N COME NATURA di Alessia Fantaccini

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Alla visione di Rousseau, di matrice lockiana, che esalta lo stato di natura si ispira il mito del “buon selvaggio“, che contrappone la positività morale del “primitivo” alla negatività e alla corruzione della civilizzazione.

Gli errori, le superstizioni, le storture segnano lo sviluppo civile, inteso come deformazione dello stato originario dell’uomo. La teoria del filosofo può essere dunque sintetizzata con una frase estratta dalla sua opera: Il Discorso sulle scienze e le arti: “le scienze e le arti, anziché favorire il progresso dei popoli, contribuiscono alla corruzione dei loro costumi. Il progresso tanto celebrato dalle nazioni, è, in realtà, la loro rovina.”

Il mito del buon selvaggio viene esemplificato in Paul et Virginie, il romanzo scritto da Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre, pubblicato per la prima volta nel 1787.

I personaggi citati nel titolo sono degli amici fin dalla nascita che, costretti a vivere come selvaggi su una delle isole presso Mauritius, in seguito al naufragio della loro nave, finiscono per innamorarsi. Il tragico idillio  dei due giovani trova il suo palcoscenico in un ambiente naturale esotico e selvaggio, facilmente identificabile con  “la terra della felicità perduta” rousseauiana. Del pensiero di Rousseau, non a caso amico intimo dell’autore, Paul et Virginie richiama, infatti, molti aspetti: il mito tipicamente settecentesco di una condizione di naturale innocenza, la figura del “buon selvaggio”, l’ideale di un’umanità eccellente, libera da costrizioni e pregiudizi, affrancata da ogni malvagità ed egoismo e completamente in armonia con la Natura in cui si trova immersa.

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