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CHINALAND: OMBRE CINESI E FUOCHI D’ARTIFICIO di G. Lopez

I viaggiatori europei che partivano per la Cina andavano a ritrovare un Paese nel quale, anche se di straforo, potevano illudersi di aver già abitato. Le ricorrenti immagini, lambiccate dall’estro di tanti ebanisti, vasai, stipettati, disegnatori, tapezzieri e artisti di varie epoche e nazioni avevano somministrato un sentimento surrettizio di familiarità, equipaggiando nel contempo i visitatori con un bagaglio di false conoscenze che non mancherà di essere scompigliato e vanificato una volta messo piede nella vera Cina.

E se nei più avvertiti questa immagine fallace viene posta da canto o preventivamente confutata, quando non proprio espunta come fantasticaggine infantile, tuttavia la leggiadria ormai vagamente spettrale e sempre più improbabile di quella Cina calligrafica proveniente da figure dipinte, continua ad affiorare come una pareidolia nello sguardo occidentale. Benché vi collutti e tenti di emendarne le erronee suggestioni, la mente del viaggiatore non può fare a meno di incorrere in queste sovrapposizioni di realtà e fantasia, per poco che qualche coincidenza di tratti la incoraggi e conferisca una insperata attualità al fantasma arcadico di quella Cina da paravento.A25

Il reportage Cina del giornalista globe-trotter Mario Appelius può stimarsi un volenteroso tentativo di comprendere una mentalità aliena; e nell’era forse meno propizia come quella fascista, con la sua boria nazionalistica e il suo Manifesto della razza, di cui lo stesso Appelius fu tra i sostenitori più convinti.

Malgrado la sua vigile curiosità, le osservazioni di Appelius sulla Cina degli anni ’20 appaiono volubilmente variegate da troppi corrivi compiacimenti per gli aspetti più pittoreschi e bizzarri del luogo, visto con le lenti colorate del sensazionalismo giornalistico, che lo stile, da temperato epigono dannunziano, non sempre sovviene a racconciare. Deve descrivere i fuochi d’artificio sul Fiume delle perle a Canton e non gli par vero di macchinare un pezzo di bravura, esemplato sull’analoga descrizione delle pirotecnie di Venezia cui assiste Stelio Effrena nel Fuoco. È una salva di vocaboli euforizzati, cromatici ed immaginifici, uno scialo di epiteti superlativi: il barocchismo si addice alla Cina:

La forforescenza formidabile dell’estuario ingigantisce lo spettacolo meraviglioso. L’acqua è tutta punteggiata d’aghi d’oro e di spolette d’argento che incessantemente ricamano i velluti ed i rasi del fiume. Dove passa una barca i tessuti si squarciano e lasciano intravvedere i tesori del fondo. Sprizzano allora dalla superficie getti di smeraldo e di granate che si frantumano in un rigurgito di molecole sfavillanti. Ogni imbarcazione è seguita da uno strascico di gemme o da uno sgargiante codazzo di pavone. Le scie innumerevoli muoiono in punteggiamenti di perle” (M. Appelius, Cina, Alpes, Milano, 1926, pp 43-44).ombre cinesi

E si direbbe proprio l’ipotiposi dello sfolgorio pirotecnico, invenzione peraltro made in China, la figura mentale e retorica che domina in queste pagine. Un susseguirsi di apparizioni labili e stupefacenti di una effimero preziosismo, tanto colorite quanto inconsistenti, mere parvenze decorative che non interpellano né sociologia né storia; o, consultandole, le edulcorano in una blanda e impertinente aneddotica di fasti memorabili, di curiose spigolature, di ilari efferatezze.

È la Cina arredata dagli esteti nell’età tra le due grandi guerre del Novecento: un misto di crapule e di loschi piaceri ambientati in un enorme magazzino di esotiche masserizie, in un museo di pregiata paccottiglia.

Tra i collezionisti di quel ventennio, appassionati di cose cinesi, spicca il nome di Simon Harcourt-Smith, figlio dell’archeologo Sir Cecil, che indagò l’impatto che l’imperatore Qianlong ebbe sulle corti di Versailles e di Potsdam, (nel volume The Emperor Ch’ien Lung (1711-1799) e spigolò tra le pendole, gli orologi, gli ingranaggi segnatempo, gli automi e gli oggetti curiosi raccolti nel guardaroba della Città proibita (A Catalogue of various clocks, watches, automata, and other miscellaneous objects of European workmanship dating from the 18th & early 19th Centuries, in the Palace Museum and the Wu Ying Tien, Peiping ).

Come altri amatori, Harcourt-Smith preferiva però la cineseria settecentesca ai classici prototipi dell’arte cinese originale ed era più interessato all’influenza dei gesuiti sull’arte cinese, alle opere ibride della scuola di Castiglione, che non alla pittura paesaggistica di epoca Tang.

Giuseppe Castiglione, ritratto della concubina favorita dell'imperatore Qianlong

Giuseppe Castiglione, ritratto della concubina favorita dell’imperatore Qianlong

Quest’immensa collezione di bibelot a cui si riduceva l’Impero cinese non poteva essere abitata che da figurine unidimensionali, non certo da uomini in carne ed ossa. Personaggi esanimi e convenzionali, indigeni da parata, vere “ombre cinesi” per l’appunto, si decalcavano sulla campitura di un ovvio fondale, frangiato da lampioni di carta, stendardi di seta e ricurve tettoie a pagoda, mimando i cenni e le azioni di una vita eminentemente teatrale.24d836bc045f8f7b19087ba695a7f19e

Sir Osbert Sitwell, poeta e romanziere inglese, che fu a Pechino alla fine degli anni ’30, visitò gli antichi templi, dove avvistò gli ultimi eunuchi di corte; e gli empori dove frugò in cerca di esemplari pregiati di vecchia porcellana, ma nulla seppe o volle sapere delle violenti agitazioni politiche che scuotevano il Paese. La mente saturata dalla convenzionale coreografia cinese, Sitwell patì da queste parti veri e propri miraggi, arrivando a scambiare persino dei banali viaggiatori occidentali per manierate cineserie di porcellana: “They excatly resemble the paintings of europeans on chinese plates of the eighteenth century…but I was looking at them with eyes accostumed to chinese men and women…” E ancora: “Figures in blue…the land was sepia and bare, touched with gold…the trees cobweb-like pattern blown against a translucent blue, pale-blue sky” (da Escape With Me : An Oriental Sketch Book, London, Macmillan, 1940).

Nina Hamnett, ritratto di Sir Osbert Sitwell, c. 1918

Nina Hamnett, ritratto di Sir Osbert Sitwell, c. 1918

In effetti tutte le descrizioni ubbidiscono a questo gusto tipico delle arti decorative, assecondato dalle disposizioni estetizzanti che apparentano Sir Osbert ad altri viaggiatori britannici coevi, come l’altro baronetto esteta Sir Hardold Acton, Somerset Maugham e il poco più che adolescente Denton Welch, nato a Shanghai da un commerciante inglese e da una americana, che descrive le sue precoci escursioni in Cina nell’autobiografico Maiden Voyage del 1943.

Queste anime belle, cui erano venuti in uggia i vecchi parapetti d’Europa, si tennero ben contenti di acclimatarsi in Cina, anziché sentirsi afflitti e stralunati nella loro patria; e scelsero di voltare questo avvertimento di estraneità e di alienazione nella più schietta condizione di stranieri e di esuli fra gli spalti dell’Estremo Oriente, realizzando alla lettera quelle che, da Joyce a Camus, erano state la metafore predilette della prima metà del Novecento.

La Cina di quegli anni poteva apparire bastantemente fuori dalla storia, semi-assopita in una sua inerzia fastosa e indulgente, per attirare gli spiriti aduggiati dalle brutture della modernità, sperando di trovarvi quella congenialità con il proprio sentire elitario ed anacronistico, che sarebbe valso a soverchiare anche l’obiettivo divario etnico e geografico, in una fallace transazione culturale, incoraggiata da male apposte affinità e attrazioni.

La congruità apparente tra la reale scena cinese e l’annosa impuntatura estetica dei suoi visitatori faceva perno ancora una volta sugli equivoci ereditati dalla cineseria settecentesca, il cui gusto, non che tramontato, ebbe a sortire una reviviscenza intorno ai primi decenni del ‘900.

Basti rammentare che sui palcoscenici europei tornavano in folla opere e balletti di ambiente cinese, come ai tempi di Metastasio. Nel 1914 Le rossignol di Stravinskij, nel 1917 la Turandot di Busoni, nel ’26 quella di Puccini, lo stesso anno di Il Mandarino meraviglioso di Bartòk, cominciato però nel 1918.

La messinscena di Turandot di Puccini al Met di New York con la regia di Zeffirelli

La messinscena di Turandot di Puccini al Met di New York con la regia di Zeffirelli

Ma l’arcadia cinese si rivelò tutt’altro che esente dalla storia, come la vollero gli artisti e gli scrittori occidentali, chè anzi gli sconquassi e la brutalità degli eventi in quei decenni vi furono più drammatici che mai, una volta crollato l’Impero dei Qing e con esso quella presunta immunità difesa da badalucchi di porcellane e di giade.

E gli esteti, dispregiatori della loro epoca materialistica e pragmatica, non s’andavano certo a confondere con le lotte operaie di Canton o con la resistenza anti-giapponese dei nazionalisti; eppure, incalzati dalla Storia, non rimase loro che rifugiarsi in quei privilegiati asili fuori dal tempo che erano le botteghe di calìe e di anticaglie, gli old curiosity shop, gli empori della seta e delle lacche, tra i vasi bianco-azzurri, i draghi ming e tutta l’altra chinaware, che il trambusto esterno della guerra civile faceva vacillare nelle bacheche e sulle mensole in legno di sandalo.

Vecchia bottega di Canton

Vecchia bottega di Canton

Solo in quell’umbratile ed artificioso appartarsi, in quel disperato accanimento a ritroso, i dandy inglesi potevano delibare i residui e un po’ muffiti aromi di una Cina pittoresca, inattuale o inesistente, e, semmai esistita, ora scomparsa per sempre. Ma Sartre avvertì che “all’origine del pittoresco c’è la guerra e il rifiuto di comprendere il nemico…i viaggiatori, commercianti e turisti…altro non sono se non militari in borghese” Prefazione a Da una Cina all’altra, fotografie di H. Cartier Bresson, Milano, 1954)81be08f2512bdd1997911ad458d6d447

La maggior parte degli europei residenti in Cina guardava perplessa quel mondo dai vetri degli alberghi e dei club. Le sue macchiette ci sono state descritte da Maugham nelle memorie di viaggio On a chinese screen e nel romanzo The painted veil (Il velo dipinto) pubblicato a puntate tra il 1924 e il 1925. 

Gente che viveva in Cina da decenni e non conosceva una parola di cinese né si impacciavano di quella razza gialla. Non era poi infrequente scovare due di questi distinti e facoltosi europei seduti in una fumeria d’oppio. Li avete riconosciuti?  Sono proprio Sir Harold Acton e Sir Osbert Sitwell, intenti a degustare non sai se quelle beatitudini artificiali o piuttosto la mera vicinanza dei tanti bizzarri frequentatori della casa: mandarini in guarnacche di satin, mercanti col codino e saggi confuciani inebetiti dalla droga.

Un fumeria d'oppio cinese

Un fumeria d’oppio cinese

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