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COME SCOPRIRSI POETA di Cristiano Camaur

poeta

Il mio rapporto con la scrittura e con la poesia è nato per necessità interiori subito dopo essermi ritirato dalla scuola superiore, a metà del quarto anno, mentre tentavo di scappare da tutto e tutti e mi sentivo da solo contro il mondo.

Ero disorientato ed impaurito. Non credevo più in niente e cominciavo a mettere in discussione ogni aspetto della mia quotidianità, come non avevo mai fatto prima, compreso il presunto valore di quel diploma che tutti morivano dalla voglia che conseguissi, tranne me. Tuttavia in seguito l’ho conseguito lo stesso, dopo qualche anno di guerra e di tregua. Ho sentito il bisogno di analizzarmi e di entrare nella mia esistenza per la prima volta, alla ricerca di una parte di me che ancora non conoscevo e che per questo temevo di affrontare e di conoscere.

Iniziai a scrivere uno pseudo-diario che riempivo di riflessioni casuali, di critiche e di qualche verso in cui raccontavo, anche banalmente, le mie sensazioni negative e positive, tentando, di trovare delle risposte. In realtà involontariamente e senza trovare quasi mai una soluzione concreta alle mie perplessità, già mi ero prescritto la cura: scrivevo.

Scrivere mi ha aiutato a monitorare certi miei automatismi, le mie reazioni nei confronti di ciò che mi circondava, per migliorarmi, spogliandomi di tutto quel superfluo che conteneva “sostanze velenose” per la mia salute mentale. Non sono stati Leopardi o Carducci (nonostante la loro indiscutibile bravura) a farmi innamorare della poesia. Non mi sono mai riconosciuto nei poeti più famosi, che certi professori di italiano pretendevano adorassi e imparassi a memoria, senza mai tentare di trasmettermi il vero valore di un verso e della vera poesia che si nasconde dietro la superficie di ogni lembo della vita. Probabilmente perché nemmeno loro lo conoscevano. Cercavano di portare avanti un programma scolastico senza passione, come degli automi. In quel tipo di clima non mi sono mai sentito a mio agio e non ho mai imparato niente sulla poesia e sulla scrittura in generale.

Per me la poesia a quel tempo era soltanto qualcosa che apparteneva a persone vecchie, dotate di un quoziente intellettivo e una capacità letteraria per me irraggiungibili e dalle quali mi sentivo distante anni luce. E poi tutte quelle dimostrazioni del sapere di gente che imparava i versi e le biografie come il Padre nostro mi hanno sempre annientato le scatole. Io ho sempre anteposto l’umiltà e la poesia delle sfumature quotidiane, ad ogni sapere. La poesia senza l’umiltà è un corpo senza anima.

Non lo so se la colpa sia soltanto dei professori che ho incontrato che non sono stati in grado di fornirmi gli strumenti necessari per capire e per studiare qualcosa per cui oggi vivo. Forse nemmeno io mi sforzavo poi così tanto di andare oltre certi limiti, con la mia curiosità. Sono certo, però, che inconsapevolmente la poesia fosse già parte di me, sotto altre sembianze.

I miei primi ispiratori sono stati il mio ex-compagno di classe e grande amico Mauro, che scriveva soprattutto poesie da dedicare alle ragazze; la musica rap in generale, sia italiana che statunitense, che mi ha massaggiato il cervello a suon di rime da quando avevo 10 anni; e Federico Tava, autentico poeta friulano, assai sottovalutato. Come ultimo ispiratore, ma non ultimo, cito il mio primo cane Bubu, a cui ho dedicato anche un libro, nato inconsapevolemnte durante i stupendi anni di vita che abbiamo trascorso insieme.

La poesia è sensibilità. La poesia è la più alta forma di rappresentazione dell’anima di ogni essere vivente e nonostante la mia insicurezza sono certo di averne avuta a pacchi fin da bambino, come ogni bambino del resto. Mi secca essere autoreferenziale, ma siccome conosco me stesso meglio di chiunque altro, vi voglio raccontare un episodio personale che riguarda la mia infanzia, per farvi un esempio concreto di poetica infantile nata dalla sensibilità di un bambino come tanti.

Avevo circa cinque anni e ricordo tutto ancora come fosse ieri. Vivevo nella casa dei miei nonni, al secondo piano di una palazzina popolare a Cormòns. Abitualmente passavo del tempo in braccio a mia nonna davanti alla finestra per guardare le auto che passavano. Esattamente sotto di noi c’era un’aiuola, al centro della quale sorgeva un alberello striminzito che in quella primavera aveva dato alla luce delle foglie e dei fiori stupendi e numerosissimi. Lo adoravo quell’alberello, mi faceva molta compagnia e allo stesso tempo molta pena, perché nonostante i suoi fiori stupendi, lo trovavo molto solo e abbandonato, essendo cresciuto in quel posto tra il cemento e l’asfalto. A modo mio avevo stretto amicizia con lui e spesso lo trovavo più vivo di mia nonna. Con settembre alle porte però, notai che il mio amico alberello stava cambiando espressione e lo sentivo ogni giorno più distante. Stava morendo. Le foglie cadevano come ogni autunno, ma questa volta non era solo per la stagione. Era malato e ricordo che un brutto giorno, alcuni operai comunali me lo segarono davanti agli occhi mentre io e lui ci guardavamo e ci davamo l’addio.

Ricordo che piansi un’eternità e che contemporaneamente scoprii per la prima volta la morte e la sofferenza per qualcuno che ti lascia, mentre tu rimani.

I bambini nascono poeti! Il bambino non è corruttibile e reagisce in modo autonomo, sveglio e curioso di fronte alle situazioni della vita e se sei onesto con lui, è capace di regalarti poesia pura con poco. Il rapporto tra il bambino e la natura è autentico. È già perfetto fin dalla nascita. Conoscete bambini che, almeno che non abbiano dei genitori sbagliati, odiano gli animali? Conoscete bambini indifferenti alla vita segreta del bosco? Nell’animo di un bambino c’è già una ricerca poetica innata e un desiderio di scoprire cosa sta alla base della sua esistenza e di ciò che lo circonda.

Nasciamo poeti ma poi ci insegnano a diventare tremendamente seri, presuntuosi, competitivi, con l’inutile pretesa che poi a scuola ci piaccia la poesia. Non è assurdo? Ci dicono di buttare via tutto: ogni gioco, ogni piacere, ogni curiosità e ogni ingegno in cambio di un pacchetto già pronto tutto per noi: un “all inclusive” del cavolo, un vademecum da seguire fino alla morte.

Una volta entrato nel sistema adulto, devi abbandonare le nuvole e scendere sulla Terra dei seri. Arruolarti insieme ad altri tuoi simili, costringendoti a fare amicizia con persone che non scegli tu ma il contesto che scelgono per te, che non ti rappresenta, che ti insegna a competere e che riversa su di te tutte le frustrazioni del mondo a cui appartengono loro, gli “adulti distratti e recidivi”, ossia gli stessi che l’hanno costruito e violentato. E ci costringono, non ce lo chiedono nemmeno, ci consigliano (ricordandoci cosa ci spetta se decidiamo di non seguire il consiglio) di assicurarci un posto da burattino nel loro teatrino da quattro soldi in cambio dell’innocenza, della spensieratezza, della fantasia, della creatività, della ricerca personale, doti innate di un bambino che prima snobbiamo; e che poi invecchiando cerchiamo di recuperare come matti, cadendo nel banale, chiedendo aiuto a dottori, psicologi, psichiatri e astrologi.

Non è assurdo? Noi smettiamo di essere quando smettiamo di essere bambini, quando entriamo nel meccanismo, messo in piedi dagli adulti, spesso inconsapevolmente. Ci prendono dalla scuola, in tenera età, dove nonostante le doti poetiche innate, non abbiamo ancora i mezzi per difenderci e per raggiungere una certa consapevolezza. Se questa è la scuola, allora forse non si dovrebbe più andare a scuola, per evitare poi di dover rincorrere il tempo per riprenderci ciò che abbandoniamo lungo il cammino. Bisognerebbe al massimo imparare a leggere, a scrivere e altre poche cose utili che la scuola può ancora assicurare; e poi ognuno per conto proprio, incontrandoci magari da qualche altra parte, in “aule” più autentiche e utili.

La fragilità, la fantasia, la creatività e l’ingenuità di un bambino sono elementi puri che non andrebbero modificati. Sono semplici doni dell’anima, del nostro semplice essere umani. L’inserimento sociale dovrebbe essere tutt’altra cosa, ma se così fosse allora sicuramente anche la società sarebbe tutta un’altra cosa.

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