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IL SORTILEGIO DELLA MENZOGNA

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Elsa Morante, Menzogna e sortilegio

Già il titolo, nella sua fastosa dittologia, convoca alcuni tra i romanzi europei più belli e celebri del XIX secolo: Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Guerra e pace, Fede e bellezza. La menzogna è il racconto di un narratore inattendibile. Il sortilegio è quello dello stile curiale e arcaico, chiamato a evocare sulla pagina, come entro un pentacolo magico, i demoni che abitano la fantasia e la memoria dell’autrice, permettendole di varcare le soglie dello spazio e del tempo.

Nessuna parola qui ricorre più spesso che “menzogna” e i suoi sinonimi o derivati. Tutto il racconto è affidato a congetture fantastiche, illusioni, abbagli, deliri, autosuggestioni, illazioni. Gli eventi sono, nel migliore dei casi, ricostruzioni a posteriori, collazioni di testimonianze e documenti residuali dell’oblio, quando non pure supposizioni arbitrarie e malevole insinuazioni. Non vi è alcuna differenza tra testimonianze veridiche o presunte, tra ricostruzioni indiziarie o episodi tacciati di totale inverosimigliaza. L’intera storia poggia sul resoconto di un testimone che, non essendo oculare se non per una parte minore di essa; e risultando invece, come si comprende subito, oltremodo partigiano e interessato direttamente nei fatti narrati, solo con molto sforzo può avanzare pretese di essere considerato degno di fede. Solo quando arriviamo al capitolo I della Parte Quinta comprendiamo che quel che abbiamo letto non è che il lunghissimo antefatto della vicenda. Il rimanente poggia sulla memoria diretta di Elisa, coadiuvata da testimonianze sussidiarie.

Alla fine viene il sospetto che di tutte le fallaci invenzioni e le vicende fittizie raccontate, la più grande menzogna sia proprio quella di Elisa, che nella solitudine della sua casa, di cui il gatto Alvaro è il solo altro inquilino, passa il tempo fantasticando e architettando questa trama di eventi chimerici, che in nessun tempo passato sono mai realmente accaduti. È la verità che l’autrice maliziosamente insinua ma che sembra aver dimenticato di svelarci alla fine, mentre invece promette e mantiene di rivelarci il piccolo mistero di Alvaro (“come nei romanzi polizieschi, alla fine del volume”). Il carattere di Elisa (“visitata da spiriti stravaganti e perversi e accerchiata da vapori lunari…monaca romita, indemoniata e pazza”) aggiunto alla sua condizione di esilio, è quanto mai propizio ad alimentare sulfuree fantasie, come quelle che sprizzano fuoco e fiamme tra le sontuose cortine della scena romanzesca allestita dalla protagonista. Inabile a percepire la realtà, ogni sua cronaca è viziata da questo pregiudiziale inconveniente.

Ed eccoci di fronte alla più stringente dimostrazione della falsità di tutto il racconto, che la narratrice inattendibile spaccia per la veridica epopea della sua famiglia: “Io ero, difatti, venuta in possesso dell’ultima e più importante eredità lasciatami dai miei genitori: la menzogna, che essi m’avevano trasmessa come un morbo.” Infettata dal bacillo della menzogna, come ci si può aspettare che Elisa dica il vero? Non è meglio risolversi a dichiarare tutta la narrazione in prima persona una madornale fandonia imbastita nella tediosa quiete delle giornate eremitiche di Elisa? Come suo padre Francesco, che s’inventava feudi e sostanze, titoli nobiliari e titoli di studio, con eguale disinvoltura e improntitudine; come sua madre Anna, che finse per pietà, divenendone vittima, una relazione amorosa con il bel cugino ormai morto e che spirò, delirando in questo sogno fallace; allo stesso modo Elisa potrebbe essersi inventata ogni cosa: la genealogia contorta e contrastata della sua famiglia, i casi attraversati dai suoi membri e le figure eroiche di questo romance troppo estremo, troppo arroventato per attagliarsi a misura di una coppia piccolo-borghese della provincia italiana tra le due guerre. L’unica verità che Elisa si lascia sfuggire è quella intorno alla sua disposizione nativa a mentire, ereditata dalla sua stirpe e alimentata, come la mente di Don Chisciotte, da letture di libri dove “l’esistenza si mostra…piena di prodigi, di stravaganze e di follia.” Confessa anche che nella sua infanzia ha ideato fiabe e intrecci dove i protagonisti erano “re, condottieri e profeti” le cui fattezze erano quelle “dei miei propri parenti vivi o morti”. Menzogna e sortilegio non è dunque che uno di questi elaborati esercizi della fantasia partoriti da una bambina solitaria e precoce. Dal gioco al romanzo non c’è che un passo, come attestano le tre sorelle Bronte, che da fanciulle avevano inventato per spasso un intero regno con tanto di cronache storiche e descrizioni geografiche.

La menzogna, alleata della fantasia, riscatta la squallida realtà e, istaurando il suo impero sulle spoglie di inutili e irrisorie verità, preserva le esistenze dei personaggi dallo scacco a cui sarebbero destinate. Il racconto procede in un corteo di mentitori che della menzogna hanno fatto un metodo di sopravvivenza: il nonno materno Teodoro, “buon amico delle frottole”, il nonno materno Nicola che “preferiva immaginare il gran personaggio che avrebbe potuto essere piuttosto di darsi pena di diventarlo”, il padre Francesco, gran millantatore, la madre Anna che imbastisce una fittizia e postuma liason con il cugino defunto. Ma se tutto fosse affidato al regime della fola il racconto non avrebbe spessore né profondità. L’interesse del romanzo consiste nel fatto che, in contrasto con l’arbitraria frondosità delle invenzioni e la delirante accensione fantastica, la protagonista esercita le sue doti di persuasione e ragionevolezza all’interno della narrazione, indirizzando sensati discorsi ai vari personaggi, in preda alle loro follie, e formulando preghiere e patti assennati con Dio. Menzogna e ragionevolezza intrecciano un connubio dialettico che solleva il romanzo a epopea donchisciottesca.

E a salvare la fantasia della Morante dall’arbitrio stucchevole delle fandonie gratuite e dai cascami del melodramma ottocentesco soccorrono il senso meticoloso della resa pittorica e un realismo fiammingo che diviene a tratti iperrealismo. Non un angolo di interno domestico, non circostanza, situazione, movimento, cenno che non sia inventariato con precisione, limpidezza ottica, perizia nomenclatoria, febbrile pedanteria lessicale. La narratrice conta, non che i gesti, i respiri dei suoi personaggi. Stende la lista della mobilia di casa con la cura che vi metterebbe un funzionario incaricato di eseguire un sequestro giudiziario. La sua drammatica utopia è arredata come un luogo balzacchiano. Vie, città e paesaggi sono descritti senza che allo sguardo sfugga un ciottolo o un cretto su un muro. Eguale furore didascalico nella resa degli abiti e delle fisionomie. La mania della iper-determinazione compensa la labilità di questi destini appesi al filo dell’immaginazione, creature della volontà affabulatrice che li ha messi al mondo, senza il corredo di un’esperienza reale di cui la memoria serbi il conforto e il peso. Come il Dio degli occasionalisti, è la volontà creatrice che sostiene a ogni rigo i personaggi e ne determina le azioni momento per momento, in un’invenzione istantanea di causa-effetto. E questo gioco occasionalista, questa coincidenza laboriosa tra fantasia divagante e solidità di intreccio ci rende spettatori di una fantasmagoria teatrale dove il realismo si rivela soltanto un fondale illusionistico apprestato per una sublime rappresentazione di marionette, il dolente svago di una mente offuscata dal tedio.

Un ulteriore elemento di solidità artistica è la perfetta concordanza tra lo stile letterario e la storia narrata. Uno stile che può essere definito proprio con i tre aggettivi che la scrittrice attribuisce ai piani ambiziosi di Nicola Monaco “compiaciuto, immaginoso, incauto”. Compiaciuto per la copia di arcaismi, per la sostenutezza del dettato e la musicalità severa del fraseggio antiquato. Immaginoso per quel travestimento romanzesco e iper-letterario d’ogni realtà raffigurata, impastata di materia libresca in ogni fibra, e ammiccante di sospensioni diegetiche e metanarrative. Incauto, infine, per quell’audacia piena di riserbo che aguzza la penetrazione psicologica per scorrazzare fin nei territori scabrosissimi della psicoanalisi, ma che poi si smussa in rotondità di eloquenza, dove quel che conta è la voce e il gorgheggio degli aggettivi e degli ossimori canori.

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