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PANICO DI HELEN MCCLOY

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Oltre alle qualità innegabili di giallista, la McCloy ha una raffinatezza di scrittura e una densità letteraria non facile da rinvenire nei libri di intrattenimento. Ho letto moltissimi gialli d’epoca, ma in nessuno che io ricordi si trovano tante osservazioni perspicaci nutrite di pensiero e di giudizi filosofici non banali, con passi sulla Natura che a un italiano richiamano la visione pessimistica di Leopardi:

Bisognava vivere nel cuore di un bosco per rendersi conto che l’umanità era una lieve increspatura sulla superficie di una corrente di vita che penetrava in ogni crepa libera, fluiva in ogni vuoto biologico nell’attimo stesso in cui questo si produceva…vespe in solaio, termiti nella ringhiera della veranda, topi nella dispensa, scarafaggi in bagno, rondini sotto il tetto…afidi sulle rose, vermi nelle mele, licheni sulle tegole, muffa sul pane, tarme nell’armadio…Dovunque ci si voltasse era impossibile non imbattersi in qualche forma di vita torturata e trasformata in innumerevoli incredibili forme dallo strazio dell’adattamento, tutte urgenti, divoranti, instancabili: il silenzioso smantellamento della presunzione dell’uomo che la terra sia stata creata per la sua esclusiva comodità”

In quale altro romanzo giallo si citano con disinvoltura e senza sospetto di pedanteria, perché strettamente funzionali al tipo di intreccio, i nomi di Benedetto Croce, Maeterlinck, Freud, Plutarco o Eschilo? Un romanzo scritto da una intellettuale, ma non in maniera intellettualistica. Non ci si attende tanta raffinatezza letteraria in un giallo americano degli anni ’40. Bisognerà aspettare Donna Tart e il suo Dio di illusioni per ritrovare in America uno spessore di stile abbinato a una capacità magistrale di imbastire un mistero avvincente. La McCloy è americana, ma si sente che ha studiato alla Sorbona. Persino le efficaci atmosfere di suspense sono sostenute da un’erudizione sempre discreta e non invadente che indaga sulle radici storiche e mitografiche della voce “panico”, un sentimento che è allo stesso tempo centro tematico e nodo risolutivo del mistero. La parte più debole è forse quella sulla crittografia, troppo cervellotica e specialistica per un libro di intrattenimento. Tuttavia grazie a questi excursus il lettore può arricchire la sua cultura con notizie interessanti sui codici segreti che probabilmente non si sarebbe mai preso la briga di cercare di propria iniziativa. Se si paragona la quasi misconosciuta McCloy ad altre notissime gialliste anglosassoni, come la superficiale e convenzionale Agatha Christie o la pedante e prolissa P. D. James, qui siamo in un altro pianeta, quello della letteratura. O almeno un suo satellite che gli gira intorno dappresso.ba79

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