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REPORTAGE DAL GIAPPONE 4: BESTIARIO NIPPONICO dal nostro inviato Giacomo Cinelli

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KYOTO

Non vedere il male, non ascoltare il male, non parlare del male!

Questo significano le pose delle famose tre scimmiette della tradizione buddista. Ma un’altra terna di precetti ammonisce il visitatore del Parco delle scimmie di Iwatayama, a Kyoto:

Non nutrire le scimmie, non toccare le scimmie, non guardare le scimmie!

Eccoci dunque davanti agli originali in carne e pelo delle scimmie raffigurate in milioni di immagini con le mani sugli occhi, sulle orecchie e sulla bocca.

Decine di macachi giapponesi (nome latino Macaca fuscata) vivono liberi allo stato selvatico in questo parco sulle pendici del Monte Arashiyama, lasciandosi avvicinare dai turisti, ma senza dare troppa confidenza. Il divieto di dar loro da mangiare non è assoluto: lo si può fare, ma solo attraverso una speciale recinzione. La cosa buffa è che la recinzione racchiude gli uomini, mentre gli animali sono liberi all’esterno.IMG-20150822-WA0001

Il cibo viene acquistato nel parco. Ci si accosta alla gabbia, si porge attraverso le maglie della rete una fettina di mela o di banana, una nocciolina o una castagna e le scimmie accettano l’offerta, tendendo la mano con aria vagamente annoiata e condiscendente. Si lasciano fotografare e riprendere di buon grado, ma senza entusiasmi, sollevando a volte gli occhi al cielo, come se fossero un po’ stufe di questa fissazione umana per le videocamere.IMG-20150822-WA0000

Osservandole, si ha l’impressione che ognuna abbia un proprio carattere. Si riconoscono i macachi vecchi e scettici, le femmine grasse e indolenti, gli adolescenti giocherelloni. I piccoli delle scimmie (stavo per chiamarli bambini) prendono il cibo tra le minuscole dita con una delicatezza e una precisione che intenerisce e poi corrono a giocare tra loro. Uno spasso guardarli, ma anche leggermente inquietante per la somiglianza con i nostri cuccioli di uomo. Come noi, i macachi giapponesi lavano il cibo prima di mangiarlo, se è sporco, fanno volentieri il bagno in acque termali e sono stati visti persino tirarsi pallate di neve per gioco. Proprio per il suo comportamento semi-umano questa specie è il soggetto preferito dei neuroscienziati per i loro studi.Iwatayama Monkey Mountain

Hanno una pelliccia bruna che si sarebbe tentati di accarezzare, se non fosse proibito toccarli. Non superano il metro e sono quasi senza coda, il che li rende ancora più simili a noi altri della specie homo sapiens.IMG-20150822-WA0002

In Giappone ci sono animali che di code ne possono invece avere fino a nove. Sono le volpi, chiamate in giapponese kitsune, animali mitologici che si trovano spesso raffigurati nei templi dedicati alla divinità Inari. Ci siamo spostati a Fushimi-ku, ai piedi del monte Inari, per visitare il santuario di Fushimi Inari Taisha, il principale tempio dove si venera il kami Inari, dio shintoista del riso e dell’abbondanza. Le kitsune sono considerate i messaggeri di Inari e vengono perciò venerate anch’esse come divinità. In questo tempio di Kyoto le statue di kitsune sono raffigurate come volpi guardiane, con una specie di collare rosso e una chiave in bocca.   kitsune-fox-in-japanese-stands-sentry-with-key-to-rice-granary-at-fushimi-inari-taisha

Secondo le leggende giapponesi, le volpi, oltre a essere intelligenti, hanno doni soprannaturali che aumentano con l’età. Più una kitsune è vecchia, più acquisisce poteri e più code le spuntano, fino a sfoggiarne nove. Hanno la capacità di trasformarsi in donna. In molti racconti si parla di belle ragazze che in realtà si riveleranno volpi. Vengono a volte smascherate dalla coda, difficile da nascondere; oppure dalla invincibile tendenza a fuggire terrorizzate di fronte a un cane. Le kitsune di Inari sono bianche, colore portafortuna. Le statue di queste volpi leggendarie sono situate sempre a nord-est, un punto cardinale considerato infausto, perchè punto d’accesso delle potenze demoniache.

Oltre che dalle volpi, il tempio di Fushimi Inari-taisha è caratterizzato dalle centinaia e centinaia di torii rossi e neri, i pilastri d’accesso ai luoghi sacri, che sovrastano con le loro travi il sentiero che porta al santuario, trasformandolo in una specie di galleria. Siccome Inari è il dio della ricchezza, le aziende giapponesi hanno pensato bene di tenersi buona la divinità offrendo ciascuna un torii.Fushimi-Inari,kyoto.

Il padiglione principale è stato edificato nel 1499, in pratica quando a Roma Michelangelo scolpiva la Pietà e il Bramante progettava il chiostro di Santa Maria della Pace. Noi profani europei riusciamo bene o male a distinguere in Italia un edificio rinascimentale da uno barocco, ma sfido un non specialista a riconoscere in Giappone un tempio del Periodo Kamakura da uno del Periodo Edo. L’esigenza comune dell’architettura monumentale giapponese di ogni secolo e stile è quella di fondersi con la natura, quasi dissolversi nel paesaggio, cosa che spesso gli edifici fanno davvero, essendo realizzati in legno e usurandosi con il passare dei secoli.Nijo Castle. Buongiorno Kyoto

Un esempio di architettura dove la componente paesaggistica è più importante di quella edilizia è il castello Nijō a Kyōto; una sequenza di ali, camere, sale, uffici, e padiglioni in legno di cipresso che si incastrano con spigoli o lati adiacenti, collegati da corridoi e cortili, immerse nei giardini. Anche se questi incastri fanno pensare ai blocchi che compongono i pezzi del Tetris, il castello degli Shogun cerca di far dimenticare la sua complicata imponenza, alleggerendosi all’interno grazie alle pitture naturalistiche dei fusuma, i pannelli verticali che fungono da pareti o da porte, rivestiti di carta decorata, fissata in telai di legno laccato. Anche qui gli animali sono i protagonisti, con tigri e pantere, uccelli e oche tra boschetti di bambù, fiori e alberi. E per rendere più meravigliosa l’illusione di trovarsi nella natura persino i pavimenti, quando ci passate sopra, producono un suono che imita il verso dell’usignolo!

 

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