MOSTRE VIRTUALI: ANFITEATRO ANATOMICO DELL’ORRORE

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Il corpo umano è il centro, il luogo geometrico dove ricadono tutti i discorsi che l’uomo hanno per oggetto. Per rinnovare il discorso sull’uomo non bisogna aver paura di modificare il corpo e rimetterlo in discussione come esito estetico-biologico in apparenza definitivo. Pare che Dürer abbia detto che nessuno è in grado di emettere un giudizio definitivo su quella che potrebbe esser la forma più bella dell’essere umano. Alcuni artisti alterano il corpo. Altri lo trasfigurano. Chi si limita a correggerlo. Chi non esita a demolirlo. Il corpo umano rappresenta la bellezza, ovvero la perfetta sintesi di forma e funzione. Leon Battista Alberti pone la riproduzione del studio del nudo alla base della pittura.  E aggiunge che il disegno del nudo ha inizio dallo scheletro. Il corpo è anche il sintomo della mortalità e dell’impermanenza. Sotto la carne c’è appunto in agguato lo scheletro. La bellezza anatomica è inseparabile dal raccapricciante disfacimento che la minaccia. Deformità, invecchiamento, malattie, malformazioni, amputazioni, morte attaccano il corpo più avvenente e lo trasformano in qualcosa di intollerabile, di atroce, di repellente. La repulsione è forte quanto l’attrazione e obbedisce al medesimo regime del desiderio. Il Bello e il Macabro si contendono il corpo in una dialettica che somiglia a un duello e a una sfida. L’artista classico cerca di risolvere il conflitto in un equilibrio di spinte, l’ambivalenza in armonia dei contrari. Le crocefissioni, le pale devote di Pietà ed Ecce Homo, le scene di martirio, le nature morte delle Vanitates sono stati, lungo la secolare storia dell’arte, gli esercizi di questa ricomposizione estetica dalle soluzioni più varie e contraddittorie.

Hans Leinberger- Memento Mori, 1520

Hans Leinberger,  Memento Mori, 1520

Gli artisti di oggi dichiarano che la sintesi non è più possibile e si schierano dalla parte dell’Orrore, con la pretesa che la finzione sia capace di far apparire la nostra realtà, fatta di violenza, di negazione, di perdita. Ma l’esibizione dell’orrore che prevede l’olocausto del corpo umano sottintende da parte dell’artista una connivenza con il male stesso che è l’oggetto della rappresentazione. Il desiderio oscuro del male trasforma la distanza della denuncia sociale o morale in morbosa bellezza. Non c’è conflitto tra i valori presupposti dalla coscienza morale dell’artista e le manifestazioni dei corpi violati dalla Storia, dal Potere o dalle colpe collettive. È proprio la violazione che oggi rende possibile l’opera d’arte e nello stesso tempo la banalizza e la reifica. Il lavoro artistico vaga alla frontiera del sublime, ma fa in tempo spesso a cadere nella fossa vorace della ricezione divulgativa. Smette di essere un’esperienza e diventa una degustazione epidermica di variazioni sul tema. L’operazione Bello+Orrido=Sublime non è infallibile. L’estetica non è aritmetica.  

Quel che è stato tradotto in italiano come “perturbante”, e che viene tirato spesso in ballo nelle opere d’arte contemporanee, ha valore e significato solo se davvero viene dal profondo dell’inconscio e non dalla semplice inconsapevolezza. Scambiamo ormai per emozione estetica i modi meccanici e precotti con cui reagiamo agli stimoli e alle istigazioni dell’ambiente culturale. L’opera d’arte non si esaurisce nell’”Unheimlich” freudiano, ma non può farne a meno.

L’esibizione della pura e semplice anatomia già ci turba perché proclama la nostra ripugnante precarietà di organismi. Inibisce ogni vagheggiamento metafisico per consegnarci mani e piedi alla biologia. Lo sapeva Frida Khalo che nella trasfusione a cuore aperto del quadro Two Fridas non elabora tanto un emblema barocco di duplicità quanto sembra esibire la sua essenza mortale di carne e sangue, imitata in questo da un altro artista messicano, Nahum B. Zenil che nel 1994 si dipinge come bersaglio inerme  con un cuore messo a nudo al centro.

L’artista fiammingo Jan Fabre con Do we feel with our brain and think with our heart? ha invece intrapreso un lavoro concettuale sul rapporto tra cuore e cervello, ovvero tra arte e neuroscienza, coinvolgendo il neurobiologo Giacomo Rizzolatti, scopritore dei neuroni-specchio. Il dialogo tra arte e scienza di Fabre ha prodotto un film e una serie di cervelli umani scolpiti in marmo di Carrara, dove, tra i lobi diligentemente riprodotti nelle loro circonvoluzioni, sono ficcate croci, rami di corallo, forbici, frecce, apribottiglie o bonsai.

Il cervello, luogo della mente, viene ridotto a organo vulnerabile, preda inerme di inganni, manipolazioni, condizionamenti, abusi. Ragni e insetti si inerpicano impunemente sugli emisferi cerebrali e persino una banana appare inglobata pacificamente nel telencefalo. In un’altra scultura intitolata Turtle Brain il guscio di una tartaruga è costituito da un cervello, con un’arguzia barocca che sfrutta la somiglianza morfologica tra le pieghe cerebrali e gli scuti del carapace. In un’opera delle dimensioni di un modellino si ammira la figurina di un uomo, forse con i tratti dell’artista stesso, montato su un enorme cervello tenuto per le briglie come fosse un corsiero. Forse un riferimento al mito platonico del carro guidato dall’auriga, che tiene per le le briglie due cavalli, simboli dell’anima spirituale e di quella concupiscibile.ART-PARIS-JUST-ART-at-Grand-Palais-Paris-2011_deweer-gallery_jean-fabre - Copia

La labilità dell’umano, che può smarrirsi per ogni minimo accidente e che è sempre suscettibile di regredire verso la bestialità oppure di ritrovarsi ridotto allo stato vegetale o, con la morte, di tornare all’inanimato, è adombrata nelle metamorfosi e nelle commistioni grottesche cui gli artisti sottopongono l’uomo. Nel 2010 lo stesso Fabre ha fuso in scintillante lega metallica una serie di 18 autoritratti (due di questi si trovano ora agli Uffizi) battezzati Capitoli, addizionandoli di orecchie asinine o corna di muflone o antilope a formare una specie di Bestiario androcefalo.

Simile per qualche tratto ai funambolici ibridi fauneschi o felini che Matthew Barney fa scatenare nel suo film Cremaster, riattualizzando in chiave di surrealismo pop la celeberrima donna-pantera di Khnopff.

Fabre procede anche oltre nella manipolazione fantastica dell’anatomia nella scultura in Art kept me out of jail. Homage to Jacques Mesrine (2008) ovvero omaggio a un famigerato criminale francese che riusciva a farla franca grazie ai suoi travestimenti. Fabre tende a immedesimarsi nella poliedrica fisionomia del delinquente, e nel busto mutilo ne riproduce simultaneamente varie parti ed espressioni del volto, in violazione a ogni legge di verosimiglianza, come allusione al fraterno legame ideale che l’artista outsider avverte con il fuorilegge, nel suo genere un artista del crimine.jan-fabre-art-kept-me-o-1500x1000 - Copia

Anche il coreano Hyungkoo Lee e l’americana Cindy Sherman destrutturano e ricompongono dei volti patchwork con effetti di caricatura straniante.

Nella serie The Objectuals Hyungkoo Lee escogita dei caschi che sottopongono il volto di chi li indossa a deformazioni ottiche grazie a delle lenti. I volti appaiono quelli di creature aliene e provano a reinventare la fisionomia del genere umano con un innocuo e semplice esperimento.objectuals-optical-helmets-lenses-hyungkoo-lee-6__605

Hyungkoo Lee ha anche contaminato la zoologia e la tassidermia con il mondo dei cartoon, ideando finti scheletri dei più popolari animali dei comic, Pippo, Paperino e Bugs Bunny ridotti a preparati anatomici. Uno spettrale zoo fantastico di personaggi dei fumetti. L’umorismo qui prevale di gran lunga sul macabro.

La manipolazione orrorifica del corpo è addirittura il marchio di fabbrica dei fratelli Chapman, considerati i bad boys della corrente nota con l’acronimo YBA (Young British Artists). Tuffati a corpo morto nell’ovvietà cronachistica dove morti violente, guerre, distruzioni, sesso dominano i media Jake e Dinos Chapman le enfatizzano, con un’operazione di iperbole meramente quantitativa, che solo una vena di umorismo macabro trattiene a un passo dal cascare nell’insulsaggine.

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Le manipolazioni genetiche riempiono l’attualità? La ditta Chapman Bros. è  pronta a concepire delle bambole come fossero il frutto ributtante di un folle esperimento genetico, dove corpi androgini di età pediatrica sono fusi in un superorganismo grottesco, dotato di dozzine di teste, con falli al posto dei nasi e molteplici busti saldati tra loro cui tocca magari un solo paio di gambe, privazione aggravata da un’inquietante carenza di braccia.

A detta del duo fraterno, la loro arte non è che mimesi della società in cui viviamo. Le loro laide bambole a più teste, i loro plastici tridimensionali in fibra di vetro che mettono in scena eventi bellici reinventati, così come i loro zombi nazisti, i loro scheletri, i loro cadaveri fatti a pezzi, degni del ceroplasta Zumbo, più che delle stampe di Goya, a cui pure si pretendono ispirati, dovrebbero mettere il pubblico a confronto con i suoi demoni peggiori.

Le anatomie stravolte o invase dalla corruzione e dal marciume cercano di offrire alla società uno specchio impietoso oppure un semplice teatrino istantaneo dove baloccarsi con lo scandalo o lo scalpore dell’eccesso? L’Esuberanza è davvero Bellezza, come suona l’epigrafe di William Blake che Bataille pone in epigrafe al suo La part maudite?

Lo sperimentalismo dei Chapman li spinge a tentare pastiche culturali. Nel 2003 con la serie Insult to Injury hanno presentato una serie di incisioni originali di Goya imbrattate da loro con facce di clown.chapman brothers

La stessa operazione è stata replicata nel 2008 con degli acquerelli autentici di Hitler, ricolorati con vistose aggiunte acide in stile hippy.

hit3Qualcosa di simile era già stato fatto l’anno prima da Ira Waldron in Die mit den Damen Hündchen. Originalità a parte, qui la forza dell’atto artistico non sta nell’esito visuale bensì nell’impiego di opere d’arte reali comprate sul mercato e deturpate per appropriarsene e includerle nel proprio progetto artistico. Si tratta di un’opera tipicamente concettuale. È come se non si fossero limitati a mettere i baffi alla Gioconda, ma l’avessero comprata e l’avessero pasticciata con un pennarello per farla diventare non più un’opera di Leonardo ma dei fratelli Chapman. Un ready made di lusso. Un palinsesto di arte sull’arte e per mezzo dell’arte.

Vittime dell’iconoclastia macabra dei Chapman sono stati anche dei ritratti vittoriani ottocenteschi o tardo Settecento contraffati con aggiunte deformi e paradossali. Il titolo della serie non è meno strano delle opere: One Day You Will No Longer Be Loved’.Brainless … Jake and Dinos Chapman's One Day You Will No Longer Be Loved II (No 6), 2008.

Anche l’artista che si fa chiamare weegeeweegee nella serie Altar of the Dead gioca con vecchie foto in bianco e nero e dagherrotipi, e vi sovrappone irriverenti concrezioni marine o entomologiche, abolendo i volti sotto maschere mostruose di seppie, di farfalle, di calamari, di molluschi, di valve.

L’irriverente decostruzione del post-moderno prende di mira la monumentalità statuaria nel caso di Jonathan Owen, scozzese d’adozione, che, con una sorta di raffinato vandalismo trafora i busti e le statue marmoree di gusto classico-accademico, ne sottrae virtuosisticamente parti e blocchi e ricrea un nuovo rapporto vuoto-pieno che trasfigura l’immagine, lasciandone la sagoma disgregata come un fantasma della forma originaria.

In tono minore, ma sulla stessa linea di decontestualizzazione postmoderna, Jessica Harrison si balocca con figurine di porcellana simil-Meissen a cui incastona particolari splatter: damine Biedermeier decapitate o dal cranio in decomposizione oppure con le viscere fuoriuscite dalla loro sede naturale e raccolte in grembo dalla perplessa proprietaria.

Sembra alludere a civiltà scomparse la mummia enigmatica di Steven Dilworth Hanging figure, incordata da robuste funi, come una specie di vittima sacrificale da immolare in un rito sciamanico, in una cerimonia arcaica di un popolo precolombiano.steven dilworth Hanging_figure

Si può dubitare che la ricorrenza dell’atrocità e del macabro sia diventata una vulgata artistica senza più significato. L’abuso di corpi eviscerati, di teschi scarnificati, di mutilazioni, anomalie anatomiche, efferatezze cruente non ha forse reso i destinatari del messaggio artistico sempre più disabusati e sempre meno sensibili, costringendo gli artisti a rincarare la dose per provocarne una reazione? L’aggressività è diventata un gesto estetico. La corrosione iconoclasta al buon gusto è ormai l’unica procedura artistica legittimata e premiata dal mercato. La demistificazione del canone antropocentrico passa per l’irrisione e la satira che hanno il corpo per soggetto e per bersaglio. Ma per quanto dileggiato e messo in ridicolo, il corpo umano fa paura. “Si tu ris, c’est que tu as peur” si legge in exergo a Madame Edwarda di Georges Bataille. Il grottesco insegue e oltrepassa la pornografia.

Nel libro Meatphysics (Creation Books, 2003) Jake Chapman crea una specie di trattato dadaista, senza numero di pagine, che avanza caoticamente contravvenendo ogni ordine argomentativo e grammaticale, includendo nel testo il processo stesso di redazione del testo con la videoscrittura, in una mescolanza eclettica di dati scientifici e fantascienza, con riferimenti pindarici alla teoria freudiana, all’ingegneria genetica e alla critica sociale. Un viatico piuttosto fuorviante per capire l’arte dei fratelli Chapman o forse solo un’ennesima provocazione intellettuale. Il libro termina con la frase “a holocaust of words has non end”. La mancanza di una fine include la mancanza di una forma.6241238310_c9f87e8ea2_o - Copia

Il teatro delle atrocità rappresentato dalle loro figure mira all’informale della realtà, eppure il caotico orrore viene impiegato come puro oggetto di contemplazione estetica. “Futurismo nucleare” definisce quest’arte Liam Sprod nel saggio Nuclear Futurism: The Work of Art in The Age of Remainderless Destruction (John Hunt Publishing, 2012).

Il carattere di questa estetica è un attaccamento feticistico alla figura umana e al nudo come punto di partenza per esercizi di decostruzione morfologica e di invenzione di anatomie virtuali, alternative, aberranti. L’artista è il demiurgo di una creazione controfattuale, ipotetica, paradossale e nello stesso tempo è il cavaliere dell’apocalissi che evoca e orchestra la distruzione e l’abolizione della razza umana.

Forse nell’etichetta si possono includere artisti molto diversi, da Antony Gormley, che nebulizza la sagoma antropomorfica in un aggregato di spirali o di segmenti asimmetrici e sfalsati, che possono persino orientarsi in una crudele convergenza di aghi, trasformando la figura presumibilmente umana che si intravede al di sotto in una specie di puntaspilli gigante

come quelli in cui la portoghese Joana Vasconcelos trasforma i suoi pupazzi-manichini.

Joana Vasconcelos _1Anche gli innesti teratomorfi di vegetali o animali incorporati nella figura umana come quelli di Willy Verginerwilly verginerDSC_2933

o di Luigi Serafini rientrano nell’antiumanesimo ironico del futurismo apocalittico.

Luigi Serafini

Luigi Serafini

La donna-carota di Serafini non è il punto limite della reificazione e degradazione tassonomica subita dal corpo umano.luigi-serafini-Donna-Carota

William Cobbing arriva a innestare pezzi di anatomia umana, gambe e orecchie, a un termosifone, rendendone artisticamente plausibile il connubio grazie a una semplice mano di colore bianco, che ne attenua la teratologica assurdità.furini-arte-contemporanea-william-cobbing-untitled-2006-radiator-plaster-paint-97x93x67-cm-web

Ma è il volto il principale bersaglio dello scempio. Cobbing mineralizza le teste dei modelli vivi con un impasto di malta che le ingloba costringendo la persona a scalpellarle per ritrovare una fisionomia umana.excavation-2

La testa è ancora la cavia delle invenzioni sadiche di Cobbing, come quella che fa attraversare da parte a parte il capo di una statua di creta da una sbarra di metallo fissata a un pilastro,william cobbing1280155246b

o quella del fotografo Jorge Miguel, che imbratta, ingabbia, benda, incatena, cinge di filo spinato i suoi modelli.

JorgeMiguel (1)La sublime carneficina prosegue con il ciclo Sex pictures della poliedrica Cindy Sherman che concepisce set di omicidi e osceni obitori fotografici di corpi di manichini a pezzi, con i genitali accuratamente riprodotti e in bella vista. Un’infrazione negli stereotipi della cultura popolare e dell’immaginario cinematografico a colpi di pornografia lugubre.

Come le gambe femminili calzate di tacchi a spillo, sostenute da un plinto e riprodotte da Roger Reutimann in lucido metallo, lasciate a sgambettare incongruamente nel vuoto, senza traccia del corpo a cui dovrebbero appartenere.

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Per arrivare all’irriverente calco di gambe sezionate di netto all’altezza della vita, con tanto di sigaretta ficcata tra i glutei; uno sberleffo artistico da goliardi stile American Pie proposto da Sarah Lucas all’ultima Biennale di Venezia. sarah-lucas-british-pavilion-at-the-venice-art-biennale-designboom-02

La pornografia abbinata all’alterazione della figura umana compare nella serie dell’americano Paul McCarthy Bunkhouse dove cowboy cinocefali si lasciano praticare una fellatio e donne-gatto sono pronte a soddisfare il rude maschio del Far West.McCarthy Bunkhouse

I freak sono i soggetti preferiti di Joel Peter Witkin, che mette insieme un vero museo di finti dagherrotipi da incubo, con individui nudi dalle anatomie improbabili, amputati, nani, autentici cadaveri da morgue in posa di martiri, persino donne polymastos ovvero dalle molte mammelle, come l’Artemide di Efeso.

In Sex e in Death i terribili fratelli Chapman hanno messo a punto un dittico basato su un’antitesi reversibile e complementare. Con un’arguta inversione, Sex mostra la morte in atto e Death mostra invece un atto sessuale tra due bambole gonfiabili. Se nell’opera Great Deeds against the Dead i tre cadaveri fatti a pezzi e appesi a un albero citavano una delle incisioni di Goya, Sex replicava la stessa scena, con i corpi ridotti a scheletri, ma con nasi clowneschi sui teschi, contornati da topi, serpenti e insetti.

La cosa più interessante è forse l’inganno barocco che si cela nell’opera, di plastica in apparenza, in realtà di bronzo verniciato a simulare la plastica.

Scheletri e corpi smembrati ricorrono nelle luttuose rappresentazioni di Nino Longobardi, nei Memento mori di Pascale Pollier, nelle cyber-teste parlanti di Nathaniel Mellors.

Pascale Pollier, Confronting mortality

Pascale Pollier, Confronting mortality

Le teste decollate vanno forte, perché il messaggio di una decontestualizzazione della parte più nobile e spirituale dell’organismo umano trattato alla stregua di oggetto è maggiormente straniante.

Nathaniel Mellors, Teste parlanti

Nathaniel Mellors, Teste parlanti

Così è per il capo spiccato dal resto del corpo in Self del britannico Marc Quinn, realizzata con il suo stesso sangue congelato e posta in una teca di plexiglass.Self Marc Quinn1

Lo sberleffo si insinua nella provocazione orrorifica con l’americano Paul McCarthy che plasma carri carnevaleschi dove caricature di noti politici si accoppiano con maiali, parodie di esseri umani simili a gnomi e cataste di teste accumulate formano orge che somigliano a ecatombi o viceversa.

Il gusto cinico del massacro ispira le sculture di Urs Fischer, che, pur non rifuggendo da istallazioni a tema macabro (uno scheletro prono su una panchina, plastici di catastrofi con ruderi e cadaveri),

privilegia sculture di cera da far struggere come candele e osserva gli effetti dello scioglimento progressivo, includendo lo sfacelo nella concezione dell’opera a cui cooperano il caso e la dimensione diacronica.urs fischer 132482.ipad

Come per buona parte dei nomi più popolari tra gli artisti viventi, ci si domanda se la gran parte di questi lavori appartenga davvero alla storia dell’arte o non piuttosto a quella del marketing.

La rinuncia al bello e al buon gusto non basta a impedire al “Perturbante”, che è il fulcro dichiarato dell’intenzione artistica, di scadere in oggetto di consumo e di intrattenimento, come un qualsiasi B-movie di genere horror o splatter. L’esperienza estetica sfiora la perdita di senso, e l’attacco ai valori sociali, passando per il corpo umano straziato o deformato, blandisce i desideri attuali della società di massa, non più repressi ma alimentati abbondantemente, anzi a sazietà, dal mercato e dal suo sistema economico, che mercifica il terrore, lo strazio e la carne umana, in un’ottica di transizioni commerciali e di quantificazione monetaria dei valori scambiati, siano pure essi ineffabili e immateriali, come i sentimenti e le emozioni. La paura e l’orrore hanno un costo, un prezzo e, quel che più conta, costituiscono un investimento che dà un profitto sicuro, anche detratte le spese e i danni che occorre affrontare per allestire questi stati d’animo collettivi. Il terrorismo globale dei nostri anni ce lo ha insegnato. Le apocalissi sacrileghe degli artisti non fanno che ripeterlo stancamente. Un giorno dovremmo seriamente riflettere sull’inclusione del terrorismo tra le belle arti.

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