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MANGA E TANGO IN KAWASAKI STREET (terza puntata? ho già perso il conto) di Giovanni Lopez

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Quel giorno c’erano trentotto gradi e novanta per cento di umidità. Varcai con passo spedito l’ingresso di uno dei due sperticati edifici cognominati Petronas dal nome del suo megalomane committente. Mi accorsi di rabbrividire e non era tutta colpa dell’aria condizionata. Presi il mio bravo elevator e durante il tragitto ascendente mi diedi a fare esercizi di risveglio sensoriale, respirazione, stiramento e dinamica articolare, cercando di modificare le mie abitudini motorie inefficaci, di incrementare la coordinazione e di dare naturalezza ed espressività ai miei gesti. Arrivai in cima al grattacielo che ero in splendida forma e quasi rimpiansi di essermi impegnato a quel salto suicida dinnanzi all’assise dell’intera popolazione mondiale. Ero stufo di vivere, d’accordo, ma perché non aspettare che mi fossi sentito proprio a terra per schiantarmi al suolo? Perché non riservarmi una procedura un poco più intima? Poi pensai alla mia amica, i cui occhi, brillanti di orgogliosa apprensione, erano apparsi su un megaschermo collocato sul grattacielo Petronas, gemello di quello dal quale stavo per spiccare il mio salto da fachiro russo. Mentre esitavo, cercai di richiamare alla mente il pensiero più sgradevole che avesse mai colpito i miei neurotrasmettitori, per dare un approssimativo movente alla mia ecatombe individuale, e tutto quel che mi sovvenne fu l’odore appestante di un sugo scotto alle cipolle, che mi indusse conati di vomito immaginari, un giorno che ero allettato con la febbre. Mi ero quasi persuaso che la vita non fosse più degna di essere vissuta, dopo che uno aveva patito una sensazione del genere, quando un paparazzo mi tagliò la strada che mi separava dal cornicione, per fotografare con la sua reflex la mia stupida immolazione. Assunsi una posizione adeguata al momento, prendendo la posa dell’Arrigantore del Museo Archeologico di Firenze, ma il mio gesto brusco mandò l’intraprendente professionista della carta stampata letteralmente gambe all’aria, sull’orlo del prestigioso fastigio grattacielesco. Da lì a precipitare per duecentodieci piani il passo è breve…

(CONTINUA, AHIME’!)

 

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