Q COME QUESTIONE di Stefano Paoletti

 Bernardino Loschi, ritratto di Pietro Pomponazzi, con Aldo Manuzio

Bernardino Loschi, ritratto di Pietro Pomponazzi, con Aldo Manuzio

Diverse questioni aperte dalla filosofia medievale vennero ereditate nell’età umanistica. Superata la condanna e la censura degli scritti aristotelici e platonici portata avanti dalla chiesa cattolica, gli umanisti li studiarono, cercando di recuperarne il senso originario.

I testi antichi proponevano una visione del mondo che divergeva da quella medioevale, dato che la vita terrena viene valorizzata e l’uomo viene messo al centro dell’universo. Usando i classici greci e latini, gli umanisti maturarono una nuova concezione della realtà.

Come già aveva detto Bernardo di Chartres gli umanisti avvertivano se stessi come “dei nani sulle spalle dei giganti” perché, grazie agli insegnamenti degli antichi, erano in grado di guardare più lontano di chi li aveva preceduti nel tempo e superati nelle doti di ingegno. La questione della superiorità degli antichi sui moderni fu ripresa e approfondita nelle epoche seguenti, facendo scoppiare una vera “querelle” nel XVII secolo in Francia. 

Una questione su cui si sviluppò un dibattito intenso era legata alla concezione dell’anima. Al dogma dell’immortalità dell’anima professato dalla Chiesa, si contrappongono le teorie degli averroisti (dichiarati poi eretici dalla Chiesa) e di alcuni umanisti, tra cui il più importante è Pietro Pomponazzi, il quale sosteneva che l’anima individuale è inscindibile dal corpo ed è per questo motivo mortale.

Questa teoria metteva in discussione l’esistenza di una vita dopo la morte. Ma per Pomponazzi, anche se non ci fosse una vita dopo la morte, il premio della buona condotta è la virtù e la felicità; e il castigo per una cattiva condotta è una vita infelice e priva di virtù.

Non meno vivace fu la questione sull’imitazione e sul volgare. Poliziano e Cortese disputarono sui modelli latini da seguire: il primo proponeva una “docta varietas”, l’altro consigliava di attenersi a Cicerone e a Virgilio, come esempi insuperabili di arte della parola. Rivalutato il volgare, come lingua letteraria, la questione dei modelli di lingua si spostò sull’italiano.

Bembo era un promotore dei modelli trecenteschi di Petrarca e Boccaccio e un promotore di un volgare letterario lontano dal fiorentino parlato. Avverso all’idea del Bembo era Machiavelli, che parteggiava invece per l’uso del fiorentino. Alla fine a prevalere fu la tesi di Bembo, che, se da un lato favorì un’unificazione linguistica, dall’altro lato allontanò la possibilità di una fruizione più ampia della letteratura, che rimase a lungo confinata in ambito cortigiano o degli intellettuali di professione.

 

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