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IL SESTO FARAONE di Hans Tuzzi. Recensione

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Nel Trio dell’Arciduca, Hans Tuzzi aveva introdotto un nuovo alfiere sul lubrico e rischioso scacchiere della spy strory, facendolo muovere sullo sfondo storico, sempre suggestivo, della Finis Austriae, all’incrocio, non meno emozionante, di quei territori che vanno da Trieste alle regioni balcaniche e danubiane, fino a Costantinopoli, dove è rivolto lo sguardo allarmato di un’Europa che già respira aria di polvere da sparo e di gas asfissianti.

Qui, sgusciando dai suoi ingegnosi travestimenti, appare l’agente segreto Neron Vukcic, un personaggio paradossale, che più esplicitamente letterario e artefatto di così non si può, visto che nasce con un’anima presa a prestito dalla fantasia dello scrittore americano che è stato definito “Miglior Scrittore del Mistero del Secolo”. Solo nel finale il romanzo svelerà di essere il prequel apocrifo di una fortunata serie di gialli che ha per protagonista un corpulento americano di origine montenegrina, che aveva poco più di vent’anni alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, amante della buona tavola e delle orchidee, di professione investigatore privato, infallibile risolutore di misteriosi delitti. Con tutti questi indizi non importa precisare di chi si tratta…

Ma l’intero romanzo di Tuzzi è modellato con palese compiacimento manieristico come gioco iperletterario; un cimento con il genere letterario scelto come modello. Il bello è che, nonostante queste premesse, le qualità della scrittura di Tuzzi sono così notevoli e la selezione dei particolari e il taglio delle scene così scaltriti, che il romanzo mantiene intatta una tal quale verosimiglianza illusionistica, anche quando la mistificazione e l’ironia metaletteraria si fanno più scoperte. Quale colpo alla credibilità della storia non infliggerebbe il semplice nome fittizio assunto dall’agente segreto in una delle sue identità di copertura: Oskar Kristeller, proprio come lo storico della filosofia celebre per i suoi studi su Marsilio Ficino.

In Il sesto faraone la scena si sposta in un ambiente propizio a esalare le atmosfere di un giallo fitto di misteri e asperso di fragranze esotiche, in quel crogiolo cosmopolita che fu Alessandria d’Egitto negli anni ’20; una metropoli dove vivevano e operavano immigrati italiani e francesi, commercianti turchi, greci, armeni ed ebrei, funzionari britannici, studiosi e archeologi di ogni nazione, a due passi dalle ombre dei misteri egizi, per soprammercato.

In questo romanzo l’artificio increspa ancora di più le sue superfici marezzate di citazioni: dentro una commedia di conversazioni argute, brillanti di incantevole saccenteria, troviamo un lampo di Flaubert, un frammento di Eraclito, la fuggevole visione di un quadro celebre, una frase di Alice nel Paese delle Meraviglie, un verso di Baudelaire, una strofa di Puškin. E in questo tessuto erudito, il nostro Neron è un personaggio che riesce a stare in piedi su una scena teatrale di cartapesta per una miracolosa alchimia, mentre tanti protagonisti analoghi di gialli, per quanto appuntellati da ogni parte con espedienti naturalistici da effetto-realtà, tuttavia cascano da tutte le parti e si afflosciano come abiti vuoti.

E personaggi storici realmente esistiti come l’archeologa Margaret A. Murray pranzano allo stesso tavolo con personaggi inventati. Digressioni su eventi che devono ancora accadere o interventi autoriali interrompono l’illusione scenica nel bel mezzo di una descrizione (“apparve un paesaggio così come l’avrebbe descritto alcuni anni più tardi un Premio Nobel della letteratura…”). Eppure una malizia letteraria così sfacciatamente diegetica non riesce a detrarre nulla dal potere mimetico dell’evocazione narrativa.

Non è un vero giallo, ma uno squisito pastiche postmoderno, infarcito di stilemi e epifonemi, eppure vivido come un film, non spento e languido come tanti mosaici inerti di parole che chiamano oggi romanzi. Tutto è finto, ma tutto sembra verosimile. Tutto è rétro eppure tutto sembra stranamente attuale e urgente. Per meglio lumeggiare cosa distingue questo giallo dalla dozzinale produzione corrente si può prendere un autore di culto come il francese Jean-Claude Izzo, come esempio dei limiti del volenteroso scrittore commerciale di genere. Se in Tuzzi abbiamo il colore locale e la patina storica, in Izzo troviamo il corrivo pittoresco degli angiporti stile Pépé le Moko. In Tuzzi un parco trapelare di sentimenti, in Izzo il sentimentalismo mascherato da ruvidezza. In Tuzzi un’umanità e una pietas implicita che si manifesta solo in gesti sobri, in Izzo dei proclami enunciati e non rappresentati; e la modesta Weltanschauung del protagonista sparsa a manciate  sotto forma di grumi sentenziosi insolubili nella prosa narrativa. In Tuzzi una fine pennellata di analisi sociale, quanto basta all’impasto cromatico dell’affresco, in Izzo sociologismi spicci da inchiesta giornalistica. In Tuzzi una topografia evocativa, una geografia sognata; in Izzo una mera toponomastica, una cartografia ricalcata pedissequamente dal vero. L’Alessandria degli inizi del XX secolo dipinta da Tuzzi risulta quindi molto più viva e credibile della Marsiglia dell’ultimo scorcio del secolo inalberata da Izzo. Ma questo è il dono della letteratura: rendere viventi le parole che sulla bocca dei poveri di spirito sono esanimi e inerti.

 

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