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I LUMINARI di Eleanor Catton

I-luminariIn una notte di gennaio del 1866, in una cittadina neozelandese, una donna cade in strada preda di un malore, un capitano, ex galeotto, salpa con la sua nave, un politicante viene per tenere un comizio elettorale, un uomo solitario muore, un giovane scompare. A questo punto, si apre un vaso di Pandora da dove saltano fuori cercatori d’oro avidi e cialtroni, cadaveri, ambigue vedove scaltre, spacciatori cinesi, ineffabili maori, candidi avventurieri, funzionari arruffoni, prostitute di buon cuore, che entrano ed escono da fumerie d’oppio, giacimenti esauriti, brigantini all’ormeggio, bordelli, saloni d’albergo, tra misteriose scomparse di uomini e bauli, pepite cucite in abiti da donna, documenti autografi impugnati, identità mentite, ostinate reticenze, ricatti inspiegabili, coincidenze sospette. Il racconto centrifugo vortica in ogni direzione, sconvolgendo cielo e terra, tirando in ballo astrologia e mineralogia, storia e marineria:

C’erano questo mondo più ampio, fatto di tempo che scorreva e di spazi che mutavano, e quest’altro mondo piccolo e fermo, fatto di orrore e di apprensione; si inserivano perfettamente l’uno nell’altro, una sfera dentro una sfera.

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                                    Dunedin, Nuova Zelanda

Ma tutto questo marchingegno di ruote dentate e ingranaggi che, mettendosi in moto, si incastrano gli uni negli altri, con gran dispendio di episodi, coincidenze, analessi e parole a volontà, non fa che girare a vuoto attorno a un nucleo irrisorio, un pretesto posticcio, un mero MacGuffin, come Alfred Hitchcock chiamava ogni espediente narrativo escogitato al solo scopo di avviare e far procedere l’azione e provocare suspense. Il MacGuffin in questione è un baule pieno d’oro cucito in abiti femminili. La stessa autrice, impietosita forse del disorientamento di cui ormai è in preda il lettore, a un bel momento è costretta a rimontare tutti gli eventi e gli indizi che aveva smontato e disseminato in precedenza e a fare un volenteroso riassunto a beneficio dell’intellegibilità della trama, ormai così ingarbugliata da sfidare chiunque a non smarrire il filo. Ci vogliono circa dieci pagine per sunteggiare le quattrocento pagine precedenti, tanto per dare la misura della complicazione.

Un lussureggiante intreccio avvolto in un involucro altrettanto frondoso di manierismi stilistici, di ricercate metafore, di definizioni aforistiche. Si ammirano picchi di bravura stilistica, improvvise impennate eufuistiche che emulano a freddo quelle di Shakespeare: “Strana, indomita bestia l’adulazione! Com’è imprevedibile il modo in cui rialza la testa, e tenta di fare a pezzi le briglie che lei stessa ha creato!

Ma i personaggi, nel corso dell’azione, vengono bloccati sul più bello in un fermo-immagine per spiegare la loro indole o la loro visione del mondo, in un cavillare artificioso che si avvale di procedimenti tanto raffinati nell’arte retorica quanto grossolani nel procedimento diegetico:

Moody aveva un talento notevole nell’arte della diplomazia. Già da bambino aveva intuito che era sempre meglio mostrarsi disponibili e raccontare una parziale verità, piuttosto che metersi sulla difensiva ed essere totalmente sinceri. Un’apparente collaborazione era preziosa, fosse soltanto perché obbligava l’altrra persona a comportarsi in modo altrettanto leale.

Tauwhare non era in grado di trovare un equilibrio tra l’arrendersi agli impulsi e il tentare di combatterli.

Era sollecito e insicuro, due attributi che, opponendosi l’uno all’altro, tendevano a generare in lui uno stato costantemente mutevole e ansioso. Provvedeva alla persone che amava solo per pretendere la piena approvazione delle proprie cure –una richiesta, questa, che a sua volta gli procurava vergogna, perché era sensibile alle sfumature delle sue stesse azioni, e perché dubitava del loro valore; di conseguenza, ritirava la domanda, raddoppiava quello che finora aveva concesso e ripartiva da capo, solo per scoprire che anche il suo bisongo di approvazione era raddoppiato.

Si capisce che in tutto questo moltiplicarsi di sfumature, precisazioni, distinzioni, discriminazioni meticolose, la figura si perde e quel che resta è sotanto un vapore pulviscolare di notazioni, un luccichio verbale punteggiato di aforismi che può anche dare un certo godimento intellettuale, ma è controproducente per la compattezza di un flusso narrativo protratto per poco meno di mille pagine. La decostruzione metanarrativa può funzionare in un breve “nouveau roman” alla Robbe-Grillet o alla Nathalie Sarraute, ma applicato a un romanzone storico che emula ironicamente la narrativa vittoriana d’appendice è un’impresa fallimentare, una camera dei supplizi per il lettore, un gelido apparecchio generatore di noia.

E si procede di astrazione in astrazione, con sostantivi che scivolano sui personaggi, lasciandovi appena una velatura sbiadita di grigio, invece di scolpirne le fisionomie morali in un risentito bassorilievo, come farebbe un narratore di razza:

lo sdegno lasciò il posto alla sfiducia, e la sfiducia alla perspicacia.

La sua immaginazione lasciava il posto all’impazienza, e l’ottimismo cedeva a una stravagante varietà di negligenza.

Ma a raggelare ulteriormente ogni afflato o immedesimazione del lettore, vengono incastonati epifonemi che hanno l’aria preziosa e sono invece meri orpelli placcati:

 “Il disprezzo, nonostante le pretese ipercritiche, è un’emozione che consente una certa lucidità.

 “la noncuranza è una forma di eleganza, quando chiede molto e si rifiuta di rivelare la propria origine.

Quel genere di bellezza che è onesta e prometternte senza mai dichiararsi tale.

A nessuno piace sentirsi dare del codardo, men che meno a un uomo che si sente assolutamente tale.

-Non si sbaglia mai a sperare, rispose lei, che aveva una bella scorta di frasi retoriche come quella…

Le considerazioni estrinseche sono uno sfoggio di bravura che si sovrappone artatamente alla scena, svelandone la natura posticcia, teatrale, priva di persuasione e genuina partecipazione umana. Non vi è quasi mai aderenza tra la rappresentazione e l’elocuzione. Di rado si possono leggere tante frasi così abilmente intrecciate per catturare così poca realtà. Si ha come l’impressione di essere di fronte a un’apparecchiatura prodigiosa e complessa per fare delle effimere bolle di sapone.

Parlava spesso di virtù, dando così l’impressione di avere un carattere incoraggiante e ottimista, ma la sua fede nella virutà era vincolata a un padrone meno adattabile dell’ottimismo. Il beneficio del dubbio, per usare l’espressione comune, era un dono casuale, e Nilssen era troppo orgoglioso del proprio intelletto per rinunciare al potere dell’ipotesi.

Quanta sottigliezza sprecata! Un tale studio minuzioso di caratteri è fine a se stesso, in quanto ha scarsissima attinenza con la scena puntuale e nessuna con l’intreccio; è inoltre affatto intercambiabile, in quanto quella considerazione potrebbe essere attribuita altrettanto bene a un altro personaggio, essendo legata a un estro momentaneo dello stile, senza applicazioni evidenti nell’azione narrativa né conseguenze nella sua evoluzione. La saccenteria sentenziosa dell’autore interloquisce anche con gli stessi personaggi, creando un’ulteriore barriera alla mimesi, già sottile fino all’evanescenza:

Non è nostra intenzione, qui, sminuire la sua religione dicendo che il perdono è una cosa che una persona è prima obbligata a chiedere se vuole imparare a concederla…

Dal canto nostro preferiamo sorvolare su codesto scambio sentimentale, e descrivere invece con maggiore dovizia di dettagli quella che altrimenti potrebbe passare per una profonda debolezzo di carattere…

Uno psicologismo esasperato che non crea un personaggio ma lo dissolve in una serie di notazioni slegate. E non alla maniera di Joyce o Pirandello, che conservano una prospettiva intellettuale unitaria e una originale visione dell’uomo, bensì alla maniera dei postmoderni, che assemblano edifici narrativi con pezzi e citazioni della letteratura del passato, in un baloccarsi culturale spiritualmente sterile se non legato all’esplorazione del reale.

…se da una parte un uomo viene giudicato in base alle sue azioni…dall’altra giudica se stesso per le azioni che sarebbe disposto a compiere…E tale giudizio è necessariamente osteggiato non solo dalla portata e dai limiti della sua immaginazione, ma anche dal peso costantemente mutevole dei suoi dubbi e della sua autostima.

Ottimo ed elegante apoftegma, come molti altri forgiati dalla Catton, non vi pare? Quel che ci chiediamo è perché abbia sentito l’esigenza di mettere in piedi un tale variopinto carrozzone Barnum per esibirli, in mezzo a belve e saltimbanchi, quando bastava valorizzarli entro una più agile e asciutta cornice. La Catton poteva attenersi alla sua vera vocazione, quella di eccellente moralista e essere una La Bruyère moderna, senza pretendere di diventare una caricatura di Balzac delle Antipodi, anzi, un anacronistico Paul Bourget in gonnella.

La voce dell’autrice si sovrappone spesso con una certa perentoria braveria sul flusso narrativo, con interventi diegetici mirati a tranciare la scena, quando non si sa più come uscirne; o ad accelerare l’intreccio con sommari ed ellissi provvidenziali per la salute mentale del lettore, saturo di esposizioni particolareggiate fino alla prolissità e stomacato da lungaggini superflue all’intelligenza della storia, nonché alla caratterizzazione dei personaggi. Si vorrebbe che la scrittrice avesse davvero applicato estensivamente il metodo confessato in un passo del romanzo:

Le interruzioni furono eccessivamente noiose, e l’approccio di Balfour troppo digressivo per meritare una registrazione completa e fedele degli interventi di ciascuno. Di seguito, taglieremo le imperfezioni e imporremo un ordine alla cronaca impaziente della mente errante dello spedizioniere; applicheremo la nostra malta a incrinature e crepe di quel rozzo racconto, e faremo risorgere l’edificio che, nella memoria di un solo uomo, esiste soltanto come una rovina.

Nel furore analitico spacca il capello in quattro, ma è incapace di sintesi. Ci spiega per filo e per segno la forma di un naso o di una bocca, ma trascura di dirci se il personaggio è alto o basso. O se anche ce lo dice, non ci rimane in mente, perché non ha quell’intuizione creatrice che sa scegliere un gesto o un’espressione significativa che s’imprima nella fantasia. La causistica di moventi ed esami di coscienza è degna di un confessore gesuita, ma affatto inefficace e esorbitante rispetto alla povertà e incosistenza dei personaggi, meri fantasmi evocati dal passato, a cui l’autrice si illude di aver insufflato vita e sangue a forza di aggettivi e subordinate.

Si può attribuire allo stesso stile dell’autrice quello che lei dice di Mannering: “Aveva cominciato a parlare assumendo una posa quasi esasperata, ma dopo un momento non potà più controllare la naturale inclinazione per il racconto: era un piacere, in fondo, dar prova della sua ingegnosità.

Ecco la verità sfuggita tra le pieghe stesse del racconto: la genuina essenza, l’inconfessabile disegno di questo libro è dare prova di ingegnosità. In questo la Catton è riuscita alla grande, ma a prezzo di far fallire il romanzo.

Prendiamo un’altra frase: “Balfour percepì la codardia di tale ambiguità e per poco non si infuriò, salvo poi ricordarsi che stava simulando.” Tutto molto sottile, indubbiamente. Peccato che questo Balfour svanisca subito dopo essere stato convocato, senza lasciare la minima traccia nella memoria del lettore; né alcunché ci rimarrà di lui, se non questo tratto psicologico che gli ha attribuito l’ingegnosa penna del narratore, più attento al fregio luccicante delle parole che alla rappresentazione plastica degli eventi.

È piuttosto evidente che la scrittrice gioca in maniera raffinata con le convenzioni della narrativa vittoriana: tutto un galateo di incisi, di perifrasi, di preterizioni, di eufemismi, tutto uno studio di ritratti fisiognomici, di pedanteria descrittiva e tutto esasperato a bella posta, con compiaciuta ironia postmoderna. Ma il gusto che questi esercizi di bravura danno a chi scrive si converte in altrettanta pena per chi legge.

La deriva e la decostruzione narrativa arriva al culmine nei capitoli finali, dove il gioco ironico sembra addirittura farsi beffe del lettore e la narrazione procede a ritroso, con una serie di analessi e antefatti che dovrebbero illuminare sui moventi e i retroscena dei fatti, ma che, in realtà, danno gli ultimi colpi per demolire ogni residua illusione mimetica, frantumando il racconto in una serie di capitoletti sempre più brevi, preceduti da sommari sempre più lunghi, sempre più verbosi e sempre più inutili, fino a superare in lunghezza i capitoli stessi. L’ultima parola del romanzo è “pioggia” e al lettore non resta che sperare che il lavacro del cielo possa emendare il peccato contro l’arte della narrativa, perpetrato con questo esotico e assurdo mostro letterario che ci viene a sorpresa dall’emisfero australe.

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