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MANGA E TANGO IN KAWASAKI STREET (SECONDA E FORSE ULTIMA PUNTATA) di Giovanni Lopez

 

mantra e tango in kawasaki street cover

 

Nonostante il tentativo di auto-dirottamento, la falcidie di serafini tra il quarto e il quinto cerchio e il karaoke su basi di Amy Winehouse, non solo atterrammo in orario, ma Sister Appel aveva ottenuto il massimo share della mattinata World-Net, con sedicimila trecento collegamenti simultanei, dallo stretto di Malacca fino a quello di Bering, senza contare le pendici dei vulcani spenti, i cui i dati, per le note interferenze elettromagnetiche, non arrivano mai in tempo reale. Avemmo qualche difficoltà nel tenere lontani gli agenti monomandatari della Matsushita e della Touchstone Pictures, che brandivano contratti miliardari per assicurarsi la voce di Sister Appel, a quanto pare molto apprezzata dai periti demoscopici di queste multinazionali dello show perpetuel, per il suo tono caldo e gioioso. Sister Appel, sebbene non dicesse né si né no, aveva molta fretta di arrivare in albergo, e li congedò. Ma al posto dell’Hotel Tucson Evergreen Multipanoramic, che avevamo prenotato via satellite grazie ad una hostess molto gentile (un metro e novanta, costei, con due gambe lunghe e ben fatte che non si sarebbe detto potessero toccare in sorte ad una coreana; e difatti l’amabile creatura ci confessò che le erano state trapiantate da un pivot boero del Sudafrica, che aveva deciso di ritirarsi dallo sport professionistico), al posto dell’Hotel, torno a dire, trovammo, con nostro gran disappunto, un Centro di agrigenetica. Sister Appel non ne fece un dramma. Ho sempre nutrito una forma di sgomenta fiducia nella capacità di adattamento della mia mistica amica. Anzi, quello che mi sgomentava era  proprio che tutto il mondo sembrasse volenteroso di adattarsi a lei. Avevo ben ragione di ammirarla, io che non riesco neppure a farmi assecondare dall’immagine riflessa dallo specchio del bagno. Insomma, la suora si rimboccò le maniche, come sapeva fare lei, e trasformò un’ala del giardino d’inverno, dove si coltivavano frumenti idroponici e ibridi di fagiolo e salsapariglia, in una decente suite.

“Madre,” l’apostrofò il receptionist, “a parte il fatto che voglio fare il gentiluomo e non voglio più servir, ho qui un messaggio di un certo Zhai Chan Guvstasson. Mi ha lasciato il suo floppy number.”

“Grazie, figliolo,” fece la madre, togliendogli di mano il foglio con l’appunto.

“Madre, le ricordo che questo non è un albergo ma un centro internazionale di agrigenetica.”

“D’accordo,” rispose Sister Appel, “e con questo?”

“E soprattutto, niente uomini in camera.” si raccomandò l’impiegato, guardandola con intenzione.

“Figliolo, per chi mi ha presa?” disse tranquillamente la mia amica, mettendogli in mano un santino di Sant’Anselmo di Aosta, a mo’ di mancia.

Per riprenderci dal cambio di fuso orario, ci accordammo una mezz’ora di relax su un letto. Io nel mio, la sorella nel suo, ovviamente. Nel mio letto trovai due attori di teatro no, con le facce impomatate e lisciate di biacca, che provavano molto infervorati, ma che non ebbero difficoltà a lasciarmi il campo libero, profondendosi in mille scuse finché, rinculando a piccoli passi, non ebbero guadagnato la porta. Mi addormentai di botto e venni svegliato altrettanto bruscamente. Nella penombra, un uomo, di cui notai solo l’aura verdolina che emanava (e io che non avevo mai voluto credere alla diagnostica auravision!), mi disse che una reverenda madre mi attendeva nella galleria pensile. Mi pareva di aver dormito un secolo e il mio sentimento della realtà, risultato labile in molti test psico-attitudinali, si era ulteriormente affievolito. Mentre salivo le rampe rivestite di palma tessile, tutto quel che desideravo era morire. O forse desideravo solo un caffè nero con un croissant di Paul. Piante in vaso o a quinconce verdeggiavano in ordine lungo i pilastri moreschi ed enormi zucche barucche rampicanti facevano da cielo pendulo, lasciando cadere pesantissime cucurbitacee, giunte a debita maturità, sul pavimento di mosaico o, quando sorte voleva, sul capo di un malavventurato passante.

Non sapevo che Sister Appel fumasse abitualmente, ma lo intuii dall’avidità con cui si era attaccata ad un narghilè.

“Spicciamoci, intendo arrivare all’Egyptian Palace prima dell’apertura. Se trovo chi dico io, sarà un bel colpaccio.”

“Senti, sorella…” provai ad obiettare, ma quando ebbi pensato ad un’obiezione, ero già su un taxi, nel traffico pazzesco del Cairo.

Sulle terrazze e sui muri privi di finestre, enormi cartelloni pubblicizzavano il festival.

“Scendi, che aspetti?” mi incalzò la futura badessa.

Scavalcammo una coda biblica e ci portammo su un ingresso laterale.

“Sessioni individuali?” ci chiese un deferente employé, in camicia azzurra e zanne di facocero innestate nel lobo.

“Naturalmente,” asserì recisa e sbrigativa la pia donna.

Quando fummo dentro, non mi tenni dal chiedere:

“Che ha chiesto quel tipo? ‘Sessioni individuali’ di che?”

“Che vuoi che ne sappia io? Ne ho idea quanto te. Ma ci ha fatto entrare, no?”

Entrati, eravamo entrati. Un visibilio di candele, moccoli e lunghi ceri colorati, a centinaia, rischiaravano di tremolanti barlumi l’ombra disingannata di una sorta di sottoscala. Si intravedevano giovani e vecchi che meditavano in gruppo, cercando palesemente di contattare la propria guida interiore mediante il metodo Prana Healing.

“Guarda,” mi fece la sposa del Signore, “ecco giovani e vecchi che meditano in gruppo, cercando di contattare la propria guida interiore secondo il metodo Prana Healing.”

“Si, lo avevo notato anch’io,” dissi, per far vedere che sapevo essere perspicace, alle mie ore.

“Sei perspicace,” disse lei, con un tono di approvazione a mezza bocca.

L’unica porta in fondo al corridoio menava dritta al palcoscenico dell’Egyptian Palace. Come lo sapevo? Perchè mi ritrovai, tra un tripudio di luci broadwayane, proprio sul palcoscenico dell’Egipyan Palace, di cui riconobbi la platea romboedrica, da me tante volte vista in televisione. Suoni tibetani di guarigione e di armonia mi avvolsero. Non sapendo che dire a tutto quel pubblico (e fortuna che ignoravo ancora che lo spettacolo era trasmesso in mondovisione per via endovenosa) proposi una tombola con l’astrologia arcaica. Il mondo sostanzialmente si annoia. Altrimenti non si spiega che il mondo applaudisse a quella mia iniziativa ascetizia e d’accatto. Sotto lo sguardo vellutato di Sister Appel, che esprimeva stavolta una ben più convinta approvazione, tenni col fiato sospeso otto o nove miliardi di persone che non avevano un cazzo da fare, annunciando che, come premio del gioco, mi sarei buttato personalmente dall’ultimo piano delle Torri gemelle di Kuala Lumpur.

Cosa che feci, in seguito…(CONTINUA, MI SA)

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