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MESSICO, SICARI E PEPERONI

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Nel corso della sua carriera quarantennale Edward Weston ha fissato sulla pellicola, oltre a vip tipo Marylin e Arthur Miller, una serie eterogenea di soggetti, tra cui paesaggi con cactus, dune, nature morte con ortaggi, desolati scorci rurali, ritratti virili non sempre lusinghieri; e anche scene vagamente surreali, come le donne senza niente addosso tranne una maschera antigas sul viso.

Sono tra i suoi scatti più celebri i nudi femminili (uno del 1925 è stato acquistato nel 2008 dal gallerista Peter MacGill per $ 1,6 milioni) ma di gran lunga meno sensuosi dei suoi peperoni, così simili a certe sculture di Rodin o di Hans Arp, per tacere delle foglie di cavolo, belle come gli acanti dei capitelli corinzi.


Le sue modelle erano ritratte quasi sempre senza vestiti, ma in pose e contorsioni così arzigogolate da ridurre i corpi a puri a volumi e superfici esenti da ogni erotismo. Eppure le sue modelle erano donne famose per la loro bellezza, a parte la non avvenentissima messicana Anita Brenner, che in effetti viene fotografata da Weston per lo più solo di schiena.Product1361324

Anita Brenner è molto amica di Weston e della sua amante Tina Modotti; e si presta di buon grado a posare per il loro obiettivo. Ma non è una modella, bensì scrittrice, storica e antropologa. Weston aveva già esposto le sue fotografie alla galleria Aztec Land, quando Anita chiede a lui e a Tina di accompagnarla in un tour del Messico, nelle regioni di Jalisco, di Oaxaca e del Michoacan, per documentarsi in vista della pubblicazione di un libro sull’arte messicana. Il viaggio ha luogo nel 1926, ma il libro esce tre anni dopo con il titolo di Idols behind altars e si avvale del corredo fotografico fornito dagli scatti della Modotti e di Weston, che catturano il fascino arcaico della cultura e della religione preispanica sopravvissuta alla conversione coatta.

Il libro della Brenner fresco di stampa viene letto da Ejzenštejn che, rotto il contratto con la Paramount per un film che doveva girare negli Stati Uniti, è arrivato in Messico per produrre un film-documentario che avrebbe chiamato Que Viva Mexico! Anche gli agguerriti murales Lumpenproletariat di Diego Rivera forniscono un ineludibile modello estetico per le inquadrature di Ėjzenštejn. Peccato che il suo film non venga finito, perché Stalin vuole che il regista torni subito a Mosca. Il materiale filmato e mai montato da Ejzenštejn sarà poi realizzato in forma apocrifa e proiettato, senza il benestare del regista, con il titolo Lampi sul Messico. Dalle foto di Weston e di Tina Modotti che illustravano il volume della Brenner il regista russo aveva attinto suggestioni e modalità visuali che andranno a comporre un inventario iconografico, tra veristico e simbolico, indissolubile ormai dalla potenza tellurica del paesaggio mesoamericano e riconoscibile anche nei film di Luis Buñuel girati in Messico.

Il direttore della fotografia di molte pellicole messicane di Buñuel è Gabriel Figueroa, il quale negli anni ’30 gravitava in quella comunità di artisti locali, tra cui i pittori Rivera e Orozco, nonché fotografi stranieri come Weston e la Modotti, tutti in cerca di originali modalità stilistiche per trasformare, ciascuno nel proprio campo, la particolarità delle terre messicane in un linguaggio e in una cifra visionaria. In questo decennio, la scuola messicana si impone nel panorama internazionale dell’arte fotografica. Fu proprio Figueroa che coniò l’espressione di “mexicana imagen” cioè un’immagine peculiare che al Messico contemporaneo forniva un’identità riconoscibile e condivisa. Paesaggi e ritratti fortemente contrastati dalla luce e dall’ombra, anche ricorrendo a filtri speciali, sono una caratteristica di Gabriel Figueroa, trasmessa anche ai film-maker con cui collaborò. Vámonos con Pancho Villa del 1935 e gli altri film della trilogia sulla rivoluzione zapatista diretti da Fernando de Fuentes, con la fotografía di Figueroa, saranno una pietra miliare nella storia del cinema messicano. (Zuzana M. Pick, Constructing the Image of the Mexican Revolution: Cinema and the Archive, University of Texas Press, 2010.)

Tina Modotti fu senza dubbio una maestra per i giovani fotografi messicani, come Manuel Alvarez Bravo e può essere considerata tra le iniziatrici di questo immaginario messicano non folkloristico che affondava le sue radici nell’ideologia indigenista e si nutriva dei seri interessi etnografici di Anita Brenner.

tina-modotti_01Il Messico della Modotti si fissa in una laica sindone di ombre e di luci, un’equilibrata combinazione di linee, un microcosmo simbolico di pieni e di vuoti. Immobilità di steli, pannocchie di granoturco, falci e cartucciere disposti come emblemi araldici o allusioni metafisiche.

tina-modotti_05L’esigente rigore formale, non estetizzante ma esistenziale, accoglie sempre più largamente i contenuti engagé ispirati all’utopia rivoluzionaria e ai pittori muralisti messicani.

Escono dai vicoli dei pueblos i peoni ritratti da Tina, o piuttosto dai murales dei suoi amici Xavier Guerrero, Diego Rivera, e José Clemente Orozco?

02_Frau_mit_FahneTina Modotti fotografa quegli affreschi accecanti di colori tropicali e talvolta vi appare ritratta, in un gioco circolare di specchi e di riflessi reciproci.diego-rivera-the-arsenal

Anche Frida Kahlo si offre all’obiettivo della Modotti. La tormentata Frida dalle sopracciglia unite e l’inquieta Tina dalla bocca carnosa sono due donne che gettano arte e cuore contro gli ostacoli e si ritrovano allacciate in un’amicizia saffica, mentre Diego Rivera corre dietro ad altre sottane.6a00d83451f25369e200e54f19ef6e8833-800wi

Come Frida, anche Tina e Anita Brenner sono donne emancipate e, stando alle foto delle loro nudità colte dagli scatti di Weston, anche disinibite.

tina-en-la-azotea-edward-weston-1924-2Se la matronale schiena della Brenner fotografata da Weston è un mero studio formale, Tina Modotti ha ritratto il volto della sua amica e modella con un sincero interesse umano, mostrandone la personalità virile e malinconica.

Anita Brenner fotografata da Tina Modotti

Anita Brenner fotografata da Tina Modotti

Nonostante la liason amorosa e professionale che li univa, Weston e la Modotti non guardavano più le cose con gli stessi occhi. Lo si era capito già durante la missione etnografica intrapresa lungo le sierre del Guanajuato fino alle rovine di Puebla e ai templi di Querétaro per collaborare al libro della Brenner. Weston rimane fedele al suo stile astratto e rigoroso, ma Tina, che ormai milita nel Partito Comunista Messicano, è più interessata ai contenuti sociali e politici che alla forma delle sue opere.Tina-Modotti-–-Mexican-sombrero-with-hammer-and-sickle-1927Troppa arte nella sua vita, ma poca vita da dare all’arte, così si confessa Tina a Weston in una lettera del luglio 1925. Si sta preparando la gran rinuncia alla fotografia e a Weston, che infatti a un certo punto torna da solo negli Stati Uniti. La nuova passione di Tina è l’ardente cubano Julio Antonio Mella, agitatore politico comunista, che muore tra le sue braccia, all’uscita dal cinema, colpito dall’arma di un sicario. Vi sono pochi dubbi che il mandante sia il dittatore cubano Machado, ma la sua amante è accusata di complicità nell’assassinio, si sospetta un delitto passionale. I giornali si gettano sulla storia noir condita dai pimenti dell’erotismo libertino e dell’estremismo politico; e fanno della bella e troppo libera e spregiudicata artista italiana un’eroina mediatica da tinteggiare con i colori scarlatti dello scandalo.

Nondimeno la Biblioteca Nazionale ospita una sua mostra personale. Ma la sua predilezione per un Messico della penuria, per i braccianti emunti dalla fatica e per un popolo straccione le costano l’avversione del governo. Imprigionata con l’accusa di cospirazione contro il presidente Ortiz Rubio, finisce per essere espulsa come straniera indesiderata. Tina Modotti lascia il Messico. Tutti i suoi beni stanno in una sola valigia. Viaggia per l’Europa. L’ideologia che ha abbracciato l’attira a Mosca con un nuovo compagno, un tal Vidali, agente sovietico. La fotografa muore, nasce l’agente politico di Stalin, bella e misteriosa come una Ninotchka, poliglotta e affascinante come una Mata Hari del Comintern.
Quando scoppia la Guerra civile spagnola, viene mandata nella penisola iberica con la missione di unirsi alle Brigate Internazionali. Robert Capa, reporter in Spagna, la esorta invano a tornare alla fotografia. Sconfitto il movimento repubblicano, la Modotti, provata dal macello spagnolo, nel ’39 ritorna dove è stata felice. In Messico.

Intanto, esiliato dall’Urss, Lev Trockij si era rifugiato a Città del Messico due anni avanti, ospite a casa di Rivera e poi della Casa Azul di Frida Kahlo a Coyoacán. Ma i sicari di Stalin sono già sulle sue tracce. Nel primo fallito attentato a Trockij, si sospettò anche di Rivera, che aveva ormai rotto con il leader marxista. In un altro attentato, un agente stalinista sotto copertura riuscì a farlo fuori, forse con la complicità di Tina Modotti e del suo amante, che coprirono il suo ingresso in Messico con una falsa identità. Questo almeno sospettano alcuni storici. (Christiane Barckhausen, Tina Modotti: verità e leggenda, Giunti Editore, 2003)
Possibile che l’amorosa, libertaria artista piena di gioia di vivere fosse stata così assorbita dall’ideologia da prestarsi a un assassinio politico? Edward Weston la descrisse come una donna che aveva conosciuto morte e delusione, che si era venduta ai ricchi e donata ai poveri, finendo poi per ammettere: «Tina è un enigma, ma non mente mai».
A Taos, a Taos!
Weston, lasciata Tina, diventa ospite fisso a Taos, New Mexico; il regno di Mabel Evans Dodge che ha mollato John Reed, sposato un indio e comprato una proprietà di 12 acri dove ha fatto costruire una casa di mattoni che ha battezzato Los Gallos, per fondarvi una colonia della controcultura. La Dodge che a Taos ha rinunciato alla moda occidentale, optando per il poncho, ama circondarsi di eccentrici illlustri. Oltre a Weston, a sua moglie Charis e i loro amici fotografi del Gruppo f/64, anche Carl Gustav Jung, la scrittrice Willa Cather, la ballerina Martha Graham e pittrici come Georgia O’Keeffe e Louise Emerson Ronnebeck vengono ospitati sotto i rustici soffitti dalle travi a vista di Los Gallos. Una volta Mabel Dodge invita Weston per le vacanze natalizie. Vuole assolutamente che fotografi un ospite d’eccezione: il più popolare direttore d’orchestra del tempo, Leopold Stokowski. Il fotografo aveva già ritratto Stravinsky, ma invece Stokowski esclama seccato: -No pictures!
Ma forse l’ospite più celebre di Taos è stato D.H. Lawrence, un ospite dal carattere difficile però, come ricorda la Dodge dieci anni dopo nel suo libro Lorenzo a Taos (Knopf, 1932). Sulla copertina del libro spicca la fotografia di Lawrence scattata da Edward Henry Weston nel suo studio a Mexico City, una decina di anni prima. Con disappunto del grande fotografo, che nei diari la giudicava mal riuscita.

65771_lLawrence e Weston avevano in comune l’amore per le nature morte, dove è racchiuso il simbolo della vita che scorre in tutte le cose. Nei versi di Birds, Beasts and Flowers (1923) il poeta inglese descrive pesche e melagrane che è in procinto di gustare, mentre il fotografo americano predilige peperoni e cavoli, che confessa di mangiare senza rimorsi, dopo averli immortalati nelle sue opere.
Ospite di Weston in Messico, Lawrence concepisce Il Serpente Piumato dove immagina che una donna irlandese in viaggio per le sierre messicane si innamori di un intellettuale locale, deciso a risvegliare le antiche divinità atzeche in vista di una riscossa dell’anima nazionale messicana. Una trama esile al servizio dell’idea fissa dello scrittore: la passione erotica come mezzo di perfezionamento spirituale e di raggiungimento dell’autenticità e della pienezza vitale.
Sarà, ma il Messico risulta fatale per Lawrence. Qui infatti si ammala di malaria e tubercolosi e deve tornare in Europa, dove qualche anno dopo la malattia polmonare lo ucciderà. Il suo spettro aleggia ancora su Taos quando Mabel cerca di rimpiazzarlo con il poeta americano Robinson Jeffers, che aveva costruito con le sue mani il suo maniero a Carmel, California, un’altra mecca di cultura alternativa, brulicante di radicali e socialisti come Max Eastman, anche lui ospite della spiritata Mable Dodge a Taos. Nelle ventidue camere del ranch, questi artisti e intellettuali bizzarri si amarono, si sballarono, bisticciarono, e tentarono il suicidio. Questo covo di pazzoidi convinti di assorbire radiazioni spirituali dal terreno è oggi monumento storico nazionale.
Dennis Hopper, girando Easy Rider, un giorno nota col suo occhio da fotografo e artista la casa che fu di Mabel Dodge Luhan e nel 1970, colpito dalla vibrazioni emanate del luogo, l’acquista da una nipote di Mabel per circa 160.000 dollari. Hopper tenterà di trasformarla in una mecca fricchettona, sotto l’egida tutelare delle ombre di D.H. Lawrence e di Mabel Dodge, intraviste tra i fumi della marjuana. I precursori si estinguono. Gli epigoni si moltiplicano.

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