V COME VESTITI E PIETRO VERRI

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Il filosofo sensista Condillac, come già D’Holbach, osservava nel trattato Le commerce et le gouvernement (1776) che il lusso è un concetto relativo e dipende dallo stadio dell’evoluzione storica di una società umana. Alcune mode, che un tempo sarebbero state considerate eccessi inutili riservati a una ristretta cerchia di ricchi, nel secolo dell’autore sono diventate di uso comune, come la biancheria intima o la seta, la quale ormai era prodotta localmente e non era più un prodotto esotico e carissimo, come ai tempi dei Romani. Condillac auspicava che, quando anche i costosissimi merletti di Bruxelles sarebbero stati fabbricati in Francia, avrebbero cessato di essere un lusso. Tuttavia il lusso frivolo della moda, anche se sostenta un gran numero di artigiani, rischia di impoverire la collettività, favorendo spese eccessive e spreco di risorse. Solo una vita semplice può rendere un popolo ricco, potente e felice.112edb623638c034116fa6610dafb624

L’Encyclopédie invitava a distinguere tra lusso e fasto; utile e elegante il primo, se contenuto in limiti ragionevoli, sempre inaccettabile il secondo. (articolo «Faste»). Tuttavia Montesquieu argomentava che il lusso era utile nelle monarchie, dove le ricchezze sono inegualmente ripartite, perché se i ricchi non spendessero molti quattrini, i poveri morirebbero di fame (“Si les riches n’y dépensent pas beaucoup, les pauvres mourront de faim”, » Esprit des lois, livre VII, chap. IV). Al che Rousseau nel Discours sur les sciences et les arts replicava: sarà anche vero che il lusso dà lavoro ai poveri, ma di sicuro senza lusso non ci sarebbero nemmeno i poveri.f4c8afc10f5d4760b65be9369929ad47

La diffidenza degli illuministi francesi per l’immoderata ricerca di lussi alla moda viene raccolta dai pensatori italiani.  Nei Ricordi a mia figlia di Pietro Verri, scritti nel 1777 (gli Scritti vari di Pietro Verri, volume secondo, Ed. Felice Le Monnier, Firenze, 1854 sono consultabili sul sito classicitaliani.it) si rammarica che la moda cambi ogni anno e che quel che oggi è stimato, elegante e vantaggioso, domani sarà trovato ridicolo e mostruoso.

Pietro Verri

Pietro Verri

Mentre biasima la moda europea, con busti e guardinfanti e cento altre effimere stravaganze, che ci costringe a delirare e tormentarci, senza poterci ribellare, poiché “fra i pazzi” la sapienza consiglia di esser pazzo; Verri loda la ragionevolezza degli Asiatici, che da secoli non mutano taglio ai loro vestiti, al punto che l’abito dichiara la loro nazionalità e grado sociale.

Il legame profondo tra la funzione dell’abito e la struttura del corpo sociale è un tema che ricorrerà, in gradi differenti di profondità ma con la stessa sfumatura satirica, in autori tanto diversi come Mark Twain e Thomas Carlyle.

Mark Twain

Mark Twain

A Mark Twain si attribuisce la famosa massima: “L’abito fa l’uomo. Le persone nude hanno poca o nessuna influenza sulla società” (Clothes Make the Man. Naked People Have Little or No Influence in Society). In realtà, Twain aveva pubblicato nel 1905 un racconto intitolato “The Czar’s Soliloquy” nel numero DLXXX di “The North American Review” del marzo 1905, dove tra i pensieri attribuiti al personaggio dello Zar vi era la seguente riflessione:

“Nudo, cosa sono? Una glabra, ossuta, striminzita caricatura dell’immagine di Dio!…Senza i miei abiti sarei destituito di autorità al pari di ogni altra persona ignuda. Nessuno potrebbe distinguermi da un prete, da un barbiere, da un tipo qualunque. Chi è realmente l’Imperatore di Russia? I miei abiti. Nient’altro che i miei abiti. Come suggerisce Teufelsdröckh, che cosa mai sarebbe l’uomo, cosa sarebbe qualsiasi uomo, senza i suoi abiti? Non appena ci si sofferma a riflettere su questa domanda, si comprende che senza i suoi abiti un uomo non sarebbe assolutamente nulla; che anzi, gli abiti non solo fanno l’uomo, ma sono l’uomo; che senza abiti l’uomo non è nessuno, è una nullità… Non c’è potere senza abiti. È il potere che governa il genere umano. Spoglia nudi i suoi capi e nessuno Stato potrebbe essere governato; i funzionari pubblici non potrebbero esercitare nessuna autorità; essi apparirebbero (come in effetti sono) simili a tutti gli altri, persone comuni, insignificanti.”The-Emperors-New-ClothesX633

Mark Twain cita Teufelsdröckh, il personaggio uscito dalle pagine satiriche del Sartor Resartus (Il sarto rappezzato) di Thomas Carlyle. Questo bizzarro libro pubblicato per la prima volta in volume nel 1836 a Boston, è allo stesso tempo un saggio, una parodia e una biografia inventata, un po’ finzione letteraria e un po’ trattato filosofico.

Thomas Carlyle

Thomas Carlyle

Diogenes Teufelsdröckh è un immaginario pensatore tedesco a cui Carlyle attribuisce un’opera dal titolo Die Kleider. Ihr Werden und Wirken (“Origine e influenza degli abiti“) di cui sono riportati ampi passi con tanto di commento. Il fittizio volume ha la pretesa di essere una vera e propria filosofia degli abiti, ma questo è solo un pretesto per infinite divagazioni che partono dalla condizione originaria dell’uomo nudo in relazione agli altri animali e arrivano a riflessioni sulla storia e sulla società.  La differenza più evidente tra l’uomo e le altre creature senzienti è proprio l’abito.

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Prendete un cavallo: « Il Cavallo che monto ha il suo proprio vello: spogliatelo delle cinghie, delle falde e delle altre appendici che gli ho appioppato come corpi estranei, e la nobile creatura torna ad essere il proprio cucitore e tessitore e filatore, anzi, il proprio ciabattino, gioielliere e modista. » Il presunto editore del libro, che sarebbe lo stesso Carlyle, deplora che gli intellettuali abbiano sempre sottovalutato l’argomento affrontato invece con tanta acribia dall’immaginario Teufelsdröckh:

« In tutte le loro meditazioni si sono tacitamente figurati l’uomo come un Animale Vestito, quando esso è per natura un Animale Nudo e solo in determinate circostanze, sempre secondo un proposito e con uno scopo preciso, si maschera con Abiti. »Sleeping-BeautyX633

L’importanza degli abiti nella vita umana è innegabile, ma è anche una minaccia alla stessa umanità, come spiega Teufelsdröckh: « Gli Abiti hanno fatto di noi degli Uomini; essi minacciano di fare di noi degli attaccapanni. »

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La terza parte del Sartor concerne più da vicino la Filosofia degli Abiti. Come già in altre parti del libro, Carlyle, per bocca dell’editore inglese e di Teufelsdröckh stesso, ha modo di scagliare i suoi strali contro i mali del suo tempo, come il materialismo utilitarista, lo scarso amor di patria, l’immiserimento spirituale e tutti i guasti apportati dal dominio della produzione industriale sulla società. L’Idea hegeliana che si evolve e si autorispecchia nella Storia viene qui parodiata e sostituita con la Moda. 00o“La Società si fonda sull’Abito…La società veleggia verso l’Infinito su un Abito, come su un mantello di Faust,

Il capitolo X (The Dandiacal Body) è dedicato alla figura del Dandy, così caratteristica dell’epoca georgiana e poi vittoriana. Ricordando i dandy più famosi della storia come Lord Brummel e Oscar Wilde, non occorre sottolineare l’importanza che queste personalità così eccentriche annettevano alla scelta degli abiti. b9eeb4bb5ee444c5d328ae42d145f17aCome dice Carlyle “Un Dandy è un uomo che veste abiti, un uomo la cui occupazione, ufficio ed esistenza consiste nel vestire abiti. Ogni facoltà della sua anima, del suo spirito, del suo portafoglio e della sua persona è eroicamente consacrato a quest’unico oggetto: vestirsi con sapiente eleganza, al punto che, come gli altri si vestono per vivere, egli vive per vestirsi…è il Poeta dell’abito.”

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Portatore della “divina idea dell’Abito”, il dandy traduce nell’esteriorità dei vestiti che indossa le sue intuizioni creative, come il poeta traduce in versi i suoi sentimenti. Seguendo devotamente le mode, il dandy è il martire di un culto estetico a cui sacrifica volentieri ciò che è immortale a ciò che è perituro. L’abito è la condizione mistica della sua esistenza come oggetto visuale. Non chiede altro che essere guardato.

( http://www.gutenberg.org/files/1051/1051-h/1051-h.htm )

Carlyle nota come il popolo britannico possa dividersi in due sette, i dandy, dediti al culto di se stessi e i lavoratori dediti al culto della Terra (che l’autore inglese chiama Drudge, ovvero beste da soma) due tipologie sociali che, nelle loro ramificazioni si estendono all’intera struttura della società inglese, divisa in due masse in conflitto e non comunicanti tra loro.kkJrAiFvbqx97fem4LJx7ECDo1_1280

Come ripete Mark Twain, gli abiti sono alla base della società, sulla loro funzione distintiva si basa il funzionamento stesso delle istituzioni pubbliche. L’uomo è unito agli altri uomini da legami che resterebbero invisibili se non si vestissero abiti che di quelle relazioni sono gli emblemi.txAxo

 Come si farebbe a riconoscere un giudice senza la sua parrucca di crine di cavallo, la sua pelliccia di scoiattolo e la sua toga rossa?  La Società si fonda sull’Abito. Che ne sarebbe dei grandi della terra, dei re, dei vescovi, dei generali senza un cencio di abito indosso? Vi immaginate un duca nudo come mamma l’ha fatto che tiene un discorso alla Camera dei Lord dove tutti siedono nudi? Prince-CharmingX633Senza indumenti non potremmo disporre nemmeno di quella verace sede dell’anima sociale che è il portafogli. Non siamo canguri o marsupiali, ai quali la natura ha fornito una borsa. È il sarto che crea un aristocratico e lo riveste non solo di lana ma di dignità e di mistica autorità. Mantelli regali e stole pontificali dimostrano che solo il sarto tiene insieme la società e le impedisce di cadere nell’anarchia e nella dissoluzione dell’originaria nudità adamitica.

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