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PAGLIACCIO TRISTE: LE SCULTURE DI RONDINONE

Ses yeux ne vivent pas dans son masque d’argile

(P. Verlaine)

Che cosa c’è di più angosciante di un pagliaccio triste? Decine di pagliacci tristi. Le loro variopinte giubbe, le loro casacche appariscenti di lustrini, le loro leziose gorgiere di tulle stridono con le pose sconsolate, con i volti mesti dagli occhi chiusi, le espressioni avvilite sotto la biacca e il cerone, con i buffi nasoni rossi che spiccano su fisionomie amareggiate da chissà quali delusioni o segreti avvilimenti.

Sono i clown depressi creati dall’artista svizzero Ugo Rondinone; e abbandonati in squallide pose in un allestimento straniato che, dopo il Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, viene riproposto al Macro di Roma. In arte i pagliacci servono a trasmettere inquietudine: da quello tragico del melodramma di Leoncavallo ai grotteschi saltimbanchi di Picasso,

Picasso - Buffone e giovane acrobata, 1905

Picasso – Buffone e giovane acrobata, 1905

ai ritratti disincarnati in geometrie drammatiche di Paul Klee

Paul Klee – Clown, 1940

Paul Klee – Clown, 1940

o del cubista Juan Gris,

Juan Gris -  Pagliaccio

Juan Gris – Clown

fino ai surreali menestrelli androgini di Michael Cheval, per non parlare dell’atroce clown di Stephen King.

Le sculture di Rondinone, in scala umana, compongono quello che l’artista ha chiamato un Vocabulary of Solitude: un repertorio di pose e di attitudini pensose, riprodotte con una studiata naturalezza, per enfatizzare, grazie all’incongrua policromia dei costumi, la mestizia del vivere e l’inutilità della mascherata con cui l’uomo si addobba per sormontarla Ma il pagliaccio è anche l’alter ego dell’artista. La sua smorfia istrionica e il suo sorriso falso si fanno beffe dei benpensanti, dei borghesi filistei. L’arte del clown è la metafora della poesia, che trasforma la vita in sublime contraffazione e il dolore in colore e leggerezza. Si legga Le Clown di Paul Verlaine (in Jadis et Naguère, 1884)

Bobèche, adieu ! bonsoir, Paillasse ! arrière, Gille !

Place, bouffons vieillis, au parfait plaisantin,

Place ! très grave, très discret et très hautain,

Voici venir le maître à tous, le clown agile.

Plus souple qu’Arlequin et plus brave qu’Achille,

C’est bien lui, dans sa blanche armure de satin ;

Vides et clairs ainsi que des miroirs sans tain,

Ses yeux ne vivent pas dans son masque d’argile.

Ils luisent bleus parmi le fard et les onguents,

Cependant que la tête et le buste, élégants,

Se balancent sur l’arc paradoxal des jambes.

Puis il sourit. Autour le peuple bête et laid,

La canaille puante et sainte des Iambes,

Acclame l’histrion sinistre qui la hait.

 

(Saltimbanco, addio! Buona sera, Pagliaccio! Indietro, Babbeo:

Fate posto, buffoni antiquati, dalla burla impeccabile,

Fate largo! Solenne, altero e discreto,

ecco venire il migliore di tutti, l’agile clown.

Più snello d’Arlecchino e più impavido di Achille

è lui di certo, nella sua bianca armatura di raso:

etereo e chiaro come uno specchio senza argento.

I suoi occhi non vivono nella sua maschera d’argilla.

Brillano azzurri fra il belletto e gli unguenti

mentre, eleganti il busto e il capo si bilanciano

sull’arco paradossale delle gambe.

Poi sorride. Intorno il volgo stupido e sporco

la canaglia puzzolente e santa dei Giambi

applaude al sinistro istrione che l’odia.)

 

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