PIRENEI: LE VALLI DEL POPOLO REIETTO

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Cagot, Gézitain o Chrestian per i francesi del Sud-Ovest e dei Pirenei. Agotes per i baschi e i navarrini. Un singolare gruppo etnico di reietti i cui discendenti, ormai inconsapevoli, vivono ancora nelle valli pirenaiche a cavallo tra Francia e Spagna.

I Cagot non si distinguevano per tratti fisiognomici peculiari, non parlavano altra lingua che quella del paese in cui vivevano, non professavano altra religione che quella cattolica, non portavano nomi tipici che li distinguessero dal resto della popolazione locale. Eppure, a partire dal Basso Medioevo e per molti secoli a venire, furono emarginati e vissero in uno stato di segregazione, oggetto di odio razziale, di diffidenza, di sospetto. E tutto questo senza una spiegazione logica, senza una causa precisa, senza un motivo certo ed esplicito, senza una giustificazione comprensibile, a tal punto che gli storici si sono arrabattati in una molteplicità di ipotesi nessuna delle quali solida e definitiva.61c96ca4dc9ffa9464ff024c6b265b36

L’accenno più recente a questa popolazione di paria europei la troviamo in Legado en los huesos, un romanzo del 2012 scritto dalla spagnola Dolores Redondo e ambientato nella valle del Baztàn, in Navarra, ai piedi dei Pirenei. È il secondo volume di una trilogia che ha per protagonista l’ispettrice Amaia Salazar.007c584be181f8ccfff1347cdcc07d75

Comincia in un cimitero, con il dissotterramento clandestino di un bambino morto; e prosegue in un tribunale, con l’imputato di un processo che si suicida, lasciando un messaggio enigmatico. Nelle pagine seguenti troviamo angoscianti barlumi di misteri passati, superstizioni ancestrali e racconti favolosi. Ma i segreti più inquietanti riguardano appunto i discendenti di questi infelici Agotes, vittime di un apartheid secolare che li accomuna agli ebrei.

Édouard Manet, Mendicante

                               Édouard Manet, Mendicante

Nel 2010, quindi due anni prima del libro della Redondo, il mistero di questo popolo maledetto era già stato affrontato nel romanzo di Tom Knox (pseudonimo del giornalista inglese Sean Thomas) Il marchio di Caino, edito in Italia da Longanesi.

61vCl2SqfFLLa trama ci trasporta lungo tortuose piste investigative dai villaggi baschi alle pendici dei Pirenei alle savane della Namibia, dal Mare del Nord al deserto dell’Arizona, dall’Inghilterra alla Francia, da un convento domenicano a un campo di concentramento nazista, nel tentativo dei protagonisti di sciogliere i legami inestricabili e oscuri che stringono in un nodo funesto le vittime di feroci assassini al popolo perseguitato che viveva nei Pirenei.

David Martinez è un giovane avvocato londinese. Suo nonno è morto lasciandogli nel testamento due milioni di dollari e un’antica mappa. David non sa ancora che su quella mappa sono segnati i misteri della sua famiglia. Per ritirare la somma deve recarsi nei Paesi Baschi. Qui, alle pendici dei Pirenei, è sepolto il vergognoso segreto di una maledizione ereditaria. Mentre l’avvocato sta tentando di raccapezzarsi sul significato arcano della mappa, a Londra il giornalista Simon Quinn è alle prese con un caso di cronaca nera. Una anziana e ricca signora è stata orribilmente torturata e assassinata. Poco dopo, in circostanze analoghe, viene ucciso un altro uomo. Gli omicidi sembrano essere collegati tra loro. Entrambe le vittime erano anziane e benestanti e entrambe erano originarie di un villaggio basco. Nei Paesi Baschi le ricerche dell’avvocato Martinez incrociano quelle del giornalista Quinn e i due, con l’aiuto dello scienziato scozzese Angus Nairn, indagheranno sui rapporti che legano ricchezze, torture medievali, omicidi e villaggi baschi, per scoprire un nucleo nero di persecuzioni razziali, eugenetica nazista, complicità insospettabili, fino a rimontare a oscuri versetti biblici che alludono a Caino e al marchio della maledizione divina che lui e i suoi discendenti si porteranno dappertutto e per sempre addosso. Il marchio di Caino è impresso indelebilmente sul popolo chiamato Agot.

David Scott, Caino, 1831

                                                  David Scott, Caino, 1831

Se la trama è d’invenzione, è invece autentica la documentazione su questo popolo infelice, vittima di una delle più inspiegabili discriminazioni della storia. Tra le fonti  storiografiche più importanti viene citato il classico studio del filologo Francisque Michel Histoire des races maudites de la France et de l’Espagne, un saggio del 1847. 

Ferratissimo medievalista detective d’archivio sempre a caccia di manoscritti del Medio Evo, Michel era particolarmente attirato dalla storia dei marginali e degli esclusi: i mendicanti, i bricconi, i manigoldi girovaghi, i vagabondi, i nomadi, che andavano a formare le corti dei miracoli tipiche delle città medievali. E dedicò un intero libro alle questioni intorno alle origini e allo sviluppo delle discriminazioni contro i più bizzarri tra i derelitti, il popolo dei cagot/agot sparsi tra il sud-ovest della Francia e il nord della Spagna.

Gustave Doré, La corte dei miracoli

                                                  Gustave Doré, La corte dei miracoli

Michel li descrive come i capri espiatori per la società, incolpati di ogni possibile nefandezza: necromanzia, furti, pederastia, contagi pestilenziali, tant’è che alcuni dei nomi con cui venivano chiamati designavano i lebbrosi. Quanto all’origine di questo disprezzo fanatico, vengono avanzate varie supposizioni. Il termine Chrestians con cui li si additava fa pensare ai cristiani ariani, quali erano i barbari Goti, per spregio detti cani goti (da cui cagot e agot). I cagot potrebbero dunque essere i pronipoti dei Visigoti sconfitti dai Franchi che si rifugiarono in quelle zone a cavallo tra Francia e Spagna, dal Bearnese alle Asturie. Altri ritengono che abbiano invece origine dagli arabi sconfitti da Carlo Martello nell’VIII secolo oppure da musulmani fuggiti dalla Spagna all’epoca della Riconquista dei re Cattolici. Altri parlano di eretici catari o di ebrei marrani, di gitani, di fuggiaschi, di disertori e comunque di emarginati e fuorilegge annidati tra i monti fino a formare piccole comunità separate, mescolati ai lebbrosi in mezzo ai quali nessuno avrebbe osato venirli a disturbare. Dimenticata la loro origine, rimase su di loro un marchio d’infamia inspiegabile per la ragione, ma fanaticamente radicato nella superstizione popolare, che a dispetto dell’evidenza attribuiva ai membri di questa razza immaginaria tratti somatici speciali tra cui il gozzo, i piedi palmati e la manzanca di lobi alle orecchie. In realtà pare che nulla li distinguesse dal resto della popolazione. Il terrore di malattie contagiose e l’ignoranza delle loro origini si riversò sui cagot al pari che sugli untori ricordati da Manzoni.

Dovevano portare cuciti sui loro abiti un pezzo di stoffa tagliato a mo’ di zampa d’oca per farsi riconoscere e suonare una raganella per farsi udire da lontano. Vivevano in quartieri separati e da morti venivano sepolti in un posto a parte nei cimiteri. Persino nelle chiese erano tenuti segregati in una zona lontana dal resto dei fedeli, anche dopo che una bolla papale di Leone X lo aveva espressamente vietato. Non potevano esercitare mestieri che comportassero il maneggio di terra, fuoco o acqua. Erano sospettati di avvelenare i pozzi. In compenso era loro concesso il mestiere di cerusici e di levatrici. Potevano toccare il legno, per cui molti facevano i carpentieri, i falegnami, i taglialegna ma anche i boia, i costruttori di bare e i becchini, il che non contribuì a farli amare.

Dopo otto secoli di umiliazioni e di oltraggi, la loro integrazione fu lenta ma inevitabile, così come inevitabile fu l’oblio, tanto che molte famiglie oggi non hanno idea di avere tra gli antenati un cagot. Ci vollero due rivoluzioni per cambiare la sorte dei cagot. La prima fu la benemerita Rivoluzione Francese, che dette loro i pieni diritti di cittadinanza, insieme agli ebrei. La seconda fu la rivoluzione industriale con il conseguente fenomeno dell’urbanesimo che rimescolò a tal punto la popolazione da rendere ormai indistinguibili i cagot tra le masse che migrarono dalle campagne per lavorare in città. “Cagot” rimane ormai solo come termine ingiurioso in certi dialetti locali, senza che nessuno sappia più dire che significhi.

Sembra che l’ultimo baluardo di questa assurda discriminazione sia stato la città di Arizcun, in Navarra, dove fino al secolo scorso c’era un ghetto in cui gli agotes vivevano segregati, scontando una presunta maledizione biblica la quale non era altro che la maledizione troppo umana dei tanti Caini che in ogni epoca perseguitano i membri della loro stessa specie spinti dal pregiudizio, dell’irrazionalità e del fanatismo.  

Bartolomeo Manfredi, Caino uccide suo fratello

                                   Bartolomeo Manfredi, Caino uccide suo fratello

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