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SATIRI E MUMMIE. L’ARTE DI BARAHONA POSSOLO

Il pittore portoghese Carlos Pedro Barahona Fernandes Possolo de Carvalho, classe 1967, è dedito a un’accanita riproduzione di iconografie legate alla storia antica, alla religione e alla mitologia, risolte in figurazioni estetizzanti. 

Una Venere, più simile a una sciura borghese che alla dea dei simulacri ellenici, sfida un irato Vulcano dal fisico di pornoattore genere “hunk daddy”; donne con volti che potresti incontrare al supermercato posano da didascaliche allegorie, drappeggiate da tessuti a metraggio; sante, streghe, sibille, ninfe ed eroine bibliche o di Roma antica sorridono beffarde, sorvegliando i tailleur o i tubini dismessi in occasione della posa; titani, sicari e fauni atletici o palestrati sembrano appena usciti da un film “peplum” in attesa di entrare in un fumetto. Livide carni ignude di personaggi aldomovariani sono ritratte con accuratezza mimetica in stile Ingres o Velasquez. Rivaleggia con i fiamminghi nel riprodurre gli arabeschi dei tappeti e i damaschi delle tappezzerie;

fa uno sberleffo a Klimt invadendo il suo stesso terreno col dipinto di un uomo incinto, speculare alla donna col pancione di “Die Hoffnung”;

sembra emulare Gustave Courbet e lo stesso Velasquez con un autoritratto allo specchio, salvo accorgersi che l’immagine specchiata ha un’espressione diversa da quella del pittore che ci guarda.

Autoritratto

Autoritratto

Non si può fare a meno di ammirare la resa sensuosa di corpi e di epidermidi, l’abilità della definizione plastica e l’inventività delle situazioni dove uomini e divinità sono colti in contegni inusuali o incongeniali. 

Colori luminosi levigati da un nitore neoclassico, ma contaminato da un impavido realismo fotografico che sfida la volgarità, persino nelle nudità satiresche venate da omoerotismo. La precisione del tratto cesellato si libra sul confine esilissimo e micidiale che separa la bravura mimetica dal cattivo gusto. Le ombre setose dell’impeccabile sfumato e la bizzarria imprevedibile delle pose trattengono per un soffio questi dipinti prima che vengano inghiottiti inesorabilmente dall’abisso del kitsch.

Tra i soggetti prediletti vi sono scenari di egittologia immaginaria: tombe violate, colme di suppellettili accatastate, cripte affrescate con figure ieratiche e cosparse di geroglifici, sarcofagi e paccottiglia funeraria tra sfingi e mummie avvolte ancora nelle bende, illuminate sinistramente da una lampada a petrolio, che un profanatore di tombe ha appoggiato in un canto del sepolcro faraonico. Meticolosi inventari di necropoli egizie e di sacelli nilotici saccheggiati da avide mani di tombaroli e predoni, che suggeriscono avventure e delitti all’ombra delle Piramidi, con personaggi incongrui, nudi o in tunica romana, sorpresi in atteggiamenti sospetti.

Il mondo archeologico e citazionista di Barahona Possollo è tutt’altro che impassibile, ma è sempre percorso da un’inquietante sensazione di assurdo che ci istilla perplessità, revoca nozioni ricevute ed evoca presagi di drammi imminenti. Da ogni parte spuntano rovine, colombari, sepolcri, ossami, teschi e memento mori che incrinano la patinatura degli oli più forbiti. E formando cornici esornative di grande suggestione, esoteriche iscrizioni in arabo, in geroglifico o in italiano antico ammoniscono l’osservatore.

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Il mondo archeologico e citazionista di Barahona Possollo è tutt’altro che impassibile, ma è sempre percorso da un’inquietante sensazione di assurdo che ci istilla perplessità. È il disagio che questi dipinti ci ispirano a redimerli dall’oleografia accademica elevandoli ad arguti enigmi su tela, formulati con ineccepibile maestria.

 

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