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RILEGGENDO SORELLE MATERASSI 2 PARTE

La visite, par Silvestro Lega, 1858.

                                                                                                                                                                Silvestro Lega, La visita                                                                                    Miseria della parola

La svalutazione e il depauperamento semantico del glossario quotidiano sperimenta quote di degradazione che vanno da enunciati a grado informativo debole o nullo (“Teresa non sapeva che dire…potevano uscire solo delle parole balorde, tronche, senza logica e di nessuna efficacia rispetto alla palese gravità della situazione”; “Carolina non faceva che annuire, diceva a tutto ‘bene’ e a tutto ‘sì’”) fino a contrazioni di puri monosillabi e a brutali scadimenti nella interiezione, che in effetti spesseggia nelle battute di tutti i personaggi, con una ricorrenza così rilevante da dar credito alla diagnosi di afasia che abbiamo ipotizzato come tema centrale del romanzo.

Entro la pur minima articolazione degli “Ah!”, degli “Oh!” e degli “Uh”! che si sgranano in un grottesco rosario di scoppiettii esclamativi nei più movimentati episodi della vicenda, si orchestra tutta una gamma di sfumature emotive, fino all’ultima battuta del libro, ovvero il sonoro, duplice “Ah! Ah!” di una risata maliziosa al cospetto del ritratto fotografico dell’aitante nipote seminudo. Un’interiezione che ricorda, per nella diversità di accento, quell’ “Ach!” di Alcmena con cui finisce l’Anfitrione di Kleist. Un controverso lieto fine che, come osservava George Steiner in Morte della tragedia, lascia la bocca amara ed esprime una gioia acquistata a troppo caro prezzo. Come Alcmena, anche le sorelle Materassi sono state visitate da una divinità, ma hanno scontato questo privilegio con la perdita di tutto il resto.

A questo punto si direbbe che, soppiantata da rudimentali esclamazioni e strilli inarticolati, la parola non possa venire degradata oltre questo grado zero. Eppure il romanzo di Palazzeschi ha in serbo una destituzione ancora più grottesca, un abbrutimento ancora peggiore. Dove la parola ricompare, essa viene assunta nella sua concretezza fonica, come emissione pneumo-laringale, secreto acustico commisto di fiati e di saliva; e in quella regressione, nemmeno più comportato dalla fonologia ma ormai oggetto di puro studio fonetico. Attraverso l’urlo, il vocabolo si confonde con lo spurgo e, dal turpiloquio, passa alla materiale insolenza dello sputo.

Giselda, arrivato finalmente il momento di scaricare tutto quanto aveva avuto sullo stomaco per anni, non trova, in quel parossismo di esasperazione, termini adeguati alla sua collera così a lungo repressa, talchè si riduce infine a emettere un elementare e inadeguato “grido di disgusto”: “ ‘Phué!’, ripeté, vomitando loro addosso il suo livore” (p 358).

Costretta per anni a un muto soliloquio interiore, non avendo con cui sfogarsi, allora che potrebbe cavarsi la voglia di sproloquiare, ecco che Giselda si scopre incapace di maneggiare il lessico dell’indignazione, sì da incorrere in maldestre parafasìe. Così ci spieghiamo l’ultima e delusiva scarica di vituperio scagliato contro le sorelle, che si sono fatte spogliare di tutti i loro beni dal nipote: “Strulle!”, gridò. E fu come uno sputacchio la sua voce” (p 360).

La scarsa efficacia verbale di così fiacca invettiva, la sua inappropriatezza contestuale è compensata proprio dall’uso aberrante cui la parola è forzata: un urlo che in realtà è uno sputo. E ingiurie e sputi sono armi equipollenti nell’indiavolata scatologia delle Materassi nella scena in cui dalla finestra si accaniscono contro il vicinato (“ ‘Boccaloni!’ ‘Sudicioni!’ ‘Schifosi’…Teresa dopo un grugnito, fece l’atto di sputare sopra gli accorsi” p 362). 

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E la parola divenne materia

In corroborazione a questa diagnosi di degrado afasico della parola, non torna male allegarvi ulteriori sintomi che si ricavano dagli effetti e impressioni destate nei personaggi dalle locuzioni verbali che odono o proferiscono. Si pensi alle qualità fantasmatiche attribuite alla semplice preposizione ‘in’ (“L’arrivo in Ancona, con quell’ ‘in’ davanti, così pungente, così antipatico e ostile, così invincibile” p 110).

Le parole divengono animate, prendono corpo e vita, materializzandosi in forme pressoché tangibili, dove le figure del discorso, i tropi, si avverano in moli immaginifiche e si oggettivano, rinunciando all’arbitrarietà del loro statuto segnico.

(“Le sue parole divennero tanti circoli che si allargavano partendo dalla faccia, investendo e ingoiando l’interlocutrice…”p 141; “La direttrice lasciò cadere dei ‘no’: ‘no…no…’ su tale scala che sembravano caderle lungo la veste, dalla quale, con la mano…li gettava via quasi volendo liberarsi da un minuzzolo, da un filo o un grumo di polvere” p 137). Ventilando i possibili impieghi di Remo, le sorelle si imbattono in un mestiere il cui solo nome le fa inorridire. (“ ‘Un magnano?’ ripeteva Carolina librando nel vuoto la parola, Teresa vi aggiunse…inchiondandola in terra come una bestia velenosa sotto il piedi: ‘Macché!’ ” )(p 128).

La bizzarra reificazione subita non solo dai sostantivi ma persino da parti invariabili del discorso sollecita una poiesi metaforica e vagamente onirica (bestiacce, circoli, pulviscoli) che segna il trapasso di competenze dalla semiologia alla psicoanalisi. Ceduta o smarrita del tutto la loro valenza semantica, le parole usurpate sono investite d’un valore performativo e, da atti locutori, si acconciano al bisogno persino a servire da armi (“Il loro candore di vergini nascondeva una parola di sangue, come il revolver o il pugnale” p 320).

Alibi e silenzi: per una pragmatica dei dialoghi romanzeschi

Il linguaggio delle Materassi, facendosi luogo tra le lacune del riserbo e i baratri delle omissioni, divincolandosi tra false piste e ambiguità, flirtando con l’ineffabile, insinua in quei vuoti un codice parallelo nutrito di anfibologie, sostituzioni e antifrasi decifrabili solo in base a quelle che i linguisti anglosassoni chiamano “condizioni di verità” (truth conditions). Se le sorelle di Palazzeschi affermano una cosa è quasi sempre per intenderne un’altra, in apparente violazione delle massime conversazionali individuate da Paul Grice. Il loro pensiero non si identifica mai del tutto con la locuzione espressa e richiede una decifrazione pragmatica o piuttosto andrebbe affidata ad un’ermeneutica, sto per dire, lacaniana di vuoti e di assenze che ne traducesse i rumori in silenzi sintomatici (“le sue dichiarazioni erano latitanti, mentre, tanto per non tacere, rappresentavano il rumore indispensabile per evitare un silenzio tanto pericoloso e insostenibile” p 243).

Come abbiamo già osservato, quando Teresa e Carolina si domandano a che ora sarebbe tornato Renzo, non lo chiedono perché desiderano effettivamente saperlo, ma per il piacere surrettizio di parlare di lui: libido repressa che si soddisfa acusticamente per sostituzione. Si tratta della stessa notazione di Proust, dove il Narratore, conversando con i genitori, fa in modo che essi debbano pronunciare il nome a lui caro di Gilberte, per la voluttà di poterne udire il suono modulato da una voce neutrale. Così simile, a sua volta, all’infatuato stratagemma che Madame de Mortsauf, in Le Lys dans la vallée di Balzac, mette in opera per far pronunciare alla figlia innocente il nome dell’amato Félix (“Tendevo delle trappole alla mia povera Madelaine per farglielo dire, tanto amavo lo scombussolamento di questa sensazione”).

Ma è ancora più sorprendente sentir risuonare sotto le volte di un tetro castello scozzese gli stessi alibi della fraseologia quotidiana impiegati in un tinello fiorentino piccolo-borghese. Le scene dialogate del Master of Ballantrae di Stevenson risultano altrettanto elusive di quelle delle Materassi. Nel suo romanzo, Stevenson così definisce “a strange art” questo genere di discorsi obliqui: “un’arte singolare, che può essere praticata così: parlando per ore di una cosa senza mai nominarla, senza accennarvi neppure alla lontana” (p 102)mystery_castle_1_by_wulfman65-d4piv9bEludendo accuratamente l’oggetto del messaggio, Henry discorre col suo fedele dipendente Mackellar in “a strange manner of talk” (“era uno strano modo di parlare, il suo; non faceva mai nomi, non precisava mai nulla; eppure pensavamo ambedue alla stessa cosa e ambedue ne eravamo consapevoli.”).

Un bel po’ di decenni prima dei linguisti e dei sociologi della Scuola di Palo Alto, Stevenson (1888) e Palazzeschi (1934) avevano intuito che ogni comunicazione ha un aspetto di relazione, trasmesso secondo modalità analogiche, non verbali o indipendenti dal mero contenuto linguistico espresso. È interessante ritrovare in Scozia tra i membri della gentry del Master of Ballantrae lo stesso ricorso a parole latitanti, all’altrove semantico che vige nel contado fiorentino tra le borghesucce delle Materassi.

Altre e ben più scabrose attinenze tra i due romanzi ci restano ancora scrutinare…Ma di questo sia in un altro articolo.

Le pagine citate nell’articolo si riferiscono a A. Palazzeschi, Sorelle Materassi, Miliano, Mondadori, 1968 e R.L. Stevenson, Il Signore di Ballantrae, trad. Giuliana Pozzo, Sansoni, Firenze, 1965

                                                                                                                                               Giovanni Lopez

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