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SOFFIANDO SULLA POLVERE DEL TEMPO di Gowan Inuvièl

Un dipinto di Ottone Rosai

Un dipinto di Ottone Rosai

Ho letto recentemente tre romanzi che raccontano la prima metà del secolo scorso e che, ciascuno in modo diverso, mi hanno colpito. Il primo è probabilmente quello che ho amato di più: Un dolore perfetto di Ugo Riccarelli. Mi piace scindere, di questo libro, i diversi temi che si intrecciano tra loro; il rapporto tra passato e presente, le figure femminili, la lingua e lo stile descrittivo dell’autore
Il paese di Colle, in cui si svolge la vicenda, è quasi un luogo arcano, magico,
(“arroccato da millenni sulla collina”) dove il tempo scorre così lentamente da sembrare eterno, avvolto nel sogno, mentre vicende di amore e di sentimento filiale si ripetono di generazione in generazione, accettate da tutti come una naturale conseguenza della vita. Annina, figlia di Ulisse, commerciante di maiali, uomo arido, concreto e sanguigno, e di Rosa, sognatrice e timida, racchiude nel proprio carattere la diversa indole dei genitori. Minuta ma indomabile, dotata di un carattere d’acciaio e capace di tenere testa agli avidi parenti nel commercio, è però allo stesso tempo ricca di fantasia ed appassionata. Una volta rimasta sola, dopo la fuga della madre e dell’ unico fratello ed il suicidio del padre, si innamora di Cafiero, figlio del Maestro, rivoltoso anarchico ucciso a Milano durante una carica dell’ esercito, e lo sposa affrontando per questo l’ allontanamento dalla famiglia paterna ed una vita di stenti.
Quasi tutte i personaggi femminili della storia sono, del resto, prigionieri di un destino di solitudine, separate dagli uomini da un muro di diffidenza ed incomprensione.
Anche Cafiero è solo, e per lui Annina è tutto il suo mondo; la sua famiglia, ancora prima della sua nascita, è stata divisa e tutti i suoi membri si sono sparsi come foglie al vento, morti o dispersi. Solo il fratello Ideale, sacerdote (una scelta che ha comportato, per lui, il ripudio del padre) gli è rimasto vicino, fino a quando non viene ucciso dai fascisti, sorte che subirà, poco dopo, anche lo stesso Cafiero.
La Storia ed il Progresso, più volte, irrompono con durezza spezzando gli eterni, dolci ritmi del paese di Colle, prima con l’arrivo della ferrovia e poi con quello delle automobili, cancellando in modo irreparabile la fisonomia dei luoghi e l’anima, legata al territorio ed alle tradizioni dei suoi abitanti. La lingua con cui l’autore racconta questo snodarsi amaro di vicende ha il suono musicale dell’ idioma toscano, che colora pagine dense di immagini e ricche di poesia. Passato, presente e futuro si fondono l’uno nell’altro, il tempo e la vita sembrano continuamente ripiegarsi su sé stessi in lente spire.
Anche Annina, nel momento della propria morte, rivedrà la madre darla alla luce, comprendendo che lo scorrere del tempo è forse solo un’ illusione, e che tutto ritorna, come il fratello perduto e ricomparso improvvisamente, dopo cinquant’anni, dal misterioso “ Oriente “ verso cui era fuggito.
La natura, nel libro La carrozza di rame di Carlo Sgorlon è già diversa, un’ avversaria dura e ostile contro cui gli uomini devono combattere per sopravvivere, un’ artiglio crudele che ama togliere in poco tempo tutto ciò che essi affannosamente hanno costruito, mentre “le ombre nere delle montagne incombono come animali addormentati e giganteschi”.
Malvernis è il paese natale di Emilio, il protagonista, caratterizzato da un’ indole sognante ed incapace di ancorarsi veramente alla vita ed agli altri. Mentre il primo racconto è denso di avvenimenti storici e di conflitti cruciali tra i vari protagonisti, l’ intera esistenza di Emilio sembra scorrere come un fuscello travolto da una corrente pigra ma inarrestabile, senza un vero evento che possa darle un significato. Anche le donne che si legheranno a lui si allontaneranno presto, sigillando il suo legame con la sua vera unica compagna, la solitudine. E qui la frattura non è più tra un passato ancora vivo nei ricordi, che si lega all’attimo vissuto in un eterno ritornare, ed un presente devastatore, ma tra un passato arcaico, generatore di miti, fiabe, oscure paure e superstizioni, e il presente concreto della faticosa, produttiva e, nello stesso tempo, disperante realtà. Forse non esiste nessun senso nel destino dell’ uomo, e la vita è solo una partita a scacchi con la morte, che prima o poi si prende la sua vittoria, come immagina Emilio, il protagonista, guardando, ormai vecchio, un film di Bergman.
La lingua ha già un diverso suono, sempre musicale ma già più cupo. Nel primo testo i diversi personaggi che incontriamo possiedono la magia delle parole, e spesso con il novellare addolciscono e facilitano i passaggi più cruenti dell’ esistenza, partorire, nascere e morire, mentre Emilio dipinge nella sua soffitta quadri che rivelano come veda il mondo un luogo di passaggio dove le vite umane volano, ombre fugaci che subito sfuggono alla vista, lasciando pochi segni del loro passaggio, oggetti, luci discrete, suoni che si affievoliscono nella distanza temporale crescente.
Assume rilievo anche il concetto dell’autorità statale e della religione; nel primo racconto sono il martello devastante, un vento cieco e scardinatore. Il potere è abuso, una finzione umana che sotto la maschera vuole solo realizzare l’interesse dei padroni su tutti gli altri, lo sfruttamento dell’ uomo da parte dell’ uomo; nel secondo è qualcosa di arcaico, remoto e funesto, astratto e incomprensibile come le calamità naturali. E’ il re potente ma invisibile di cui si narra in una rappresentazione vista da Emilio, in cui un giovane riesce ad entrare nel palazzo reale deciso a guardare il volto il misterioso monarca, per scoprire che sul trono c’è solo un manichino vestito a cui qualcuno ha messo in mano uno scettro; un’ illusione per garantirsi l’obbedienza popolare. E’ il destinatario delle lettere che gli scrive il nonno di Emilio, che ha combattuto per i Savoia, destinate a non ricevere mai risposta.
Io preferisco Annina, il suo affrontare decisa i disagi ed il dolore, la sua forza interiore, ma è il nichilismo di Emilio quello in cui dovrei, lo ammetto, specchiarmi e riconoscermi, la sua regale desolazione dell’ anima.
Il terzo racconto (La valle dei cavalieri di Raffaele Crovi) è legato agli altri due da diversi temi comuni; l’ ambientazione che parte, più o meno, dall’ ultimo decennio del XIX secolo, il mondo rurale di allora e la lentissima metamorfosi verso il nostro modello di società, l’arrivo di nuove tecnologie e di diversi modi di comunicazione, il rapporto tra individuo e Storia. Eppure di quest’ ultimo testo mi è più difficile parlare, perché mi sento meno in sintonia con il protagonista.
La storia è un giallo in tono minore; Lino, adesso uomo politico rispettato e ricco possidente, ha ricevuto minacce, e si teme un suo sequestro. La soluzione, e l’ identità di chi lo vuole morto, è nascosta sotto piccoli indizi che si dipanano fin dall’ inizio, e che il protagonista tarda a riconoscere, per una sua indole ancora bonaria ed ottimista che tarda a rivelargli il male dove più insidiosamente si nasconde.
Lino è credente convinto, uomo conservatore e didascalico per sua stessa ammissione. Crede che la memoria e l’osservanza delle antiche tradizioni siano le sole cose capaci di salvarci dal caos, e si affida al ricordo e alla ripetizione delle consuetudini contadine che si tramandano da secoli.
La Storia non è vessazione degli uomini o compendio delle illusorie ambizioni e delle confuse follie umane, ma il luogo del conflitto tra razionalità e disordine morale, tra la tensione verso il bene e l’ istinto, che ne è l’oscuro scardinatore.
Non ombra, non minaccia, ma somma di azioni e personaggi concreti; emergono da queste pagine Mussolini, Prampolini, Milani, visti sotto la luce della quotidianità. Anche la guerra (il primo conflitto mondiale, a cui il protagonista partecipa come alpino) è narrata con sapiente semplicità nelle lettere che lui e la moglie si scambiano, mostrando la propria natura di strazio umano e carneficina interminabile e insensata. Lino, che per sua indole è monogamo, confessa di aver spesso tradito Maria, e fa comprendere come alla base del suo comportamento e quello simile dei suoi compagni non vi fosse altro che un bisogno straziante e disperato di sentirsi vivi, condiviso anche dalle sfortunate donne dei paesi di confine che vivevano sotto l’incubo quotidiano della fame, degli spari e delle cannonate. Eppure, come ci si consola carnalmente per sfuggire almeno momentaneamente allo spettro della morte, così , nelle pause, si canta e si suona, con angosciata allegria.
Dopo la narrazione dei due conflitti, che gli toglieranno uno dei suoi figli, Iole , e costringeranno l’altro ad emigrare lontano, il racconto diventa una veloce carrellata sulla contemporaneità, tempo che Lino non comprende e da cui si ritira lentamente. Questa è la vera lacuna del protagonista, la sua frattura psicologica verso il presente ed i giovani, lo schermo oscuro oltre il quale non riesce a vedere e che non comprende, esprimendo questo suo disagio con una delle ultime citazioni (è autodidatta, e nello stesso tempo coltissimo):
“In fin dei conti non esiste la Storia , esistono solo le biografie”.
Ma nelle ultime pagine questa frattura si salda in parte nel rapporto con l’ultimo figlio, alla fine ritrovato, con il quale parla di Dio, che per lui è immagine trascendente, simbolo inavvicinabile di perfezione ed immagine della paternità, e per l’altro è Perdono e Grazia.
Oltre il Caos, la disgregazione del passato e la perdita dei valori morali, c’è la rinascita di una fede rinnovata e carica di nuove valenze morali.
Tre diverse ottiche, quindi, con cui guardare ad un passato ancora recente e che abbiamo troppa fretta di dimenticare, noi contemporanei.
Una foto coperta di polvere; se soffiassimo via quel velo, in fondo ancora leggero, potremmo scoprire quante di quelle figure che ci scorgiamo sono simili a noi.

 

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