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STUFF NOT SPACE OVVERO IL SOGNO DELLA TORRE

zhenjun524ad7e62a91caggression-打架Uno degli schemi retorici più ripetuti e abusati dagli artisti degli ultimi due o tre decenni è l’accumulo e l’iterazione. Due soluzioni in apparenza divergenti che finiscono per confluire in un’esuberante saturazione dello spazio, ottenuta o grazie alla mera moltiplicazione del modulo o dell’icona prescelta ovvero all’affastellamento di oggetti e forme eterogenee. In entrambi i casi l’artista punta a ottenere la sensazione straniante di un eccesso, uno spaesamento vertiginoso in cui l’ammassarsi di enti fisici, corpi, masserizie, suppellettili, motivi o figure dichiara una paradossale mancanza di valori, di schemi assiologici.

L’ammucchiarsi di cose non si assesta in una serena e condivisa gerarchia ma spesso travolge lo spettatore in un fiume in piena, un’onda dinamica di masse sommate o un flusso di accrescimenti seriali, di incrementi quantitativi dello stesso oggetto o proliferazioni numeriche che sembrano sfuggire al dominio dello sguardo.
Forse l’inizio della fortuna di questa matrice iconica basata sulla proliferazione seriale si deve ai 100 Boots di Eleanor Antin, un’operazione concettuale che risale agli anni 1971–73. L’artista californiana fotografò un reggimento di stivali in marcia nei luoghi più vari, dal supermercato al cimitero, dalla strada metropolitana alla fattoria, dal circo al museo, e spedì le foto in formato cartolina ai suoi amici artisti. La sfilata degli stivali bastava a trasformare gli scenari più ordinari della vita quotidiana in paesaggi così misteriosi e singolari da valere la pena di condividerli con gli amici, come fanno i turisti in viaggio in terre esotiche. Una collezione visibile oggi al Getty Research Institute.

Capi d’abbigliamento e materiale tessile sono stati spesso la materia prima di artisti dediti a installazioni, come nella celeberrima Venere degli stracci di Pistoletto.
Il londinese William Cobbing piazza in faccia al mare una montagnola coloratissima di cuscini imbottiti a foggia di busti infantili.

William-Cobbing

William-Cobbing

Il parigino Christian Boltanski, oltre a innalzare mucchi di abiti che evocano l’Olocausto, eleva mausolei composti da foto di morti e lumini replicati in allestimenti di memorie cimiteriali affidate proprio all’iterazione delle immagini funerarie.

Ossessionato dal sangue, il pachistano Imran Qureshi compone una collinetta cartacea di fogli accartocciati e macchiati di rosso cruento in And They Still Seek The Traces Of Blood.Imran_Qureshi_-_And_They_Still_Seek_The_Traces_Of_Blood

Anche il franco-algerino Kader Attia stende decine di indumenti come in una fiera allegorica della Morte, (in Streamlines, al Deichtorhallen di Amburgo),

Kader Attiae in un’altra opera, stavolta alla Whitechapel Gallery di Londra, aveva allestito un teatro dello scibile umano, con migliaia di libri disposti in una scaffalatura tutto intorno alla stanza, occupata al centro da una serie di teche che custodiscono antichi volumi e strumenti scientifici.Kader Attia1

Orrorifico l’effetto di Ghosts, decine di sagome spettrali in ginocchio avviluppate da carta stagnola, con lacune oscure al posto dei volti inesistenti,

kader attia_Ghost_1246866c effetto paragonabile a quello ottenuto dalla tedesca Katharina Fritsch, che ha sistemato a sedere lungo un tavolo decine di manichini di polistirolo identici, tutti vestiti di nero e dalle facce bianche e inespressive, creando una teoria di replicanti con effetto ottico da specchio nello specchio.

Subodh Gupta, poliedrico attore, fotografo e artista indiano, raccoglie e assembla diligentemente stoviglie e vasellame di acciaio o alluminio in monumenti all’accumulazione come procedura estetica capace di reinventare il mondo sub specie di pentolame casalingo. Le familiari pignatte da massaia, messe insieme, diventano una minacciosa orda, non già d’oro, ma di vile metallo, che marcia alla conquista dello spazio che l’umanità è disposta a cedere; oppure si metamorfosa in una parete compatta, o in una triplice cataratta scintillante che piomba giù dalle volte di una chiesa barocca, o in una lunghissima batteria di mestoli e tegami in ordinatissimo assetto, che assume l’ingannevole sembianza di una complessa apparecchiatura fantascientifica, una specie di strumentazione da astronave.

Lo stesso amore per la simmetria e l’uniformità cromatica che trasfigura in visione gli oggetti metallici ispira School, costituita da una filza di lingotti dorati e di minuscoli servizi da sakè in acciaio.Subodh-Gupta-School

 

L’armonia cromatica e l’iterazione si ritrovano anche nelle variopinte stanze oniriche popolate da animali create dalla newyorkese Sandy Skoglund, dove repliche innumerevoli di pesci arancione, scoiattoli neri, gatti verdi, volpi rosse, larve e vermi gialli, foglie e cani blu, ma anche missili e soldatini rossi, invadono decorosi interni borghesi, inermi salotti, camere da letto e tinelli resi però surreali dall’intransigente monocromatismo.

Non dissimile l’operazione del francese Philippe Parreno, che però si limita a rivestire il soffitto con scarafaggi King size.philippe parreno04
Il cinese Ai Weiwei è il maestro della costruzione per anafora di un singolo oggetto icona, siano granchi di porcellana, semi, ruote di biciclette, sfere di legno o emblemi zodiacali; e ultimamente non ha trovato di meglio che far disporre in bella mostra su un parquet file e file di vasi di porcellana pseudo-Ming bianca e blu.Serge Spitzer E Ai Weiwei

Un nostalgico omaggio al passato imperiale della Cina, in polemica contrapposizione con l’odierno regime che lo tiene sequestrato al confino?

La più vasta realizzazione dell’artista dissidente cinese è quella distesa di sgabelli di legno, tipici un tempo nelle campagne dell’Impero di Mezzo, e che occupa centinaia di metri quadrati. Un tema artistico molto frequente è dopotutto proprio l’accumulo di mobilia alla rinfusa, sedie in specie, a partire da Reiner Ruthenbeck con i mobili drammaticamente a soqquadro di Umgekippte Möbel, del 1971Ruthenbeck_Umgekippte_Moebel_1971 Foto Axel Schneider 600

fino al parossismo delle 1600 Stacked Chairs, iperbolica istallazione della scultrice colombiana Doris Salcedo che riempie l’intercapedine vuota tra due edifici di un isolato urbano con uno scatafascio di seggiole, a sovvertire il senso dell’ambiente artificiale; subito e non più vissuto dall’uomo metropolitano.

Salcedo-Chairs-Front-View

Sfidano la gravità sia le iperboliche incastellature di sgabelli di Ai Weiveifrench-pavilion Ai Weiwei Bang (2013)


zp_ai-weiwei_grapes_2010

che il vorticoso girotondo di seggiole sospeso al soffitto dell’americano Marc Andre Robinson per l’istallazione Right of Return,Marc Andre Robinson 6.Suspended chairs

come pure la monumentale capanna a cupola fatta di sedie presentata alla fiera di Abu Dhabi dal giapponese Tadashai Kawamata.Tadashai Kawamata

Variazioni sul tema, le inverosimili poltroncine dalle gambe allungate fino a essere impraticabili dell’artista e architetto francese Didier Fiuza Fau

stino; Didier Fiuza Faustino29016be la platea di seggiole e poltroncine spaiate messe insieme da Mark Wallinger nell’opera The Importance of Being Earnest in Esperanto.Mark Wallinger, The Importance of Being Earnest in Esperanto, 1996

Mark Wallinger, The Importance of Being Earnest in EsperantoL’artista britannico, che esibiva il suo fortunato Ecce Homo in marmo-resina sul plinto vuoto di Trafalgar Square,Mark Wallinger, ecce homo 1999

è anche un accumulatore seriale di sassi su una scacchiera.mark-wallinger-5

Mentre il brasiliano Cildo Meireles sceglie di tappezzare il pavimento di centinaia candide uova,cildo-meireles-Amerikka

in Campo de Color esposto alla Biennale di Venezia 2013, la boliviana Sonia Falcone opta invece per vasetti di argilla contenenti spezie coloratissime, a riprodurre una mappa storica e geografica che sintetizza in un mandala esagonale la via delle spezie, la colonizzazione e l’incontro e lo scontro delle civiltà umane, che ritrovano un’armonizzazione delle diversità nella policromia e nella sinfonia olfattiva di queste polveri colorate, dove si alternano curry, cioccolato, caffè, cumino, pepe, chiodi di garofano, cannella per creare una tavolozza di verdi, azzurri, rossi, gialli, rosa, ocra, blu, come in un banchetto multietnico dove celebrare le nozze tra il Vecchio e il Nuovo Mondo.bolivia-sonia-falcone-600x400

Sempre alla Biennale di Venezia 2013, He Yunchang, Hu Yaolin, Miao Xiaochun, Shu Yong, Tong Hongsheng, Wang Qingsong e Zhang Xiaotao hanno riprodotto nel Padiglione cinese il desolante scenario di una affollatissima classe di studenti addormentati sui loro libri.China

Annette Messager, in un’opera di taglio più concettuale, allinea in elegante simmetria orizzontale una serie di volumi rilegati in tela scura poggiati su piccole mensole. Solo il titolo dell’opera ne palesa il significato: Ma collection de proverbes.Annette Messager - Ma collection de proverbes

Neppure il trendy Damien Hirst si è sottratto alla tentazione di replicare i suo prediletti teschi nella serie delle Hallucinatory Head, colorandoli con selvagge spennellate di tinte shoking o fluo.DamienHirst_7

Come abbiamo detto, molte delle opere succitate si sono viste alla Biennale di Venezia 2013. Ricadono in questa categoria visuale che abbiamo tentato di definire il padiglione spagnolo dominato dalla valanga di pietre provenienti da una demolizione edilizia accumulate da Lara Almarcegui;spain-lara-almarcegui-600x400

il polacco Pawel Althamer, che dissemina qua e là una folla di zombie scarnificati, ridotti a scheletro e brandelli di cenci in varie pose e atteggiamenti.Polish artist Pawel Althamer’s installation 'Venetians' at the 2013 Venice Biennale 1


Polish artist Pawel Althamer’s installation 'Venetians' at the 2013 Venice BiennaleAncora più didascalici e minimal, Oliver Croy e Oliver Elser sistemano in file ordinate un’intera collezione di modellini di casette XX secolo scoperte da un rigattiere, da mandare in estasi il bambino che è in noi.Oliver Croy i Oliver Elser, The 387 Houses of Peter Fritz1

Oliver Croy i Oliver Elser, The 387 Houses of Peter Fritz

Oliver Croy and Oliver Elser The 387 Houses of Peter Fritz 1916–1992 1993–2008 Cardboard models discovered in a junkshop Biennale di VeneziaPeter Fischli e David Weiss si limitano a imbandire un Tisch con ogni sorta di cianfrusaglie, carabattole usate e barattoli da mesticheria, squallida e sciatta fotografia della nostra epoca pragmatica e utilitaristica.

The artwork "Table" (1992-1993) by Swiss artists Peter Fischli and David Weiss is on display in the Schaulager in Muenchenstein, Switzerland, on Thursday, June 11, 2015. The exhibition "Future Present" presents works from the collection of the Emanuel Hoffmann Foundation and lasts until January 31, 2016. (KEYSTONE/Georgios Kefalas)

Dovunque si creino ambienti eterocliti per accumulo, si tratta di apocalissi enciclopediche in cui il mondo sembra essere convocato in un ultimo appello come per un Giudizio universale. Il Palazzo Enciclopedico del mondo scelto come simbolo e concept della 55° Biennale di Venezia del 2013, curata da Massimiliano Gioni, decostruisce l’idea di Marino Auriti, il dilettante italo-americano che, come molti dilettanti naif, concepiva idee più grandi di lui e aveva progettato un immensa torre cilindrica di 136 piani che avrebbe dovuto sorgere a Washington DC per contenere e organizzare in forma museale tutto lo scibile umano.

vb_2Nel nostro millennio, la fiducia agonistica dell’americano Auriti è diventata l’angoscia catastrofica del cinese Du Zhenjun: il grattacielo trionfale dell’Enciclopedia si è sgretolato come la Torre di Babele sotto il peso della vorticosa onnicomprensività consumistica, stando alla serie di collage fotografici Babel World.

Il sogno ambizioso e ottimistico di questo meccanico autodidatta così fiducioso nell’american way viene rovesciato anche nella Biennale del 2013: l’altezza strepitosa del grattacielo di Auriti diventa un abisso senza fondo dove si accatastano invenzioni e opere, un modo per arrendersi all’evidenza che la pretesa di dominare il mondo con la misura umana è assurdo. La prometeica volontà di onniscienza è soltanto un delirio vertiginoso in un’epoca che è annegata da un diluvio di informazioni. E la cultura è un oceano senza sponde in un orizzonte globale, dove intere civiltà si diluiscono nel flusso e riflusso del web.
Ma ciò che è impossibile da raggiungere a volte può essere proprio quel che è più necessario cercare. L’arte, ridotta a sensi residuali, può trovare un nuovo senso in questo compito ineseguibile.

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