U COME USANZE

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uU COME USANZE

Elsa Morante accennò un’apologia della frivolezza e della moda in un piccolo saggio (Difesa di una certa frivolezza nell’abito virile…ora raccolto in Pro o contro la bomba atomica, edizione Adelphi) meravigliosamente frivolo, in effetti, ma di quella frivolezza arguta che può concedersi solo uno spirito tragico e incline alla disperazione. La Morante è sorella di Foscolo e Leopardi in questo bifrontismo serio-faceto.

Una delle poche gioie virtuose che ancora ci sono concesse è, all’inizio di ogni nuova stagione, lo spettacolo delle collezioni di moda. Infelici, aridi e rozzi sono i cuori insensibili a una tale gioia!

Il piacere dato dalle novità della moda non è affatto materiale, ma al contrario spirituale e artistico. La scrittrice depreca l’assenza di fantasia nel mondo grigio e serioso degli abiti maschili, condannati a una “scialba divisa…degna al massimo, d’un quacchero, se non addirittura di un galeotto.”

Nonostante le sperimentazioni recenti, non molto è cambiato nella moda maschile dai tempi in cui Elsa Morante scriveva quelle righe. L’austera eleganza maschile non può accedere ai merletti, ai rasi, ai velluti, agli amoerri cangianti di cui si deliziano le donne. L’ultimo, marginale e minuscolo lembo di estro poetico rimasto all’uomo è la cravatta, “ultimo ponte fra l’uomo e la fantasia, l’ultimo fossato tra l’uomo e la barbarie”, “concessione della grettezza e dell’avarizia alla festevolezza del costume sociale”.

Gli abiti dei personaggi partoriti dall’immaginazione della Morante svolgono spesso un ruolo simbolico, emblemi dell’anima e del destino, come nel racconto eponimo della raccolta Lo scialle andaluso in cui un seminarista va a vedere in teatro sua madre esibirsi come ballerina e si accorge pietosamente che la sua carriera artistica è sulla via del tramonto.

Presto furono al capanno, dove Andrea, spogliatisi dell’abito borghese, fece per rimettersi la tonaca; ma Giuditta (che s’era attristata in viso al solo rivedere quella veste nera) lo dissuase, con argomenti molto giusti, dal mostrarsi in quella notte vestito da pretino. E poiché, tolti gli abiti imprestati, Andrea non aveva di che vestirsi, lo ricoprì con un grande scialle andaluso, parte d’un suo costume di teatro…

La tonaca da prete, simbolo del conformismo dei benpensanti, viene sostituito con uno estroso scialle andaluso, simbolo dell’arte e della libertà. Viene in mente un suo vecchio racconto dal titolo Giornata di compere (pubblicato per la prima volta in “I diritti della scuola”, 12 maggio 1935) in cui una donna, scappata di casa, fa ritorno in famiglia, pentita, riportando con sé un baule pieno di abiti legati al periodo fatuo e folle vissuto con l’amante, a cui ha rinunciato per riabbracciare le figlie. Suo marito vorrebbe che essa si sbarazzasse dei suoi vecchi vestiti, inadatti a una madre e a una donna perbene, ma la protagonista è restia a separarsi da quelle cose che rappresentano la sua indimenticabile avventura. “Risentire quelle stoffe molli e quei profumi sperduti nelle sete; rivedere l’abito celeste di quella sera al Rose Garden, e l’altro semplice e fiorito…e quello nero così perfetto che aveva infilato fra tre specchi, tanto felice, mentre l’uomo le diceva: -Piccolo amore…Mia…- senza pensare che era una mamma e che per lui aveva lasciato le bambine.” Alla fine si decide a vendere la pelliccia e con i soldi ricavati compra abiti per le sue figlie ormai abbastanza cresciute per appezzare le vanità della moda. Anche qui gli abiti eleganti rappresentano lo stile di vita anticonvenzionale della protagonista e la rinuncia al fastoso guardaroba allude alla consapevolezza del passare del tempo, che fa diventare vecchie le mode e vecchi gli uomini.

La protagonista del racconto I miei vestiti (pubblicato su “Oggi”, 8 luglio 1939) esordisce perentoriamente: “A molte fanciulle tocca portare gli abiti smessi della sorella, o quelli rifatti della madre, o perfino, tornando le mode, di acconciarsi con frivolità scovate nelle casse delle antenate. Ma io dopo i dieci anni, mi distinsi da tali fanciulle per la mia ferma aspirazione ad una sontuosità regale.” Per compiacere il suo stravagante gusto per il fasto teatrale, la bambina pretende capi di fogge bizzarre, come un mantello alla moschettiera guarnito di pelo di coniglio, tuniche di velluti cangianti, berretti con fiocchi cardinalizi, fingendo con le compagne trattarsi di capi firmati. “-È un Worth, spiegavo con sufficienza alle altre che sbalordite, miravano una camiciola di mia madre…che avevo trasformata in abito, applicandovi inoltre tanti, tanti lustrini. Oppure: -È di Schiaparelli. Si chiama Tramonto a Siviglia. Era una gonnella nera tutta a trafori smerlettati su giustacuore composto con certe vecchie tappezzerie.” Ma quei travestimenti bislacchi la rendono oggetto delle beffe delle compagne e la isolano, consegnandola al suo destino di creatura diversa, cupa e fiera, in cui rivediamo la protagonista di Menzogna e sortilegio e la stessa autrice. In altri casi, come in L’abito di velluto (in “I diritti della scuola”, 30 ottobre 1940) dove una ragazza si fa fare un abito che decide di indossare solo quando il fidanzato tornerà in licenza dal fronte, l’abito è un pegno d’amore che rappresenta non il passato e la nostalgia, ma la speranza e il futuro.

La moda è l’allegoria del tempo, come sapeva bene Leopardi, che rappresenta Moda e Morte che vanno a passo di corsa: la folle corsa della modernità verso la morte. E in maniera rapida e concitata parla la Moda, enumerando le sue vittorie.

tumblr_mkd2lrU9t11qczv3po1_500Ma la morte, ai tempi dell’impero della moda, non lascia sopravvivere neppure la gloria e la fama. La tomba che addita Silvia da lontano non è il sepolcro della sopravvivenza spirituale di Foscolo, nella sua fede classicistica. Come ricordato da Fabrizio Patriarca, in Leopardi e l’invenzione della moda 2008, Roma, Gaffi Editore, la moda ha contribuito a sgombrare le menti dall’illusione dell’immortalità. Ha stabilito una correlazione simbolica tra gli abiti che passano di moda e la carne che muta e decade. La moda trasforma la similitudine in un emblema, stabilisce un’identità tra il corpo e l’abito, come insegnava Barthes, non una semplice equivalenza retorica.

Tutte le usanze passano, fuorchè l’usanza di morire. È sulla solidità di questo paradosso che si stabilisce il vertice speculativo del dialogo leopardiano.

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