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VIAGGI NEL PAESE INVISIBILE

viaggi in italiaNel 1940 il raffinato prosatore Antonio Baldini esplorò l’Italia minore delle più neglette cittadine di provincia, rintracciandone le segrete attrattive con sagace bonarietà. Il volume che ne sortì, Italia di Bonincontro, è una raccolta di squisite e umanissime cartoline dagli angoli più appartati o curiosi della Penisola, da Catanzaro a Potenza, da Benevento a Melfi, passando per borghi minori, come Ferento, Anagni, Polignano a Mare e Rionero nel Vùlture; contrade trascurate dagli itinerari turistici di più o meno nobile ascendenza goethiana e che per questo hanno in serbo intatte preziosità e squisitezze sorprendenti. Per convicersi della sottigliezza e della perspicacia sorniona dello sguardo apparentemente amabile di Baldini, basterebbe leggere le pagine dedicate alla visita a San Giovanni Rotondo. La reticenza ironica con cui Baldini descrive il suo incontro con Padre Pio, già in fama di santità, è impagabile.

Una decina d’anni dopo Baldini, Guido Piovene continua l’impresa nel suo Viaggio in Italia, nato da una serie di reportage radiofonici del ’53 commissionati dalla Rai per far conoscere meglio l’Italia agli italiani; e finito in volume nel 1957 per i tipi di Mondadori. Piovene aveva già scritto, come Cecchi, Borgese e Soldati, un reportage di viaggio dall’America. L’Italia che lo scrittore veneto percorre è vista con lo sguardo attento del giornalista ma con la penna sensibile del letterato. In quegli anni, il Belpaese conosce il boom economico, la rapida industrializzazione e lo sviluppo urbano e Piovene dà conto di questo passaggio storico con autorevole minuziosità.  La sua guida è un vademecum ancora valido per comprendere un’Italia dove si mescolano usanze, dialetti, mentalità e tradizioni con una ricchezza che sembra un’accozzaglia. Si pensi a una considerazione in merito all’eterna “diatriba anacronistica tra i clericali ed i laicisti”, in cui “tanta parte dell’intelligenza italiana è costretta a sprecarsi in vacuo su questioni che altrove sono già risolte da un pezzo”. Una frase del 1957 che sessant’anni dopo suona di un’attualità sconcertante.

Non meno attuale Un viaggio in Italia di Guido Ceronetti, che Raffaele La Capria giudica una grandiosa descrizione dantesca del disastro italiano.  Scritto negli anni Ottanta, la critica di Ceronetti scansa snobisticamente gli itinenari turistici di massa e ricerca i luoghi marginali, le bellezze residuali, i siti decaduti o cadenti, denunciando i guasti prodotti dallo sviluppo materiale di un’Italia dove ancora scarsamente diffusa era la sensibilità per la salvaguardia dell’ambiente. Per Ceronetti, la vera Italia non è già lo Stato post-unitario nato dal Risorgimento, ma quell’Italia ideale, invisibile e archetipica che si formò nella mente degli italiani grazie a Dante, Petrarca e ai grandi scrittori che crearono una nazione grazie alla letteratura. Un’Italia invisibile che sopravviverà anche dopo che la compagine statale sarà dissolta.

La raccolta Ultimi viaggi nell’Italia perduta di Raffaele La Capria sembra invece percorsa dall’idea che solo nella memoria di un Eden perduto risieda l’estrema possibilità di sopravvivere al degrado italiano. Lo scrittore napoletano si abbandona a una mesta elegia dove si rammarica per la bellezza languente, offesa a morte o scomparsa dei luoghi che gli sono cari. Il lirismo della prosa attenua appena il desolato rintocco funebre di chi piange un passato irrevocabile, ma rivela anche il compiacimento di chi ha avuto il privilegio allora di viverlo e adesso di possederlo e padroneggiarlo.

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