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L’UOMO CHE FU GIOVEDÍ di G. K. Chesterton

51kR3XZKDYL._SX331_BO1,204,203,200_Lo sfondo politico anarco-radicale, con i suoi sulfurei lampi ideologici e la possibilità di farvi scorazzare i protagonisti su e giù sui tempestosi cavalloni delle peripezie complottarde, ha attirato autori così diversi come Henry James, con Principessa Casamassima, Meredith con Tragici commedianti, Bacchelli con Il diavolo al Pontelungo e G. K. Chesterton con L’uomo che fu giovedì.

Neocattolico, conservatore, certo alieno da simpatie anarco-socialiste, Chesterton affronta il tema di una cospirazione politica con sfumature ambigue che possono passare anche per simpatia e consentimento, sia pure attenuato dall’ironia peculiare del suo stile.

Il protagonista è Syme, sbirro e poeta (“non poliziotto con pretese di poeta, ma poeta diventato poliziotto”), a tal punto antiromantico che considera la regolarità prodigiosa dei treni più poetica dell’insipida sregolatezza del genio; e una tranquilla digestione più sublime dei fiori e delle stelle. Nella sua figura possiamo riconoscere il pensiero di Chesterton stesso; anticonvenzionale, se la convenzione è essere rivoluzionari e innovatori a tutti i costi, e paradossale estimatore di ciò che comunemente viene considerato ovvio e irrilevante solo perché è un miracolo quotidiano, come il levarsi del sole.

La raffica dei paradossi chestertoniani non dà tregua. È il loro scoppiettare che ci avvince nel romanzo. Ogni episodio o frase ci lascia in trepida attesa del prossimo lampo aforistico, che capovolge i più assodati luoghi comuni e, nella visione inaspettata ma inconfutabile cui ci costringe,  imprime alla nostra mente un brivido metafisico.

“Il delinquente più pericoloso oggi è il filosofo che non riconosca legge alcuna. I ladri rispettano la proprietà, desiderano solo che diventi loro.”

“Vi sono travestimenti che non nascondono, ma rivelano.”

“Non ho abbastanza fede per credere nella materia.”

La matrice dei suoi paradossi è la conversione al cattolicesimo, una conversione controccorrente sia nell’Inghilterra anglicana che negli ambienti intellettuali socialisteggianti, dominati da George Bernard Show e da Oscar Wilde. Smontare le pretese dell’agnosticismo, dello scetticismo, dell’ateismo è il suo chiodo fisso. Ma il suo dogmatismo prende le inedite apparenze dell’arguzia, dell’umorismo, della saggezza sorridente. Le formulazioni con cui confuta Nietzsche & Co. sono cesellate con attrezzi retorici di prim’ordine: antitesti, chiasmi, rapportationes, giochi di parole, paronomasie. Anche le sue metafore giocano con poliptoti che ribaltano il senso comune. A Gregory, che oppone l’immagine dell’albero frondoso, fulgido di verde-oro, simbolo dell’anarchia, alla bruttezza dura e sterile di un lampione di ferro, che rappresenta l’ordine, Syme ribatte: “Lei vede l’albero soltanto alla luce del lampione. Chissà quando potrà vedere il lampione alla luce dell’albero.” Ribaltando l’antitesi proposta dall’interlocutore in un acrobatico chiasmo, il protagonista ne dissolve l’argomento specioso e fa sì che la metafora si ritorca contro il suo stesso autore. Questa sì che è abilità anatreptica, ovvero, nel gergo della logica, l’arte di rovesciare le tesi dell’avversario.

L’artificio della formulazione chiastica è un marchio di fabbrica di Chesterton. Syme lo sbirro e Gregory il complottardo anarchico sono legati da un intreccio simmetrico che l’autore non perde occasione di sintetizzare secondo le predilette figure retoriche: “Io non posso dire alla polizia che lei è un anarchico, lei non può dire agli anarchici che io sono un poliziotto…Io non posso tradirla, ma potrei tradirmi.”

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C’è una vocazione apologetica e pedagogica in Chesterton, che si esprime non solo con saggi in difesa esplicita del cattolicesimo come Ortodossia, ma con una trama ininterrotta di massime paradossali volte a dimostrare i precari fondamenti del materialismo e del senso comune, incapace di comprendere la verità perché abbagliata dalla fallacia del verosimile. Chi si accontenta della plausibilità e della verosimiglianza è incapace di accedere alle verità più profonde. Le procedure dei suoi detective metafisici, come padre Brown, non fanno che applicare questa sapienza del trascendente al fine di risolvere casi insolubili per la gretta mentalità filistea che si attiene all’erronea evidenza dei sensi. Solo entrando nel regime del paradosso è possibile cogliere la verità, che sia un dogma religioso o la dinamica di un delitto.

“Nessuno va a caccia di chi non ha l’aria di nascondersi.” “Non l’aveva notata perché era troppo grande per potersi notare.” La formula sintattica “troppo…per…” ricorre come il tipico procedimento mentale dei protagonisti chestertoniani. Ribaltando la constatazione empirica, si ottiene la verità: “piani troppo ovvi per essere scoperti”, “un viso troppo aperto per essere compreso”.

La stessa trama del romanzo non è che una serie di capovolgimenti paradossali, un carosello forsennato di fraintendimenti, sostituzioni, svelamenti, inversioni madornali, inseguitori e inseguiti che si scambiano di ruolo, buoni e cattivi smarriti in inganni reciproci, duplici e triplici colpi di scena. E infine la sorpresa estrema del lettore: accorgersi che questo poliziesco magistrale è stato costruito solo per racchiudere un’allegoria.

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