,

LO SCRIGNO DEL MALE: NOIA MOZZAFIATO

Lo-scrigno-del-male1

Martin Langfield, Lo scrigno del male (The Malice Box)

Parafrasando l’ellittica sinossi in copertina possiamo dire: sette giorni per salvare il mondo, sette chiavi da decifrare, sette prove da superare…sette sbadigli da trattenere.  Una sola possibilità di salvare il mondo: chiudere il libro e abbandonarlo al suo destino. L’intenzione iniziale era creare un meccanismo narrativo del genere tra “conto alla rovescia” e “caccia al tesoro”. Ottimo punto di partenza per qualsiasi storia d’azione. Enigmi ad ogni passo e un pericolo incombente da sventare sono ingredienti quasi infallibili per tenere avvinto il lettore. Ammesso però che lo scrittore sappia padroneggiarli. Altrimenti diventano dei congegni macchinosissimi e che producono tanto fumo e baccano e poco sugo. Il protagonista dello Scrigno del Male, tal Robert Reckliss, si vede accollare un compito più grande di lui: evitare addirittura che un’arma micidiale distrugga il mondo. Ma per farlo dovrà compiere nientemeno una specie di ascesi interiore che risvegli le sue potenzialità occulte. Comincia una corsa a ostacoli in sette tappe, in cui si richiede al povero Robert di risolvere rompicapi sempre più cervellotici. Enigmi a ogni passo, indizi criptici nascosti in una New York post 11 settembre (il romanzo è del 2007) con analessi che ti fanno piombare a Cambridge 1981 o Londra 1990, scivolando su arcane filastrocche alchemiche in un gioco dell’oca su e giù per Manhattan, che non si sa più dove vada a parare. Le abbondanti spiegazioni fornite dalla voce del narratore impediscono qualsiasi empatia con i personaggi, già ridotti a un fascio di fili manovrati da sentimenti ed emozioni convenzionali. La storia si impantana subito in una serie stucchevole di tecnicismi, dettagli topografici, elucubrazioni inutili. E tutto questo arrovellarsi per il presupposto erroneo che avvolgere tutto in un rebus avrebbe reso più interessante l’azione, mentre non fa che renderla improbabile, visto che non si capisce perché non la facciano finita di giocare a nascondino col GPS acceso; e non dicano una buona volta al protagonista come disinnescare l’ordigno, senza farla tanto lunga. All’autore pare di essere ingegnoso, ma quello che viene fuori è solo un’accozzaglia indigesta di cabala, misticismo per poveri di spirito e sufismo usa-e-getta; un polpettone che impasta gnosticismo formato polpetta, induismo take-away, taoismo surgelato: junk food letterario avvolto in una copia della Settimana enigmistica. Un Dan Brown pasticcione, un apprendista stregone che si è attorcigliato negli stessi tortuosi grovigli con cui voleva ammaliarci.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Rispondi