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SANTUARIO DI FAULKNER

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Uno specchio nero ridotto in mille pezzi che rifrange nel vuoto alone del crepuscolo i suoi frantumati riflessi. Santuario è il tentativo di increspare la superficie del romanzo naturalista a vapore con l’euforia galvanica della prosa modernista, tutta sottigliezze metaforiche, ellittica, decostruita e smontata in un frastaglio di punti di vista e di scorci spinti ai limiti da uno spavaldo sperimentalismo in stile Western.

Le scene si incastrano e si dissociano, si alternano divagando, si incuneano una dentro l’altra, in uno stop and go di analessi e di vertigini temporali. Nella divaricazione e nelle sfasature sempre più estreme tra i nessi diacronici e le situazioni descritte, il disorientamento diegetico del lettore è funzionale allo smarrimento morale provocato da questo labirinto, dove corrotti e corruttori, vittime e carnefici, aiutanti e antagonisti, protagonisti e comprimari si inseguono, scambiandosi ruoli e precipitando all’improvviso in abissi di tenebra, per riapparire sotto una nuova luce, ancora più sinistra.

Le volubili lacune del racconto, i salti cronologici, i cambi di tono, gli inserti comici incastonati come mimi alessandrini in salsa sudista sul più bello della Spannung, conferiscono alla profondità risentita del chiaroscuro, che preserva l’unità del dramma, impedendogli di scadere nel melodramma, nonostante sia tirato in quella direzione dalla qualità piuttosto grossolana dei nuclei tematici impiegati nella trama.

L’intreccio è tutto, in questo caso. La selezione, il taglio, le omissioni sono gli unici espedienti per redimere la novella salace dello stupro anomalo, ficcata per di più in una cornice da gangster story, trasformando le allusioni in simboli esistenziali e la vicenda di genere in un calvario esemplare di ingiustizia, di perversione, di dolore universale che coinvolge innocenti e colpevoli, adulti e bambini, uomini e animali, contro uno scenario esterrefatto di cieli disperanti e lande putride. Malgrado la dose erculea di artificio e la scoperta intenzionalità delle scelte prospettiche insolite e stranianti, la densità estetica del romanzo risiede nell’intuizione di alcuni personaggi che, emergendo indenni da questa scomposizione picassiana delle loro fisionomie, ci guardano con occhi vivi e umani e non con le sfere di vetro posticce delle mal congegnate marionette di tanti romanzi. L’isterica fragilità di Temple, la perplessità e la fallimentare vocazione bezuchoviana alla ricerca del bene di
Horace Benbow, la tenutaria del bordello dal gran cuore, la madre col fardello del bambino malaticcio sempre in grembo, restano impresse come figure a tutto tondo, anche quando l’ammirazione per l’abilità del montaggio narrativo è ormai sbiadita e l’esuberanza metaforica appare forse come un mero esercizio di stile estrinsecamente applicato al suo oggetto.

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