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Moonlight Shadow, Kitchen, Moshi Moshi di Banana Yoshimoto

675595_5Ovvero: l’Armageddon dell’esposizione, ma con tanta panna e una buona dose di antropologia.

Kitchen

Alla giovane Mikage muore la nonna. Viveva da sola con lei da tanto tempo ed era la sua unica parente rimasta. Proprio quando sta per rassegnarsi a una vita di solitudine in un appartamento vuoto, il suo amico Yiuchi la invita ad abitare a casa sua.Empty_Apartment__by_xCamilaxCosì, Mikage non solo può scegliersi una nuova famiglia, ma anche inventarsela: perché Yuichi vive con la madre Eriko, o forse sarebbe meglio dire con il padre, visto che in passato il genitore era un uomo.

In un crescendo di ambiguità, tra fidanzate gelose e rapporti tesi, Mikage cerca di costruirsi una vita e un futuro con quello che sa fare, cucinare, e uscire dalla sua situazione di precarietà perenne cercando di capire i suoi veri sentimenti.

Moonlight Shadow (racconto incluso in Kitchen)

La giovane Satsuki perde il fidanzato di una vita in un brutale incidente stradale. Non è l’unica a soffrire un dolore: Hiiragi, il fratellino liceale del suo amore, perde nello stesso incidente la fidanzata, che il fratellone stava riaccompagnando a casa.

Così, i due sopravvissuti cercano in modi diversi di non crollare, fosse anche per un dolore così grande. Satsuki comincia a fare jogging, e passa ogni mattina dal ponte dove lei e il fidanzato si incontravano, perché vivevano sulle sponde opposte del fiume. Hiiragi invece, che ha perso in un colpo, amore e famiglia, regge andando in giro dappertutto, per strada e nel liceo, con la divisa scolastica a marinaretta della fidanzata, con assoluta nonchalance.Fashion-student-clothing-sauna-uniform-school-wear-class-service-school-japanese-uniform-ds-lead-dancer-clothing

Satsuki viene poi avvicinata da una misteriosa donna, che l’ha tenuta d’occhio durante le sue corse lungo il fiume, e che asserisce di conoscere il suo dolore e anche un modo per farle rivedere per l’ultima volta il fidanzato, così da dargli un addio degno e chiudere i conti con il passato. Tale metodo comporta stare ai margini del ponte e guardare dove si staglia l’ombra del chiaro di luna

DP122114Moshi Moshi

Il padre di Yoshie è un cantante allegro, vitale e spensierato. Si suicida insieme all’amante, di cui la ragazza e la madre non sapevano nulla. Questo spinge la giovane a trasferirsi in un nuovo quartiere, di cui non conosce niente, ma che è tanto favoleggiato nei suoi film preferiti.

Lì, inizia a lavorare come cuoca e cameriera in un bar e la sua vita sembra per un attimo procedere tranquilla, finché la madre non si trasferisce da lei a fare il proverbiale peso morto. E lo fa perché non riusciva più a restare da sola nella casa di famiglia, era come se vi si aggirasse ancora lo spettro del marito.

E in effetti la morte dell’uomo sembra un capitolo non ancora chiuso per entrambe. Così, intraprendono una convivenza per conoscersi come mai prima di allora, un vivere assieme che è anche un viaggio per liberarsi dai fantasmi del passato e trovare chiarezza, tra una nuova vita confusa e misteriosi sconosciuti che si presentano a mangiare al bar tutti i giorni…

Ci addentriamo di nuovo nelle terre del Sol Levante, stavolta per vedere se sono bravi a scrivere oltre che a sceneggiare cartoni. Voci di corridoio affermano che l’autrice Banana abbia preso uno pseudonimo così degno di stima e di beffa per marcare il contrasto con il padre, scrittore dal forte impegno sociale. Beh, la “ragazza” è ancora un caso editoriale dopo decenni, e per conoscerla ho preso le sue due primissime opere e una delle sue ultime.

Iniziamo subito con una precisazione: nonostante venga sbandierato dappertutto, che sia nelle prefazioni, nelle postfazioni, nelle recensioni, accanto al titolo e sul retro di copertina, i romanzi della Yoshimoto NON sono rielaborazioni letterarie del genere shojo manga (fumetto giapponese per ragazze).

Chi continua ad affermarlo, nella mia modesta e sobria opinione, merita un biglietto di sola andata per Norimberga. A questo punto mi domando perché continuino a farlo e un’idea ce l’ho: forse perché ormai per i giovani italiani target del libro, Giappone significa automaticamente anime e manga.

Maledetti!

Al contrario, i romanzi mostrano uno spaccato della società giapponese ovviamente lontano dalle sue facce più oscure (alienazione, omologazione, gerarchizzazione), ma non meno realistico, a differenza della stragrande maggioranza dei prodotti fumettistici idealizzanti (nulla di male) e stereotipati (molto molto male).

Rimane comunque uno schema di fondo almeno in questi tre libri peraltro difformi tra loro, e per vederlo basta anche solo leggere il breve riassunto che ho fatto io: c’è sempre una giovane protagonista femminile, che affronta un lutto (nonna, fidanzato o padre), grazie alla passione per la cucina (con corsi, cucina anti-raffreddore, o lavoro al bar) e a una persona di supporto (Yichi l’anfitrione, Hiiragi il fratellino del defunto oppure la mamma).

E qui veramente comincio ad avere il dubbio che nelle forme giapponesi di arte popolare (non autoriale, non “elevata”) quali fumetto, animazione e pure romanzo facciano una parte veramente importante le convenzioni, quel senso di sicurezza e di ordine, quasi a rispecchiare la stabilità e rigore di una società intera. Stabilità che quando l’opera è bella, grazie a Dio, si combina anche con l’originalità: che può prendere le forme più disparate (sennò non sarebbe originale), da robottoni che sono mamme, a combattimenti a suon di lievitazione del pane, a vestiti che sono alieni, fino a situazioni meno kitsch-tamarriche, ma non meno vive, quali ad esempio i personaggi della Yoshimoto.

Ma di questo parleremo dopo. Adesso è giusto calare la scure del boia, con tanto di “Ye not Guilty” inciso sulla lama, su quel che a mio parere è il difetto più grande di queste opere.

L’esposizione, Maremma! l’esposizione!

La prima regola che viene insegnata ad ogni aspirante scrittore è: “NON DIRE, MOSTRA”.

Questa frase ogni artista se la tatua indelebile e alta quattro dita sul petto, poi su entrambe le braccia dove i bikers scrivono “I Love Mom” e infine sul pube per non farsi mancare niente.

Banana Yoshimoto non ne ha mai sentito parlare. Dio mio, se penso che ho dato a Dick del didascalico! Banana invece, anche se riesce a farti capire tutto, te lo deve pure ridire chiaro e tondo. Un esempio varrà più di mille parole. È preso da Moonlight Shadow. La protagonista Satsuki ha un raffreddore tremendo, buscato a correre per reagire alla morte del fidanzato. La donna misteriosa del ponte va a fare due chiacchiere con lei.

 

“Il raffreddore, […] adesso è nella fase peggiore. […] Però forse a questo punto non può peggiorare. […] È vero, in futuro ti potrebbe tornare, in una forma forte e altrettanto grave, ma se tieni duro forse non accadrà più […]. Puoi considerare inaccettabile il fatto che torni, oppure, se torna, dire a te stessa: beh, ci risiamo di nuovo?” […]

La guardavo con occhi spalancati. Aveva parlato veramente del raffreddore?

YOU DON’T SAY?

Il correlativo oggettivo ha una storia e una nobiltà, non però se ti viene sbattuto in faccia con la grazia di una mattonata dal terzo piano.

Il brutto è che Banana non ti considera un coglione, anzi: io non so come diamine faccia, ma dalla sua scrittura trasuda quella che non posso definire altro che innocenza, proprio una totale mancanza di malizia verso il lettore: per lei non siamo vacche da latte, siamo amici. Come cacchio ci riesca senza elementi come il tono di voce o il linguaggio del corpo, per me è un mistero. Però davvero, la sua continua e impenitente esposizione assomiglia più ai benevoli consigli di mamma, che ti ripete di prendere il giacchetto anche se hai 40 anni.

Un’altra cosa che mi lascia perplesso è stata la dinamica del rapporto tra Yoshie (la protagonista di Moshi Moshi) e l’amico del cuore del padre suicida. Yoshie sta tutto il tempo dietro ad Aratani, il ragazzo che frequenta il suo bar per vederla, un tizio esperto, dongiovanni, estroverso; e si confida con il gentile, timido e flemmatico amico paterno che ha il doppio dei suoi anni.

Poi va a letto con lui. Non proprio dal nulla, ma poco ci manca. Capisce solo che il suo rapporto con Aratani non va da nessuna parte e quindi ha proprio bisogno di un uomo che le scaldi il cuore come l’amico paterno “detective Colombo”, così soprannominato per i suoi impermeabili. Okkei, ottima scelta, anche a me l’altro sembrava troppo ciccione (in potenza) & marpione, però a me per un attimo è puzzato un sacco di sostituto freudiano al padre scomparso. Il che avrebbe invalidato tutto il percorso di crescita fatto dalla protagonista, specie se sbucato così dal nulla, diabolo ex machina. Poi ho apprezzato un sacco come da una parte Colombo sia fiero per essersi fatto una ragazza giovane e bella, dall’altra abbia i complessi perché è la figlia del suo migliore amico suicida.

Detto questo, passiamo a considerare qualcosa di più dello stile di scrittura e della trama, ovvero l’anima che c’è dietro. Le opere della Yoshimoto sono intrise di un lirismo quotidiano che scalda il cuore. Ovvero, al di là delle spiegazioni, si concentrano sui sentimenti dei protagonisti, e sono sentimenti che non sembrano esagerati, ma risuonano vivi anche se semplici, anche e soprattutto grazie a una buona rappresentazione della routine quotidiana. Sono inseriti tanti dettagli che possono essere conosciuti solo da chi esperienze del genere (e non parlo solo del lutto) le ha vissute, chi conosce quelle abitudini, chi sa che la vita non si dipana solo tra i grandi avvenimenti ma, anche nel lavoro di tutti i giorni. Questi dettagli non sono inutili, perché SONO LORO i romanzi, e anche ciò che distingue la vita vera da una sagoma di cartone che la rappresenta.

Quello infatti che mi lascia più perplesso nei tentativi di immedesimazione con il lettore nelle avventure avventurose, così come nell’horror o in altri generi che deviano dalla quotidianità, è che certe esperienze non hanno eguali nella vita reale. Quindi se non vengono ricondotte a sentimenti e situazioni che il lettore può comprendere e riconoscere, col cavolo che gli risuoneranno dentro!

E poi ci sono i personaggi secondari. La protagonista ahimé rimane una sorta di alter ego dell’autrice, con cui condivide le passioni giovanili, e il bello è che in più di quindici anni non è cambiata come rappresentazione. Ma i personaggi secondari, che possono permettersi di essere più piatti ma anche più fiammeggianti, emozionano e restano nella memoria.

C’è n’è uno speciale in ognuna delle tre opere.

In Moshi Moshi, oltre al già citato detective Colombo, c’è l’amante suicida: un inquietante messaggero dell’oscurità che anche dall’oltretomba getta la sua ombra di dubbio sulla protagonista. È una figura vampirica, che usa il meglio delle persone per tirar fuori il loro peggio. Quante persone ha salvato il padre di Yoshie, suicidandosi con lei come sacrificio, prima che facesse altre vittime. Peccato le sia lasciato così poco spazio.

In Kitchen c’è Eriko, il padre dell’amico che ospita la protagonista. Ha deciso di cambiare sesso e diventare “la mamma” dopo la morte straziante della moglie, sapendo che non avrebbe mai potuto amare un’altra donna allo stesso modo, e desiderando di potersi permettere l’emotività concessa solo alle donne, in una società rigida dove l’uomo deve rimanere impassibile di fronte a tutto.

E poi in Moonlight Shadow, il mio preferito, abbiamo . Anzi, con la fierezza che si riserva appunto a un ricordo tesoreggiato. Ma voi l’avete presente com’è una marinaretta? È imbarazzante anche per le ragazze. Però io riuscivo a immaginarmelo, me lo vedevo per la strada, con il suo sorriso pacato, mentre i bulli gli davano del frocio, e lui continuava tranquillo. Quella marinaretta si capisce che è molto più di un vestito imbarazzante, ma è la persona perduta stessa, che si cerca di far vivere ancora in ogni modo.

Un po’ come certi sentimenti che non muoiono, e anche se sono sempre gli stessi, l’umanità riuscirà sempre a descriverli in modo nuovo, proprio come Banana Yoshimoto, che li espone da un altro punto di vista.

                                                                                           articolo di Davide Toccafondi

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