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MALEDETTI FARAONI: INGEGNERI ITALIANI IN EGITTO

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Tenetevi forte. Il nostro itinerario partirà dal centro di Torino e ci porterà molto lontano. Fino al deserto della Nubia.

Cominciamo con l’entrare nel Museo di antichità egizie.2f6f0d6db0d3c523bd78ffcf95e9710e

Saliamo al primo piano e, dopo aver sfidato gli sguardi di basalto di statue faraoniche cinque o sei volte più alte di noi, ci affacciamo, non senza una certa reverenziale esitazione, all’ingresso del tempio rupestre di Ellesija, asportato dalla Nubia nel 1965 e rimontato a Torino per salvarlo dalle acque del lago artificiale da cui sarebbe stato sommerso, in seguito alla costruzione della diga di Assuan.6a00d8341bfb1653ef01901eec6bc4970b

Due stele dichiarano che il tempio in onore di Horus e della dea Satet fu fatto costruire da Thutmose III e restaurare da Ramesse II.

Il tempietto è un dono del governo egiziano all’Italia, un segno di riconoscenza per il lavoro degli archeologi e degli ingegneri italiani che si adoperarono per mettere in salvo i templi nubiani. Silvio Curto, uno dei più reputati egittologi del mondo e già direttore del Museo Egizio, di recente scomparso, fu uno dei protagonisti di questa operazione internazionale di salvataggio. Per visitare gli altri templi rupestri della Nubia salvati dalle acque è ormai inutile andare in Egitto, occorre piuttosto fare un tour dei musei europei e americani: il Metropolitan di New York, il Museo Egizio di Berlino e ancora Leida e Madrid. Paradossale destino delle opere umane: i secoli avevano sepolto i monumenti egizi nelle sabbie, gli uomini li esumarono dalle sabbie per poi sommergerli di nuovo nelle acque.

Tempio di Ellesija al Museo Egizio di Torino

Tempio di Ellesija al Museo Egizio di Torino

Già gli inglesi avevano costruito una diga all’altezza della prima cateratta del Nilo, terminata ai primi del XX secolo. Il tempio ellenistico sull’isola di File dovette emigrare su un’altra isola del Nilo per non finire sommersa.  Ma il progetto della attuale Grande Diga, a cui prese parte l’ingegnere milanese Luigi Gallioli, avrebbe condannato il sito archeologico di Abu Simbel e molti altri templi nubiani. Pertanto l’UNESCO promosse i lavori per tagliare a blocchi i monumenti rupestri e spostarli fuori dalla portata delle acque. Un’impresa non meno faraonica di quella che ci volle per costruirli.

Ma prima di recarci ad Abu Simbel, facciamo una visita al Cairo.

Presso la porta di Bab el Nasr si stende l’omonimo cimitero. In questa immensa distesa di sepolcri e mausolei, i defunti e i viventi dimorano accanto. La chiamano la Città dei morti, ma in realtà è un vivace slum dove abitano un milione di indigenti: non solo senzatetto e accattoni, ma anche quelli che ritengono più conveniente dormire gratis all’ombra delle lapidi che in una casa dove si deve pagare l’affitto. I residenti di Bab el Nasr che non sono morti si guadagnano la vita come custodi di quelli che in vita non sono più. Presso ogni tomba è stesa una stuoia dove dorme un’intera famiglia. Una pietra sepolcrale può fungere da tavolo da pranzo, una stele da attaccapanni e un mausoleo ripara dalla pioggia o dal solleone. Il bucato è steso da una lapide all’altra.Tamara_Abdul_Hadi_4

Scansando morti e vivi, ci addentriamo nel labirinto funebre in cerca della tomba di un celebre personaggio che qui dimora da due secoli.Burckhardt's Tomb at Cairo

Eccola. Sulla lapide si legge ancora il nome: Sheikh Ibrahim. Ma lo pseudonimo arabo cela l’orientalista svizzero Johann Ludwig Burckhardt (n. 24 novembre 1784 † 15 ottobre 1817).p725269878-3

Fu proprio Burckhardt a scoprire per primo, nel 1813, il complesso monumentale di Abu Simbel. Per uno di quei casi di serendipity, trovò ciò che non cercava, visto che si era imbarcato sul Nilo per raggiungere una carovana che lo portasse nell’Africa occidentale, dove sperava di scoprire le fonti del fiume Niger. Poliglotta, conoscitore del Corano, instancabile esploratore, aveva viaggiato nel Medio Oriente, riscoperto l’esistenza di Petra, la perduta capitale dei Nabatei; e ficcato il naso persino nell’inaccessibile città santa di Mecca, interdetta ai non musulmani.

Quando li scoprì nel deserto della Nubia, i templi di Abu Simbel erano semisepolti dalle sabbie.

Il tempio di Abu Simbel nell'illustrazione di David Roberts, 1842

Il tempio di Abu Simbel nell’illustrazione di David Roberts, 1842

Tuttavia decise di lasciarli com’erano e si imbarcò in una nuova avventura, che però gli costò la vita. Burckhardt infatti ebbe un’attacco fatale di dissenteria e morì al Cairo a trentatré anni. Volle essere sepolto qui a Bab el Nasr con la sua nuova identità di convertito all’Islam. Prima di morire però rivelò a un corrispondente italiano il sito del tempio sepolto.

L’italiano in questione era Giovanni Battista Belzoni, ex barbiere, monaco mancato, erculeo forzuto da fiere con il nome di Sansone Patagonico, che riusciva a sollevare fino a dodici uomini in una volta, mago, fantasista di circo equestre, inventore di marchingegni per fantasmagorici giochi di acqua e fuochi pirotecnici negli spettacoli di varietà. Insomma un dilettante mercuriale, un cervello proteiforme con una inventività versatile, tipica di alcuni nostri connazionali dell’epoca. Un Casanova dell’ingegneria, un Cagliostro della prestidigitazione, e persino un Lorenzo da Ponte delle arene circensi, che divenne anche il protagonista di un fumetto edito da Bonelli, scritto e disegnato da Walter Venturi.
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Belzoni si trovava in Egitto per presentare al sultano una macchina irrigatrice da lui inventata. Al Cairo fece conoscenza con il console britannico Henry Salt, che lo incaricò di trasportare da un tempio funerario della Valle dei Re un enorme busto di Ramesse II destinato al British Museum. L’ex barbiere e prestigiatore non era certo un archeologo, ma non gli mancava l’ingegno. Le sette tonnellate di pietra del colosso furono sottratte al suolo egiziano e fatte arrivare a Londra senza intoppi.ee64d0bb7c38ca34317b55c385eb389c

Né gli mancava un umorismo sornione. Scrivendo del ritrovamento in Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs, and Excavations in Egypt and Nubia (John Murray, 1820) scrisse che il volto del faraone sembrava sorridere “all’idea di essere trasportato in Inghilterra”. Già che c’era e che ci aveva preso gusto, decise di esplorare altri siti archeologici egizi. Sulle tracce delle indicazioni di Burckhardt, riuscì a ritrovare il sito di Abu Simbel e riportò alla luce i templi rupestri, rimuovendo la sabbia che li celava.4bf6e801846af53d5088c7af0d2d9b96

Per la prima volta gli occhi di un europeo videro, dopo tremila anni dalla costruzione, i templi fatti scavare nella roccia da Ramesse II e li ammirò come noi non li rivedremo mai più. Le quattro gigantesche statue che raffigurano il faraone, coronato dei copricapi simboli dell’Alto e del Basso Egitto, sembrano ancora minacciare il confinante popolo di Nubia con la loro stazza ciclopica. Statue minori di regine e principi si annidano al di sotto delle moli vertiginose del sovrano in quadruplice effige. E sul culmine, a mo’ di fregio, una dozzina o più di babbuini scolpiti nella pietra sono rivolti a est, in attesa di adorare il sole che sorge.1024px-abu_simbel_-_baboons_detail

Nel santuario, altre quattro statue sedute rappresentano altrettante divinità. Gli architetti calcolarono l’orientamento delle statue in modo che due volte all’anno i raggi del sole nascente illuminassero il volto della statua di Ramesse divinizzato e le divinità solari Amon-Ra e Ra-Harakhti. Solo il dio Ptah, il Signore dell’Eternità, colui che protegge i morti nel loro viaggio verso Occidente, rimane sempre nell’oscurità. Ma quando il tempio fu ricostruito 300 metri più lontano dal sito originario e 65 metri più in alto, non fu più possibile far combaciare il primo raggio del sole con il volto di Ramesse. La profanazione fu irreversibile.Egypt 172

Se fu un italiano a scoprire i templi di Abu Simbel, l’apporto italiano risultò essenziale anche quando, un secolo e mezzo dopo, si trattò di smontarli e rimontarli. Le maestranze egiziane e internazionali lavorarono infatti al fianco dei cavatori di marmo carraresi, sotto la guida di Nardo Dunchi e Carlo Andre. Il progetto presentato da un team di egiziani e svedesi prevedeva infatti di impiegare le stesse tecniche usate nelle cave di marmo di Carrara per tagliare a blocchi le statue del tempio. Nell’arco di quasi cinque anni, un migliaio di blocchi di arenaria dal peso di 20-30 tonnellate furono abilmente sezionati, staccati e rimontati più in là.Abusimbel

Neppure la fervida ingegnosità dello scopritore, il poliedrico Belzoni, avrebbe potuto immaginare che si potesse portare a termine un’impresa tanto immane e complicata. E sì che lui aveva trasportato a Londra la statua colossale di quello stesso Ramesse costruttore di Abu Simbel, prelevato un obelisco da File, rimosso statue da un tempio di Karnak, scavato nella necropoli di Tebe, scoprendo le tombe di alcuni faraoni. Tra le imprese di Belzoni è memorabile quella di essere riuscito a penetrare per primo nella seconda piramide di Giza, quella di Chefren, che si pensava fosse priva di accessi.Pyramids of Giza at sunset, Cairo, Egypt

La profanazione della piramide scatenò forse la maledizione del faraone, come si vocifera di ogni morte prematura capitata a un egittologo? L’infaticabile Belzoni, dopo aver riempito di reperti egizi l’Europa, tornò in Africa, ma nel Benin fu colto dalla stessa infezione che aveva stroncato il suo amico Burckhardt e raggiunse nell’eternità quei morti di cui aveva disturbato il riposo.

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Stanley Mayes: The Great Belzoni, The Circus Strongman who Discovered Egypt’s Trasures, International Library of Historical Studies, 2006.

3 commenti
  1. lorenzomati01
    lorenzomati01 dice:

    Il faraone ha mandato veramente una maledizione sugli egittologi oppure no? Chissà! nella vita tutto può accadere, potrebbe essere stata veramente una maledizione ma anche un caso. Comunque l’ Egitto è un luogo pieno di importanti reperti storici riportati in alcuni musei d’ Europa, tra i quali il museo egizio di Torino che mi piacerebbe moltissimo visitare in futuro.
    Lorenzo Mati, 1 D

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  2. giovannilassi
    giovannilassi dice:

    Leggo “maledetti faraoni…”e mi immergo grazie alla fluidità degli articoli ben fatti, nelle acque del Nilo…compio un viaggio virtuale nel suggestivo mondo egizio reduce dalla mia recente visita al museo di Torino, riesumo dalla sabbia della memoria un magnifico repertorio di immagini suoni colori una straordinaria avventura di uomini che sognano il divino inseguendo scavando confondendo tracce… la scommessa di una vita in blocchi di pietra da scolpire e da disseppellire, in un compiuto scenario di artisti studiosi improbabili viaggiatori inconsapevoli esecutori di un fato (o benedizione?) che mi fanno sentire parte di un tutto che ha il sapore dell’ Eterno.

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