”. Il viaggio manifesta l’universalità statica dell’uomo. Ma proprio questa immobilità fu il segreto della felicità di Voltaire.d97463c30e0a57d4fc63e6ee8ef6f37a

Il nostro Panzini, con il suo bonario senso comune, ebbe un’intuizione analoga quando osservò: “Iddio fece il mondo rotondo perché uno può girare sempre e illudersi di andare avanti anche se torna sui suoi passi” (La lanterna di Diogene).  Non consta che lo scrittore romagnolo si fosse mai troppo allontanato dai suoi paraggi; e il suo itinerario più noto è appunto quel Viaggio di un povero letterato del 1919 dove si limitò a spostarsi modicamente in treno, tra Veneto e Toscana. Ma, del resto, era di quei viaggiatori che si allontanano solo “per godere tutta la voluttà del ritorno”.9a86382e406d508c525381a2c17d9d6e

La staticità del viaggio viene ancor più enfatizzata quando si va per mare. “La nave non è che una casa galleggiante,” scrive Diderot nel Supplemento al viaggio di Bouganville, “e se pensate che il navigatore attraversa spazi immensi, chiuso ed immobile entro limiti assai angusti, vedrete che fa il giro del mondo su di un asse di legno, come voi ed io facciamo il giro dell’universo stano fermi sul nostro pavimento”. Considerando che il pianeta su cui poggiamo i piedi viaggia intorno al Sole girando su se stesso, la nostra apparente immobilità cela un enorme dislocamento nello spazio cosmico, come notava anche Fontenelle nelle Conversazioni sulla pluralità dei mondi. Nel succitato Supplemento, Diderot insinua il sospetto che i resoconti di viaggio, per loro statuto, non siano mai completamente affidabili, perché incorporano una deformazione fatale e implicita nel fatto stesso di visitare posti lontani: “Nato col gusto del meraviglioso…come potrebbe l’uomo lasciare un’idea esatta delle cose che ha visto, quando deve giustificare la strada percorsa e la pena che si è data per andare così lontano a osservarle.”fdf8ab6bc24d0d80562af7034c709858

Descartes, e prima di lui Montaigne, sono invece propensi a riconoscere ai viaggi un valore euristico, come occasione per conseguire un saggio relativismo: “È bene avere qualche nozione dei costumi di popoli diversi, per giudicare più saviamente dei nostri e non pensare che tutto quel che contravviene le nostre maniere sia ridicolo e contro la ragione, come hanno usanza di fare quelli che non hanno visto nulla.” (Discours de la méthode). Ma attenzione a non diventare stranieri nel proprio paese, come accade a quelli che passano troppo tempo a viaggiare, mette in guardia nello stesso passo il filosofo.11128819_959822907381564_1452304763857280554_n

Anche Montaigne (Essais, I c. XXVI) giudicava opportuno visitare paesi stranieri per “strofinare e limare il nostro cervello contro quello altrui”. Lo statuto del viaggio è per Montaigne quello della disponibilità esistenziale: “so ciò che fuggo, non so ciò che cerco” deve essere il motto del viaggiatore (III, c. IX).25f61c8b7400fd8255ef7178ceb76bc3

Céline sposta Bardamu, protagonista del Viaggio al termine della notte, lungo tortuosi tragitti che lo sballottano dal fronte della Grande Guerra all’Africa coloniale, dagli Stati Uniti alle banlieue parigine. Il sugo della storia che ne ricava Bardamu è che il viaggio è sì un antidoto all’abitudine, ma costringe a discernere persone e cose tali quali sono: scheletri, nulla. “Le voyage c’est la recherche de ce rien du tout.” Il viaggio non approda che al punto di partenza. Ovvero, al nulla.0785d1e030a990c715b885ac14871c8f

Ma se i viaggi sono esperienze illusorie, i viaggi più belli non sono forse quelli che si compiono con la fantasia, come insegnano i romanzieri? Chateaubriand (Itinéraire de Paris a Jérusalem) e Proust sono d’accordo sul fatto che scorrere su una carta i toponimi di città e contrade è più appassionante che non percorrerne i luoghi reali.

c92aa4e24955dade60364abbc2000641 Il sedentario Des Esseints di Huysmans non era mai stato attratto da altri paesi fuorché dall’Olanda e dall’Inghilterra. Aveva visitato la prima, riportandone una crudele delusione per non avervi trovato quelle atmosfere dei quadri fiamminghi che amava. E quanto all’Inghilterra, in procinto di prendere il treno per raggiungere la Londra vagheggiata nei romanzi di Dickens, l’eroe di À rebours si svoglia all’improvviso dell’escursione e rincasa a Fontenay, esausto come se davvero fosse reduce da un lungo viaggio all’estero.

I viaggi non prendono forma e sostanza che quando li si racconta. Pascal fu dell’avviso che molti uomini non proverebbero tanto gusto a visitare paesi stranieri se al ritorno non potessero descrivere a qualcuno quel che hanno visto. Il viaggio non si compie davvero che quando si torna a raccontarlo.83ac6e90b4f19a69167795d06bfbf146

Spesso viaggi e scrittura procedono di pari passo, come nei diari e nei resoconti. Ma a volte, è nel corso di un viaggio che nascono i racconti; a cominciare dai pellegrini di Chauser, che si recano in pellegrinaggio a Canterbury; e dagli scampati alla peste del toscano Sercambi che, lasciata Lucca, percorrono da un capo all’altro la Penisola. Entrambi i gruppi di viaggiatori si intrattengono lungo il tragitto con novelle che finiranno nelle rispettive raccolte dei due autori medievali.

Emilio Cecchi, in Libri nuovi e usati, segnala un catalogo in tre ponderosi volumi dei libri di viaggio collezionati da Luigi Fossati-Bellani. Era costui un ingegnere lombardo, come Gadda, e proprio come Gadda, amante della cultura umanistica e bibliofilo; e infine, a sugellare il singolare parallelismo, come lui morto a Roma, patria d’elezione per entrambi. Non avendo fatto altre ricerche, possiamo solo congetturare i titoli vari e mirabili di questa enorme collezione finita non so dove, che fa pensare alla biblioteca di un personaggio di Pirandello, diventato cieco, che si fa leggere da una lettrice prezzolata gli amati libri di viaggio che non può più vedere; ma infuriandosi poi quando la ragazza osa contestare l’esattezza della descrizione libresca di un luogo da lei visitato, descrizione che non collima affatto con il ricordo che essa ne serba. Il vero viaggio vive nel libro che ce lo riferisce e ce lo tramanda, non nel reale spazio geografico dove si dissipa.viaggiare

Gran viaggiatore egli stesso, Cecchi rimpiange i tempi in cui a viaggiare era la generazione dei Larbaud, degli Huxley, dei Morand, dei D.H. Lawewnce, dei Gide, in cui “forse per l’ultima volta venne amorosamente visitato e inventariato un mondo che di lì a poco doveva essere messo orribilmente a soqquadro…” E, comparando i bei tempi al presente (lo scritto è del 1957) osserva: “Oggi il viaggiare va sempre più diventando una operazione astratta, matematica. È una sorta di vertiginoso arpeggio sui fusi orari. Non lascia traccia nella fantasia e nel sentimento. Oggi uno torna a casa prima ancora di esserne partito. Strada facendo raggiunge il tempo e lo sorpassa.”

Ci fu qualcuno che, nella sua altera disperazione di prigioniero, seppe trasformare il tempo in spazio. Rinchiuso nel carcere di Spandau, dove era condannato a scontare venti anni di reclusione per la sua complicità con i crimini del nazismo, Albert Speer, per riempire il vuoto angoscioso dell’isolamento, escogitò a un certo punto un delirante diversivo: cominciò a percorrere il perimetro del cortile e a calcolare i chilometri fatti ogni giorno, un passo dopo l’altro, mentre, con l’aiuto di guide turistiche e libri di viaggi, immaginava di fare il giro del mondo: da Berlino si figurò di andare a Monaco, da Monaco ai Balcani, da lì a Istanbul. Passarono gli anni, e Speer era intanto arrivato fino in India, altri anni e attraversò la Cina e risalì la Siberia fino a Vladivostok, sbarcò nel continente americano, raggiunse Los Angeles, annotando nel frattempo le immaginarie impressioni di viaggio su un quaderno. A capo di vent’anni era giunto in Messico, quando infine fu liberato. La prigione diventata un globo terrestre, gli anni trasformati in chilometri, il tempo consumato in spazio, il cocco di Hitler trasfigurato in claustrofobico Phileas Fogg: queste furono le uniche belle invenzioni di questo mediocre architetto diventato pupillo del regime.

Marguerite Yourcenar, che aveva fatto viaggiare Adriano nel suo impero, progettò di raccogliere i suoi reportage di viaggio in America, Giappone e Africa in un libro uscito postumo col titolo Le tour de la prison. Chissà se la scrittrice francese aveva mai saputo che un uomo aveva davvero compiuto un giro della sua prigione che equivaleva al giro del mondo.

 

 

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