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STEAMPUNK ALL’ITALIANA: “Phale” di Alessandro R. Porro

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Un romanzo in cerca di pubblico. 

Alessandro Riccardo Porro, giovane scrittore milanese lancia un crowfounding per pubblicare l’edizione ebook del suo romanzo Phaledal nome della protagonista. Ambientato in un mondo steam-fantasy, la saga attraversa i temi del destino, della guerra e della lotta contro il male, tra viaggi, misteri e strane creature. Il fantasy tradizionale si contamina con esseri meccanici, costrutti a vapore e altre invenzioni tecnologiche tipiche dello steampunk.

“Anni sono passati dall’ultima apparizione del Sabernj su Rhondasya, ma un’altra volta gli esseri viventi non hanno trovato pace. Il Sabernj è tornato e con esso la sua brama di Magia. La ventenne Phale è vittima dell’incidente del Fato, un destino che non avrebbe mai voluto affrontare. Ma ora è necessario che discenda negli abissi della guerra e lottare contro il male che cresce dentro di lei e bloccarlo prima che sia troppo tardi…”

UN’ANTEPRIMA

LIBRO PRIMO –

IL MARCHIO DEL SERPENTE

CAPITOLO PRIMO

La distesa di sabbia luccicò alla luce del primo dei tre soli di Laganon che stava sorgendo oltre l’orizzonte quando i raggi avvolsero il piccolo villaggio di Ostracanda creando un curioso gioco di riflessi rossicci sulle case di argilla. Il sole illuminò una casa abbastanza isolata dalle altre che si trovava su un’altura in posizione privilegiata tale da ricevere i primi raggi. Il riverbero della luce penetrò nelle larghe maglie delle persiane aprendo l’oscurità della stanza come un drappeggio e illuminando la polvere in un baluginio azzurro. I raggi rischiararono un piccolo canterano fatto di noce, un armadio di medie dimensioni e infine un letto, dove giaceva una ragazza addormentata sotto le coperte del tipico colore rosso dello Judarn.

Il sole irraggiò la sveglia, il martelletto cominciò a picchiare furiosamente sulle casse ridestando l’addormentata. Phale si girò nel letto e, trascinandosi le coperte, allungò il braccio finchè le sue dita non arrivarono al piccolo pulsante dell’apparecchio meccanico fermando l’assordante scampanellio – avrebbe voluto comprarne una più moderna, ma la sua indole romantica le impediva di buttarla via. Scese dal letto. Con passi lenti si avvicinò alla piccola tinozza di ceramica vicino alla finestra dove versò dell’acqua per sciacquarsi. Era gelida come ogni mattina. Finì di lavarsi, si lisciò energicamente i lunghi capelli dorati che si arricciavano di continuo per la forte umidità della notte e li raccolse fissandoli dietro la testa con un nodo deciso, lasciando alcune ciocche penzoloni ai lati del viso. Si osservò allo specchio distrattamente. Si vide alta, slanciata e dai lineamenti perfetti. I riflessi dorati del sole sulla sua pelle ambrata ben si armonizzavano con i suoi occhi verdi. SI spostò verso un grande armadio in legno d’ebano: all’interno erano riposti alcuni vestiti divisi per genere. Per le feste, per andare in giro, per appuntamenti; dopo un attimo di esitazione la sua scelta ricadde su un completo maschile: un giubbotto a collo alto marrone sopra una divisa militare blu su cui risaltavano i bottoni d’ottone consumati e pantaloncini corti neri che aderivano perfettamente alle sue gambe snelle; sopra indossò una minigonna marrone trattenuta sotto l’ombelico da una cintura di cuoio consunto. Si sedette sul letto, raccolse da sotto la branda i suoi robusti stivali di cuoio nero e li calzò, sentendosi sempre più a suo agio. Scese al piano inferiore passando per la scala di legno che portava al soggiorno e alle cucine; si sentivano già il profumo della colazione che cominciava a diffondersi nell’abitazione.

Phale respirò a lungo l’odore dolce del miele e delle noci che si mescolavano a quello acre della carbonella che scoppiettava nel camino.

« Buongiorno Jusmeal! » L’anziana donna si girò al suono della voce della sua bambina. Era una donna del clan Radalan, il secondo per influenza e potere a Ostracanda: aveva circa settecentrotrenta lune e piccole ciocche di bianco cominciavano a spuntarle nella massa nera dei suoi lunghi capelli che le cadevano armoniosamente sulle spalle in delicati boccoli. I lineamenti del suo viso erano tipicamente Radalaniani: gli occhi lievemente a mandorla, il dorso del naso rettilineo e la punta rivolta anteriormente e labbra sottili; l’unica cosa che la differenziava da Phale in modo molto marcato erano gli elici delle sue orecchie allungate, che derivava dalla sua appartenenza alla tribù dei Valdor, l’ultimo clan elfico ancora esistente su Rhondasya. « Oh! Buonagiorno Phale. Hai dormito bene? » « Sì, zia! Oramai ci ho fatto l’abitudine allo squittio mattiniero dei Londhar. » La ragazza sorrise. Jusmeal contraccambiò.

Phale si sedette al tavolo e addentò una fetta di pane nero condito con miele e noci e sorseggiò una tazza di Hylat, una bevanda molto amara ricavata dall’Hyl, una pianta sempreverde che viene raccolta nella zona delle Paludi Bianche. Consumata la colazione, la ragazza diede un bacio in fronte alla sua nutrice e si diresse verso la finestra che dava sul balcone. Il vento del mare le carezzò il volto; la giornata era limpida e nessuna nuvola ostruiva lo sguardo del cielo azzurro che dava l’impressione di essere infinito fondendosi con la linea dell’orizzonte marino. Respirò a pieni polmoni l’aria salmastra e si avvicinò alla balconata che dava su uno strapiombo, salì sul bordo del cornicione e si gettò nel vuoto.

Il cuore di Phale batté all’impazzata, inspirò profondamente l’aria salmastra distendendo le sue ali piumate e si librò in volo. Aveva il vento e i cuccioli di Ghas, un incrocio tra furetti e pipistrelli, come unici suoi compagni; le correnti d’aria che venivano da oriente gonfiavano i suoi capelli come una gigantesca onda bionda. Le piaceva molto lasciarsi trasportare dal vento, sempre più in alto, là dove neppure i suoi simili osavano avventurarsi e dove i suoi genitori le avevano sempre impedito di andarci. Mamma. Papà. Il suo ricordo ritornò a sette anni prima, quando ancora tredicenne vide il suo mondo sconvolto dalla barbarie. Era stata partecipe dell’orrore scatenata dalla Guerra dei Due Dragoni, come veniva ricordata dai vessilli dei due schieramenti. Un Dragone Rosso su sfondo bianco della Casata di Eferis e un Dragone Bianco su sfondo verde, emblema della Dinastia Parwur, da cui i suoi genitori discendevano.

Gli scontri si protrassero per più di un decennio; fu uno scontro combattuto con eguale forza e sembrava che nessuna delle due fazioni riuscisse a prevalere che causò un numero imprecisato di vittime. Gli annali citano un numero che varia da cinquecentomila a settecentomila su una popolazione totale del territorio delle due casate che non superava il milione e mezzo di abitanti. Alla morte di Halfur, ultimo re domoriano di Parwur, furono avviate trattative per la resa, siglata dal reggente Apterano Rantravis Labela di Marassadar con Salthur XII, proclamatosi imperatore di Eferis. Con questo trattato, che non teneva conto delle varie popolazioni, venne smembrato il regno di Parwur: la maggior parte del territorio della casata di Parwur venne annesso nei confini del neonato Impero Eferistano e gli unici territori che rimasero sotto il controllo della casata Domor furono alcune strisce di terra costiera che davano verso la leggendaria Isola delle Nebbie: una terra su cui erano fiorite numerose leggende sulle loro gilde capaci di imbrigliare l’etere dentro le pietre dell’Orithialton.

Il resto dell’anteprima si può scaricare dal link

anteprima Phale

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