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RILEGGENDO PALAZZESCHI E STEVENSON

Silvestro Lega - Due bambine che fanno le signore

                                                                                                                                              Silvestro Lega – Due bambine che fanno le signore

Lo sguardo sulla nudità

L’identica interdizione dell’esplicito che grava sui dialoghi di Sorelle Materassi e The Master of Ballantrae, corrisponde nella trama di Palazzeschi a un nodo di sensi rimossi di cui il lettore conosce bene l’oggetto: l’attrazione erotica esercitata sulle zitelle Materassi dal bellissimo nipote. Ma ancora più precisamente, questa rimozione concerne il desiderio voyeuristico di carpire la nudità maschile, desiderio cui si allude più volte nel corso del racconto.

La nudità di Remo, in luogo d’essere solo uno dei temi, deve pertanto considerarsi il perturbante del romanzo, attorno al quale si addensano i sintomi dell’afasia dei personaggi. Non a caso l’happy end coincide con l’ostensione trionfale della foto di Remo in costume da bagno. La foto viene addirittura esposta in bella vista nel salotto: la soddisfazione del desiderio inconscio converge con l’accettazione sociale del rimosso.32cac0b5d095eefdabe5070b03e590e5

Per sopraffina malizia, Palazzeschi dissemina dove può allusioni più o meno discrete allo scabroso motivo che è il sotterraneo fomento della gustosa trama. Se la prestante nudità del giovane spesso scandalizza l’ombrosa Giselda e ancor più spesso delizia Niobe, tiene però sempre escluse Teresa e Carolina, le quali non hanno mai l’opportunità di assistere alla prelibata oscenità di quella visione virile, sebbene cerchino ogni modo di sorprenderla e spiarne le occasioni, con la complicità della serva.

Quello sguardo deluso continua a riapparire ambiguamente lubrico nelle espressioni del narratore che commenta i casi (“molte infatti sono le cose che un giovane come il nostro può fare vedere a donne di questo genere” p 183; “non ci farà stupire il fatto che due povere donnine si indugiassero a guardare” p 184; “Per quanto guardassero, alle poverette rimanevano sempre molte cose da vedere” p 189).

È evidente che la mancata soddisfazione di questo sguardo sfoga in forme nevrotiche una specie di appagamento succedaneo e allucinatorio (“Ed era accaduto che avendo Niobe o Giselda bussato alla porta della loro camera…con urla laceranti si erano sentite rispondere: ‘Non si può!…Non entrate! Sono nuda!…Sono in mutande!’…E non erano nude per niente, o solo in parte…E se erano nude davvero…una volta dentro sentivano il bisogno di gridarlo: ‘Siamo nude!…Siamo in mutande!” p 191).

Il progresso fabulatorio del romanzo potrebbe venire descritto anche come una serie di ritardi, dilazioni o diversioni di questa eventualità dell’appagamento, della ricognizione di questa nudità vietata. Sebbene in verità Remo, dalle zie in fuori, non faccia che esporre e sfoggiare la propria esuberante virilità, concedendosi a tutta la possibile cupidigia degli sguardi, mentre i suoi stessi abiti dichiarano la sua atletica nudità pur mentre la sequestrano e le fotografie che lo ritraggono in succinto costume ne moltiplicano l’impudicizia, rendendola irraggiungibile allora che paiono metterla a portata di mano.7285415.a166e3e3.640

Istigata e delusa per l’intero racconto, questa brama viene infine soddisfatta coram populi nelle forme feticistiche cui abbiamo accennato: la gigantografia di Remo seminudo esposta all’universale legittimazione di una società che, ammettendone ipocritamente l’innocenza, ne misconosce la perversione o, forse, se ne fa connivente: “Le contadine ammiravano il ritratto senza riserve” (p 372).464775550e78448ccf952c2df56174cc

L’enfant gaté

Palazzeschi è riuscito a trattenere il suo protagonista maschile in una insolubile ambivalenza, mostrandone, a riscontro della cinica indifferenza e della capricciosa vuotaggine interiore, la quasi innocente spensieratezza del suo opportunismo, la vitalità sfrenata della sua estroversione e soprattutto la spontaneità della sua avvenenza fuori dal comune, affatto esente da civetteria (“in lui non c’era artificio alcuno, ma la natura soltanto che aveva studiato bene.”) ma non dalla consapevolezza dell’ascendente che la sua bellezza esercita sul prossimo. Il fascino e la fredda perspicacia con cui lo esercita, individuando i lati deboli altrui, ha fatto di Remo un ragazzo viziato, allevato nell’equivoca predilezione di tre zitelle che, in luogo del senso materno, posseggono una forte frustrazione sessuale.

Il destino romanzesco degli enfant gaté, si sa, è quello di finire immancabilmente seduttori e poco di buono. Ogni biografia dei vari Lovelace letterari deve sottintendere un prequel di bad boy narcistista. Torniamo al parallelismo con il Master of Ballantrae di Stevenson. James, il fratello cattivo, è l’esemplare incarnazione di tale carattere. Preferito al buono e onesto secondogenito, James si cattiva le predilezioni in forza di una irresistibile attrattiva. Più appaiono indizi di scapestrataggine e di mal talento più cieca si fa l’indulgenza dei suoi cari. Corrotto da questa parzialità, il figliol prodigo finirà dissoluto avventuriero, dopo aver ben bene spremuto la famiglia per finanziare i suoi sperperi. Viene in mente un altro James, lo Steerforth amico di David Copperfield, coccolato dalla madre vedova e da una cugina nubile, che ripaga la dedizione del suo piccolo gineceo crescendo cinico e debosciato.Progress-Hogarth

                                                                                                                                      Hogarth – Rake’s progress

Come nelle acqueforti di Hogarth e nell’opera di Stravinskij, i tre romanzi tirati in ballo descrivono di conserva un’esemplare “carriera di un libertino” che, cominciata con i guasti di una sconsiderata predilezione parentale, finisce nella depravazione morale, trascinando nella rovina sedotti e seduttore. Lady Steerforth nei confronti del figlio, Lord Durrisdeer del suo primogenito James, le Materassi con il nipote Remo sono un vero disastro dal punto di vista pedagogico. Vittime del fascino esteriore dei loro pupilli, sono tutti incorsi nel medesimo errore di accordare incondizionata benevolenza a chi non ne meritava affatto, non incoraggiandone lo sviluppo morale. Il pervertimento di questo anti-eroe dichina per tappe ed episodi dotati di una certa fatalità narratologica. È per questo che i due James e Remo prendono una tal quale aria di famiglia che li apparenta. Sir James, Steerforth e Remo diventano seduttori di femmine ed esosi scialacquatori di sostanze. Sia Sir James che Remo hanno messo allegramente incinta una ragazza, lasciando che la famiglia si impacci di aggiustare la faccenda per via di bei denari. Appena una variante in David Copperfield, dove Steerforth disonora Emmy, dopo aver già rovinato la cugina Miss Dartle, sfregiandola in volto.

La questione artistica s’appunta sulla maniera in cui lo scrittore arriva a costruire il personaggio negativo, senza abbandonarlo del tutto al biasimo e all’antipatia del lettore. Steerforth non deve diventare il viscido Uriah Heep. Il successo estetico di un personaggio così particolare come il fascinoso scellerato risiede nel non far venire mai meno l’azione delle sue asserite attrattive, anche dopo averne svelato i miserevoli moventi; e continuare a tener desta anche in chi è solo spettatore la suggestione del fascino esercitato sugli attanti. Decidere la questione della bontà o cattiveria del personaggio una volta per tutte estinguerebbe nel lettore ogni interesse per lui.

L’ascendente che gli viene attribuito deve preservarsi, malgrado i ragguagli diegetici controproducenti, grazie all’ambivalenza e all’oscillazione, in un oculato gioco di compensi e di bilanciamenti instabili. Per salvaguardare questa doppia valenza strutturale, Palazzeschi ricorre al motivo delle avvenenza elusiva di Remo, quasi tendesse a salvaguardare la nostra simpatia per il suo personaggio con una sorta di esenzione morale in virtù di un privilegio estetico riservato ai capolavori dell’arte. In questo modo lo sottrae alla pura e semplice riprovazione etica per affidarlo al regime dell’ambivalenza erotica (“in ogni atto era questo calore esterno e questa freddezza interiore. Freddezza che dava un senso di sospensione dopo aver attratto, che agghiaccia dopo avere acceso” p 186).

Un’alternanza di gelo e di calore, di bellezza e di insensibilità che ricorda il contatto con certe statue suscitatrici di desideri carnali, in celebri pagine della letteratura dedicate all’agalmatofilia (dal greco, amore per le statue). 661ac988e36b80d2cb26741b5025bd87

La bellezza statuaria di Remo esercita la stessa impossibile attrazione che illude con una parvenza di calore vitale il giovane Florio ammaliato dal simulacro di Venere in Das Marmorbild (La statua di marmo) di von Eichendorff; o che spinge il fanciullo di Heine a baciare una bianca dea di marmo nella prima delle Notti fiorentine; o che turba gli ammiratori della Venus d’Ille di Mérimée (“plus on regardait cette admirable statue, et plus on éprouvait le sentiment pénible qu’une si merveilleuse beauté pût s’allier à l’absence de toute sensibilité”) fino all’umoristico tête à tête con la Venere Borghese di Canova in Paolina fatti in là di Antonio Baldini.

Tornando al nostro impudente seduttore, occorre aggiungere che se fosse condannato all’avversione senza appello del lettore, le vicende che la sua condotta determina perderebbero verosimiglianza e credito. Non si comprenderebbero infatti i motivi che avvincono gli altri protagonisti ad un personaggio che è stato già destituito d’ogni stima e simpatia per chi legge. Non si può semplicemente predicare una qualità, come fanno i romanzieri scadenti. Sia il trattamento di Palazzeschi sia quello di Stevenson presentano, nell’affinità degli scopi, una mirabile finezza di procedure narrative per disseminare nel percorso diegetico gli elementi efficaci al loro assunto. Il sex appeal dei loro personaggi non è solo presupposto ma rappresentato drammaturgicamente.

Come Remo, anche James abbina ad una “esteriore sensibilità” una “intima durezza”, come osserva Mackellar, attratto e respinto anch’egli dal suo insalubre fascino. Nelle Materassi l’ascendente di Remo creava fazioni: Teresa, Carolina e Niobe contro Giselda, incorrotta e inascoltata Cassandra dei disastri imminenti. Nel Master, dopo un primo schieramento di partiti avversi nel seno stesso della famiglia, l’antagonismo dei personaggi pro o contro James viene sussunto alla fine dal solo Mackellar, il quale, non che dirimerlo, lo prolunga come antinomia nel proprio conflitto interiore, in un imbarazzo della coscienza. Pur continuando ad alimentare, per fedeltà al padrone, la propria ostilità verso James, Mackellar sente di cedere sempre più all’incanto pernicioso che il giovane giunge alla fine a esercitare persino su di lui, casto e bigotto calvinista, che più dovrebbe essere immune.

Nel mentre che esecra James, egli si sorprende involontari moti di adesione entusiasta per il nemico (“Aveva tutta la gravità e alcunché dello splendore di Satana nel Paradiso Perduto. Non potei trattenermi dal guardarlo con ammirazione…” p 150)

Siccome James assomiglia a Remo, saremmo curiosi a questo punto di appurare se, in virtù di una contiguità tematica tra i due romanzi, anche Mackellar abbia qualcosa in comune con le sorelle Materassi. Seguendo gli indizi biografici e psicologici sparsi nel racconto stevensoniano, possiamo finalmente smascherare il nostro Mackellar per scoprire che, sotto gli abiti austeri del leale e irreprensibile maggiordomo, si cela una vera e propria zitella, almeno dal punto di vista caratteriale; e anzi, a tratti, una zitella non meno isterica di Teresa e Carolina Materassi. La prima a subodorare questa sconcertante identità è un altro personaggio, Miss Alison, la quale, con tono di benevolo rimprovero se ne esce con una frase davvero singolare: “Sapete cosa siete, Mr. Mackellar? Siete una vecchia zitella (in inglese “an old maid”)” (p 141).

L’ipotesi dell’intima somiglianza tra Mackellar e le nostre zitelle palazzeschiane comincia a farsi meno improbabile dopo che vediamo lo stesso James appioppargli per strazio il beffardo appellativo di “old wife” in due differenti occasioni (“Chi l’avrebbe mai indovinato…che questa vecchia zitella avesse dello spirito sotto le gonnelle” p 163; “la vecchia zitella ha del sangue nelle vene dopo tutto!” p 179).5fa20a81a2eccb304c1ac1ceaa5cb193

Certo, se riusciamo ancora a concepire l’affinità tipologica tra un perdigiorno toscano e un country gentleman scozzese, pur nella diversità dell’incarnazione letteraria, facciamo fatica ad ammettere che si possano assimilare un rispettabile puritano suddito della Corona e due attempate becere del contado fiorentino. Nondimeno è indubbio che per mostrare in atto il fascino ambivalente del personaggio al narratore occorre mettergli accanto qualcuno che lo subisca. Mackellar sembra essere stato introdotto proprio a questo effetto da Stevenson. Era indispensabile dotare il suo antagonista delle opportune disposizioni psicologiche per essere sensibile alle qualità canagliesche di James. Ne è argomento il fatto che, a paragone dell’esuberanza e alla maschia sensualità di James, Mackellar non è che un eunuco, una “zitella” con panni da uomo. Nel giovane James lo attirano proprio quella baldanza, quella spavalda virilità che egli è ben lontano dal possedere.4thEarlOfDunmore

 

Da qui ad affermare che l’attrazione di Mackellar per James è di inconfessabile natura sessuale, come nelle Materassi per Remo, ce ne corre. Gioverà tuttavia aggiungere che tale attrazione, la quale nelle Materassi era contristata da un forte divieto come quello che grava sull’incesto, in Mackellar è intorbidata, se non dal repentaglio dell’infrazione omoerotica, certo dal senso di una illegittimità perpetrata contro la coscienza. Si rammentino le esagerate reazioni di Mackellar alla vicinanza fisica del giovane (“Quest’orrore…accrebbe di molto la mia repulsione alla sua presenza; cominciai a rabbrividire, quando mi si avvicinava, talvolta m’esasperava al punto d’esser lì lì per urlare” p 171).

Reazioni così sproporzionate rispetto alla causa esteriore da potersene cavare il sospetto di un conflitto interore che, aggravato dal senso di colpa, scatena veri e propri sintomi di isteria in una costituzione psicologica tanto svirilizzata da risultare femminea.

Direi che ce n’è a sufficienza per corroborare l’ardita comparazione proposta tra il romanzo di Stevenson e quello di Palazzeschi, così lontani nel soggetto, ma in molti aspetti davvero affini quanto a tramatura tematica e temperie psicologica.

Del resto ci conforta in questo parallelo l’esempio di Elsa Morante che, basandosi soltanto sul modo con cui il Čičikov di Gogol si soffia epicamente il naso, avanza l’intrepida ipotesi che il protagonista delle Anime morte appartenga all’immortale archetipo di Achille.

Le pagine citate nell’articolo si riferiscono a A. Palazzeschi, Sorelle Materassi, Milano, Mondadori, 1968 e R.L. Stevenson, Il Signore di Ballantrae, trad. Giuliana Pozzo, Sansoni, Firenze, 1965

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