O COME OTTIMISMO di Mattia Paladini

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Nel dibattito culturale dell’Umanesimo, come l’humanitas prende il posto occupato nel Medioevo dalla divinitas, così le speranze dell’uomo si concentrano sulla terra, mentre quelle ultraterrene sfumano in una vaga professione di fede ortodossa. Questa concentrazione sui destini mondani porta gli umanisti a indagare sulle potenzialità della natura umana e sulle sue risorse intellettuali, esplorate alla luce degli esempi dei classici antichi.

La rinnovata investigazione sull’uomo portò a una fiducia nelle energie spirituali e morali degli esseri umani e quindi a un atteggiamento ottimistico nei confronti del potere che la creatura principe del creato ha sulla natura. La cultura può imbrigliare le forze naturali, contrastare la fortuna, estendere la durata della vita e guidare verso il meglio il corso dell’evoluzione umana, come si mostrava convinto Cicerone in un celebre passo del de natura deorum ben noto agli umanisti più fiduciosi nella missione dell’uomo di dominatore del pianeta.

Proprio la fiducia nei confronti dell’uomo fece sembrare possibile agli umanisti una società ideale, come si può vedere nell’Utopia di Tommaso Moro. Ma l’etimologia greca della parola coniata da Moro è ambigua: se venisse da ou-topos vorrebbe dire non-luogo, mentre se venisse da eu-topos significherebbe luogo buono; sottintendendo quasi che il luogo ideale è un luogo che non esiste. L’ottimismo utopistico degli umanisti deve scontrarsi con la realtà storica. La testa di Tommaso Moro, che aveva concepito un regno perfetto dove il sovrano garantisce il benessere e la giustizia, cadrà a Tower Hill per ordine di un sovrano dispotico e ingiusto.

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