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NEON GENESIS EVANGELION- parte seconda di D. Toccafondi

https://i1.wp.com/www.epc.it/contenuti/demo/72446/img/cartelli/avv_pericolo.jpg?resize=113%2C98 CAUTION! RISCHIO SPOILER

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I PERSONAGGI

La parte migliore di Evangelion: i personaggi.

Il loro dramma è così grande, che mettersi a raccontarlo rischia facilmente di sconfinare nella farsa. Insomma, è come sparare nelle palle di un medico della Croce Rossa. Su di loro ci sarebbe molto da dire. Intanto hanno tutti due cose in comune: possono essere soggetti a molteplici interpretazioni e in un modo o nell’altro sanno come farsi detestare.

Partiamo con Shinji, il terzo pilota, soprannominato “Non-devo-fuggire”. Timido, chiuso in sé stesso, depresso & represso. Sulle sue spalle rinsecchite porta la salvezza dell’umanità, novello Cristo figlio del Padre e della Madre, ma messo molto, molto peggio. Come in ogni opera giapponese per ragazzi, la predestinazione gli piomba dall’alto e cazzi suoi, peccato che invece di essere in un anime di ninja ninjosi si trovi in Eva e non possa risolvere tutto a furia di rasengan. Se questi ultimi sono eroi ideali a cui aspirare, lui è l’eroe reale per eccellenza in cui riconoscere tutto il peggio di noi. Così tanto che a volte diventa un simbolo altrettanto ideale. È un vigliacco? Un eroe tragico? Un essere umano piagato da debolezze che gli impediscono di raggiungere la felicità?

Certo vince a mani basse la palma come personaggio più piagnucoloso e lamentone di tutti gli anime, altro che eroi che vanno avanti a forza di volontà. Lui e i suoi cazzo di problemi, quante volte vi verrà voglia di prenderlo a sprangate. Ma forse c’è di più. Forse Shinji è la metafora dell’umanità, o di quella parte di umanità, chiusa nel suo guscio, che fugge dai problemi, che si abbatte e si dispera. Ma che alla fine, volente o nolente, ha sempre in mano il suo destino e deve decidere che farsene.

Rei, la prima pilota. È una ragazza che riesce a battere Shinji in quanto a passività. Non ha rapporti col mondo, se non l’Eva, e ha uno sconfinato desiderio di morte. Ha una consapevolezza terrificante di essere rimpiazzabile, ovvero ha oggettiva e sempre presente quella sensazione soggettiva di inutilità e mancanza di valore che a volte ha ciascuno di noi. Andando avanti scopriremo il perché, ma quella è solo una delle ragioni. È stata creata con l’intenzione di mostrare quando potesse essere disturbante la donna-zerbino che gli appassionati del genere e la cultura maschilista tanto sognano. Purtroppo, è diventata un idolo dei fan proprio per questo.

In un certo senso, Rei rappresenta lo stadio finale della spirale discendente su cui anche Shinji si avvia. Se mai ci fosse una carota per l’animo del povero ragazzo, Rei invece rappresenta per lui il bastone definitivo. Ormai ha raggiunto il massimo della chiusura e della rimpiazzabilità. Ha perso il suo valore di essere umano. L’unica cosa che fa è pilotare l’Eva. Ed è a completa disposizione del padre, verso cui anche Shinji tanto anela. Ma davvero tale considerazione vale il suo prezzo?

Asuka, la seconda pilota. Quattordici anni, ovviamente bella, una laurea in biologia evolutiva, il grado di capitano dell’aeronautica, una bravura nel pilotare senza pari, una sicurezza e una determinazione straordinari. E un carattere di merda. Nella vita reale, l’avrebbero già sbattuta in carcere per aggressione e disintegrato la chiave con l’antimateria del CERN. Alcuni per questo la detestano. Altri invece fanno il tifo per lei, in quanto unico protagonista con un minimo di assertività, e magari l’unica capace di dirne quattro ai disadattati che ha intorno. Almeno per un poco.

Svolge anche il non invidiabile compito di trafiggere nel profondo chi nel guardare Eva si sente sicuro di sé. Chi non pensa più di far parte della massa dei derelitti, chi vi si è distaccato con sdegno, chi spergiura di non averne mai fatto parte. La manona dello sceneggiatore afferra Asuka per le gambe e la schianta testa e corpo contro il guscio di umani auto-inganni dello spettatore. E forse non importa quanto forte possa essere quel guscio, fosse anche di titanio, quando si spezza l’anima sgorga fuori come tuorlo, e da raccogliere rimangono solo i pezzi di un uovo rotto.

Asuka anticipa tutti i fan, e ci sono stati, che sorvolano il messaggio e pensano che pilotare l’Eva sia figo. Tanto, si dicono di avere molti meno problemi dei protagonisti. Quindi dategli il robottone, che si faranno molte meno seghe mentali. Ok, farsene di più è difficile, però il punto è un altro: forse l’attaccamento all’Eva è una dipendenza oscura e devastante, che impedisce ai piloti di crescere, ingabbiandoli in ciò che sono bravi a fare e ciò che il mondo intero richiede loro.

L’Eva divora le loro vite, come se al di fuori non esistesse più nulla. E diciamocelo sinceramente, a livello meta-narrativo, anche noi spettatori ce ne fotteremmo altamente di loro se non fossero i piloti di “robottoni” giganti.

 

 

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La versione cinematografica è ancora più esplicita, con la “maledizione degli Eva”, che impedisce ai piloti di crescere oltre i 14 anni. A tutti gli effetti, è una metafora dell’attaccamento morboso alla mamma.

Per sommo paradosso, Shinji, proprio grazie alla sua insicurezza, percorrendo più volte una strada di disperazione, cerca ardentemente il suo valore al di fuori dell’Eva. Asuka invece serra gli occhi al problema, e quando non riuscirà più a pilotare, di tutta la sicurezza accumulata rimarrà solo polvere e amare lacrime. Il suo rinchiudersi dietro un’apparenza di forza è un altro aspetto della solitudine, dimostra che nessuno si salva da solo. Sì, anche se affidarsi soltanto agli altri porta a essere svuotato e poi schiacciato come una lattina, come Rei, degli altri esseri umani c’è comunque bisogno, anche se questo significa dolore e smarrimento.

Passiamo alla sfilza dei grandi. Iniziamo con Misato, a.k.a. la tutrice del secolo. È il capitano di Shinji sul campo di battaglia. Le sue tattiche sono folli, altro che genio militare come molti credono. È single, ha ventinove anni ed è una sventola da paura. Perché non rimanga solo, fa trasferire Shinji a casa sua, mettendolo a rischio tetano a causa del disordine, che lì nell’appartamento ha sviluppato vita propria. Beve come una spugna e la vediamo alternarsi, con effetti inquietanti, tra militare compatto e cazzona domestica. Ha la brillante idea di trasferire da lei anche Asuka, trasformando il protagonista nel classico cavaliere tra due dame. Ci divertiamo a vedere suoi flirt con Shinji, la metà dei suoi anni, finché non ne capiamo le implicazioni.

Le frasi: “Tranquilla, non ho intenzione di sedurre il nostro giovane pilota!” Qualche puntata dopo: “Questo è un bacio da grandi. Appena torni ti darò il resto”.

Battute a parte, molti non riescono a capire cosa diamine ci trovi un’adulta in un ragazzino insicuro e depresso. Si lamentano di un rapporto caduto dall’alto. Io invece ho una mia spiegazione.

Sappiamo che Misato è una figura dalla solitudine sconfinata. In una società dove se non ti sposi entro i venticinque sei una vecchia zitella, lei ha già ventinove anni e dei rapporti travagliati col sesso opposto scaturiti dal genitore, proprio come Shinji.

Ha un rapporto conflittuale con il padre, che da piccola l’ha trascurata per star dietro alle sue ricerche, ma che alla fine l’ha salvata sacrificando la sua vita nel Second Impact. Questo rapporto di amore-odio la dilania. Sente di dovere qualcosa a un uomo che in realtà vorrebbe soltanto odiare. Per questo decide di combattere gli Angeli, vuole vederli morire tutti per poter chiudere i conti con suo padre. La mancanza del genitore da piccola al tempo stesso però la spinge a cercare uomini che lo ricordino, come ad esempio Kaji, il suo grande amore.

Solo che lei ha paura di legarsi troppo profondamente a lui, perché così facendo rischia di ripetere la sofferenza dell’abbandono. Inoltre Kaji è un uomo più stabile (per la media di Eva sicuramente) e indipendente, quindi ci sono più possibilità che possa cavarsela senza di lei.

Soluzione? Shinji. L’adulta Misato può proiettare nel ragazzo, che uccide gli Angeli, la sua vendetta. Vi vede i suoi stessi problemi con il genitore e quindi ci si riconosce. La differenza di età permette di mantenere un rapporto superficiale. E a differenza di Kaji, il ragazzo è a suo carico, insicuro e bisognoso d’affetto. Quindi rimane dipendente da lei, che per una volta può anche sfogare i suoi istinti materni e da crocerossina, far vedere alla società che può essere un buon genitore, e dimostrare al padre la sua superiorità in quel campo. Peccato che non tratti con la stessa attenzione Asuka.

Questo è solo uno degli esempi dei rapporti affettivi intossicati che ci sono in Eva.

Infatti non mi stupisce che Shinji si avvicini ed apra il suo cuore a Kaworu, un ragazzo. Sì, un maschio, quando aveva tre donzelle a disposizione. Ma Kaworu è forse l’unico personaggio interamente positivo della serie, un monolito dall’amore puro e radioso. Importa un po’ se viene dal corpo di un uomo. Con la sua benevolenza universale e la sua completa ignoranza di tabù e seghe mentali, in qualche modo rappresenta un modello a cui aspirare. Troppo brutto che sia anche l’ultimo Angelo.

 

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Però il suo sacrificio finale gli viene naturale come respirare. Nella saggezza che solo l’innocenza può conferire, vede che lui, in quanto immortale, è legato a un unico scopo e quindi definito dalla morte. Abbracciare la morte significa quindi per lui abbracciare la libertà, e lasciare spazio agli esseri umani, mortali e sofferenti, certo, ma anche dotati del libero arbitrio che lui propugna e che a lui manca. Spazio dunque alla meraviglia di chi è capace di afferrare, oltre la sofferenza e la disperazione, una felicità preziosa perché guadagnata con il sudore delle proprie mani.

Qui vediamo il parallelismo Shinji-Kaworu e Cristo-Guida. Le due figure si confondono. Shinji per tutto il resto dello spettacolo fa da messia. Kaworu tradisce i sentimenti di Shinji, è un traditore nei ranghi dei piloti, però alla fine è Shinji che come Giuda deve uccidere un Figlio di Dio perché si compia la salvezza dell’umanità.

C’è poi Gendo, padre dell’anno (o Anno?). Della conga di traumi che Shinji subisce dalla prima puntata fino alla fine, lui è il maggior artefice. Viene scoperto che lo fa per amore, ma a differenza di tante altre serie dove basta per giustificare tutto in modo pacchiano e semplicistico, qui questa scusa non regge. Passa da gran manipolatore, quasi una rappresentazione dell’autore, o di coloro che si sentono tanto intelligenti da potersi ritenere superiori agli altri. Peccato che ad una seconda analisi, le sue acute manipolazioni siano aiutate da indicibili colpi di fortuna, circostante favorevoli e il tocco salvifico dello sceneggiatore.

Ma rimane valido il vecchio adagio “non si può ingannare tutto il pubblico per sempre”. Infatti la realtà gli morde il sedere: il suo ultimo piano, l’unico veramente importante, va storto. Lui che pensava di sapere tutto, lo prende in tasca con rincorsa e ausilio di ghiaino industriale.

Abbiamo poi il braccio destro del bastardo, il vecchio professor Fuyutzuki: nome che potrebbe esser quello di una marca di sushi, questo anziano dimostra un candore e un disinteresse disturbanti. Innamorato non corrisposto, continua a servire il suo rivale, che ha vinto la donna che amava e l’ha condotta alla morte. Si può davvero fare una cosa del genere solo per la fedeltà a un ricordo? È davvero una figura positiva, oppure sconfina nel masochismo e nella follia? Se Gendo il manipolatore è tutto fine e niente mezzi, Fuyutzuki fa da contraltare in quanto mantiene i mezzi puri. Ma si possono ancora definire tali, se asserviti a un fine così distorto? È soltanto una vittima o anche un complice?

C’è poi Yui, “defunta” madre di Shinji e anche scienziata e donna, una sintesi che ad altre nella serie non è riuscita. Intelligente, determinata e amorevole. Si innamora di Gendo, anche qui per motivi in apparenza inspiegabili. Forse perché da una parte dimostra una grande umiltà nel suo desiderio di mettersi al servizio, dell’umanità come dell’uomo che ama; ma dall’altra ha anche una grandissima ambizione e considerazione di sé.

Una figura positiva, se non fosse che piuttosto che crescere un figlio felice, decide di prendersi il corpo di un Angelo e farsi pilotare dal pargolo, così da poter fare da arca per tutto il genere umano e dar prova finale, per l’eternità, della grandezza della sua specie. “A chi accetta il proprio destino, sia garantita la felicità. A chi lo sfida, sia garantita la gloria”. Lei ha scelto la gloria. E infatti il suo è l’unico piano che riesce, di tutti i personaggi della serie. Se Gendo è il padre dell’anno, beh, lei è la madre degli eoni.

Menzione speciale per Toji e Kaji. Nomi simili, il primo è compagno di classe di Shinji. Passa dal picchiarlo bullo style a diventare un suo Vero Amico®. Abbastanza stabile, dai buoni sentimenti, il suo difetto forse è quello di essere maschilista in una serie sostanzialmente femminista (anche se con donne orribili) e quindi non può che finire mutilato dallo stesso Shinji. Io non riesco a spiegarmelo. Era davvero così alto il prezzo della sua espiazione? Gli ci voleva una lezione così grande per capire? Non a caso lui non è mancino, ma cazzotta Shinji con il sinistro. Indovinate quale braccio perde?

Ti fa pensare che il karma sia un bastardo, ma dobbiamo ricordarci che, nella teoria di base, esso presenta situazioni difficili e problemi affinché il loro superamento comporti la crescita spirituale dell’individuo. E Toji è nonostante tutto uno dei personaggi che impara di più. Anzi, dopo aver perso un braccio e una gamba, tralasciando un’apocalisse imminente, sembra che per lui le cose comincino ad andare meglio.

Kaji, agente segreto e doppiogiochista, James Bond dei poveri, fa il don Giovanni azzimato ma poi è fedelissimo al suo primo amore, Misato. È l’unico con una sincera sete di verità e giustizia, senza secondi fini. Tratta Shinji come un essere umano e gli fa da conforto e figura paterna. Dei vari idealisti che ci sono in Evangelion, lui è uno dei più integerrimi, non si compromette, ed accetta di pagare egli stesso il prezzo della verità. Questo vuol dire che, proprio come Kaworu, in un mondo “contaminato dal peccato originale” come quello di Evangelion, dominato da una scala di grigi, visioni così drastiche portano alla morte. E così senza volerlo si trova a porre un ulteriore carico di lutto e trauma proprio sulle spalle di chi voleva proteggere.

E potremmo continuare. Diciamo solo che stanno tutti molto male. E per male intendo malati. Ma le loro malattie sono estremamente realistiche, rappresentate da uno che ci ha studiato oppure che le ha avute. E le loro debolezze sono quelle di umani in carne ed ossa. Quindi, basta anche il minimo grado di affinità per sentirsi risuonare delle corde un po’ delicate.

Come detto in Comunque Vada, se provate empatia nei loro confronti oltre un livello base, dovrebbe suonarvi qualche campanello d’allarme. Eccomi qui in prima fila, specie per quanto riguarda una certa pilota dai capelli rossi.

Ma non state tranquilli, anche voi che provate disgusto nei confronti di personaggi così abbattuti: il vostro rifiuto potrebbe nascere dalla paura. La paura di cosa? Forse di essere, in fondo in fondo, come loro.

E anche l’indifferenza potrebbe mascherare insensibilità, oppure la volontà di nascondere problemi che spacciate per superati.

Dunque nessuna speranza? Ovviamente c’è. Non conosco la vostra interiorità e quindi magari potete godervi Evangelion ed essere persone perfettamente felici e realizzate. Solo che lo spettacolo, con i suoi personaggi che dipingono gran parte dell’affresco delle emozioni umane, sa essere implacabile nel far emergere nello spettatore nodi delicati.

Non importa se in alcuni punti possono avere una caratterizzazione forzata, essa appare tale perché per il resto riescono nello sforzo di ribaltare ciascuno stereotipo di cui sono portatori e trasformarlo in quanto di più vicino ho visto a una persona vera in personaggi immaginari.

 

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LA PARENTESI

Devo ammettere che ero molto indeciso se presentare questa recensione. Dopotutto, io sono qui per recensire libri. Però come detto in precedenza, io credo nel collegamento tra tutte le arti, finché fanno risuonare qualcosa nell’individuo, finché generano emozione.

Già, emozione. Ma davvero un cartone animato di robottoni può essere preso così sul serio? Io dico di sì. A chi dice: “la vita è troppo breve per seguire opere mediocri, io leggo solo i grandi classici”, gliela dico io una cosa: la vita è anche troppo breve per seguire ciò che non piace.

L’emozione nasce da dentro. Non ce lo può dire un critico snob cosa è degno di emozionarci o no. TUTTO quanto ci emoziona è degno, proprio per questo motivo. Sì, fosse anche Twilight o Cinquanta Sfumature di Grigio, pure se a me fanno cacare a spruzzo. Dite che sopra i 15 anni dovremmo vergognarci a piangere dopo Colpa delle Stelle? Ma andatevene affanculo, ho pianto anch’io.

Queste sono opinioni, e le opinioni a contatto con la nostra interiorità si sciolgono come cacche di topo investite dall’acido muriatico. Magari vi mettete a guardare Eva, poi venite a casa mia a fracassarmi il dvd sulla persiana gridando: “Ma che merda è?”. E sareste dei grandi.

La qualità artistica e tecnica può essere misurata con parametri concordati da lunga tradizione, ma per il resto ciascuno può trovare il suo perché in qualsiasi opera: può essere 300 come Quarto Potere, Shrek come Amleto, i Fratelli Karamazov come Sfondamento dei Cieli, i Miserabili come Harry Potter.

Perché quell’opera, creata da un fratello o sorella umani, ci fa risuonare qualcosa che in quel momento doveva risuonare. Quindi non vi vergognate mai di quello che leggete o guardate, finché vi dà emozioni e vi lascia più ricchi.

Siatene fieri.

Al tempo stesso però, Evangelion rimane un’opera. Come avrete capito, mi ha colpito molto. Ciò dice qualcosa sulla mia sanità mentale? Forse. Ma per quanto io sia un tipo prono all’analisi, c’è sempre da mettere in prospettiva. Ci sono persone che su certe opere hanno fondato religioni. Ecco, magari questo lo riterrei un tantino eccessivo.

Personalmente, ritengo che se un lavoro sembra fornirci così tante risposte da poterlo eleggere a nostro nuovo Vangelo, dobbiamo ricordarci che quelle risposte non sono tanto nell’opera in sé, scritta nero su bianco, ma sono nate in noi. È la precisa conclusione del discorso fatto sopra.

 

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LA SCENA

Se proprio dovessi scegliere una scena che riassume i calci nell’inguine che può dare Evangelion, non ho dubbi.

L’attacco mentale ad Asuka da parte di Arael, il quindicesimo, il portatore di tromba, il corifeo di Dio, angelo degli uccelli e della rivelazione. Attacco? Forse dovrei dire stupro. Quelle grida di “Non entrare dentro di me!” e “Non penetrare dentro al mio animo!” col sottofondo trionfale dell’Alleluia di Händel mi hanno strappato il sonno per diverse notti.

Alla faccia di mostri che sbucano all’improvviso in film di serie B, questo ha ridisegnato il mio concetto di orrore. Si riesce a sentire il rumore del castello di auto-inganni che crolla, e l’effetto martello versus uovo indifeso del raggio di rivelazione sulla personalità della poveretta. Da quel momento in poi, esaurita la sua utilità, la ritroveremo scartata come un rifiuto, a stordirsi di videogiochi, poi in una vasca da bagno con le vene tagliate, poi in coma in un letto di ospedale e infine divorata viva.

 

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LA CONCLUSIONE

Evangelion ha ben due finali, uno più oscuro dell’altro. C’è chi dice di non averci capito un cazzo, io penso di aver trovato un’interpretazione e pure coerente. Ovviamente non posso dirvela tutta altrimenti stiamo qui fino a domani.

Il tono dell’ultima scena è di un buio abissale, ma nasconde una conclusione in parte catartica. In entrambi i finali, Shinji infine realizza che vivere da essere umano significa fare i conti con gli altri, affrontare anche la sofferenza e il rifiuto, come componenti di una vita degna e che possa un giorno chiamarsi felice. Con la sua decisione di non fuggire in un’unione sterile di tutte le anime umane per annullare la solitudine, il Perfezionamento termina e ora le anime sono libere, con sufficiente volontà, di riacquistare la loro forma. Le prime sono proprio la sua e quella di Asuka. Sì, proprio lei, l’emblema del rifiuto, che Shinji ha affrontato con tanto dolore. Subito le mette le mani al collo, ma non stringe. Forse lo fa solo per sentire di nuovo quel rifiuto, avere la prova che è vivo e umano. E da lei, finalmente, sembra giungere un gesto di affetto sincero che ha avuto il prezzo di tutti i traumi trascorsi: una carezza, la dimostrazione che un'altra realtà è possibile.

Certo, i due potrebbero benissimo restare gli unici esseri umani su una terra devastata. A quanto pare, un cambio di prospettiva non modifica altrettanto all’istante la realtà. Però è il primo passo, che può portare a un futuro radioso se si continua a camminare.

Il punto è che, alla fin fine, niente è più profondo della superficie e in Evangelion ciascuno vede ciò che può vederci al momento. Per dirla con le parole di Rei: “L’Evangelion è lo specchio del mio animo”. Se poi vi fermate alla superficie, va bene uguale, magari vi siete gustati uno show di robottoni pieno di dialoghi noiosi.

Però sappiate che c’è di più. Come nella vita, non importa tanto la destinazione, quando il viaggio, insieme alla lezione che se ne può ricavare: il messaggio, proprio come quello che cercano di portare gli Angeli (anghélos=messaggero).

E qual è la buona novella di questo “Vangelo della Nuova Genesi”? A mio modesto parere, il succo, nascosto sotto metri di angst, di battaglie, di simboli&cabale, di drammi e di robottoni è che IL RISCATTO E LA FELICITÀ SONO POSSIBILI. Anche nella depressione più nera in cui Eva sprofonda. Anche quando non rimangono che pezzi infranti.

Sì, il riscatto e la felicità ci sono. Solo che non possono venire dallo spettacolo, non possono venire dalla fuga irreale di chi guarda un cartone, ma da fuori, da delle budella contorte e dall’anima in fiamme di un essere umano in carne ed ossa.

Eva rifiuta volontariamente di dare gli strumenti per risolvere i propri problemi. L’unico strumento che prende è uno scalpello, con cui ti spacca a forza sterno e gabbia toracica per mettere a nudo il tuo cuore. Poi sta a te decidere se continuare a sanguinare, tapparti lo squarcio con un cerottino pic-indolor, oppure reagire.

Perché tu non sei un essere dato alla morte. E perché finché ci saranno il sole, la luna e le stelle, hai una possibilità di essere felice.

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