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LUI È TORNATO… E CI PIACE

LUI E’ TORNATO

Hitler

VOLONTA’ DI RAPPRESENTAZIONE

Nel 1965, il poeta luinese Vittorio Sereni pubblicò quella che viene considerata la sua opera maggiore: Gli strumenti umani. In tale opera, il poeta sottolineò come il nazismo fosse stato un evento che aveva irrimediabilmente fermato il corso del tempo, a causa della sua violenza e del conseguente shock. In particolare, nella poesia La pietà ingiusta (contenuta sempre nella suddetta opera), Sereni additava straniante e, appunto, ingiusto che si provasse pietà per l’esercito tedesco, complice dei crimini di Hitler, e che, nei suoi anni, fosse incoraggiata la reintegrazione nella società. Cosa avrebbe detto Sereni, alla luce di tutto ciò, visionando la pellicola Lui è tornato, film tedesco del 2015, diretto da David Wnendt e basato sul romanzo di Timur Vermes? Probabilmente non sarebbe rimasto molto scandalizzato dall’utilizzo della figura di Hitler, ma sarebbe rimasto colpito da alcuni particolari che, nella loro ilarità, fanno correre un brivido lungo la schiena. Il film, oltre che una brillante commedia, si presenta come una sagace critica che si espande a radiale. Effettivamente, vengono toccati diversi punti della società, senza esclusioni: dalla destra alla sinistra, dal populismo al perbenismo, fino al cinismo del telespettatore/”videospettatore” medio.

Film lui è tornato

Il moderno Hitler, infatti, spara dapprima a zero sulla contemporanea politica tedesca, ma non si limita alle classiche battute su Angela Merkel (additata come un leader col carisma di un salice piangente), ma mostra l’ormai inettitudine politica di partiti dell’NPD e dell’afD, privi di consenso popolare e ancor meno di un progetto che possa svecchiarli e catapultarli in maniera concreta nel mondo moderno. Ancora più agghiacciante risulta il sostegno che Hitler mostra e ribadisce più volte nei confronti dei Verdi. Le motivazioni che adduce il Führer durante il film sono comprensibili, dal suo punto di vista (difesa della terra tedesca in primis), ma ciò che più spaventa è anche l’utilizzo che questo partito fa della forza, suscitando l’ammirazione di Hitler (dopotutto, quante volte anche noi, nella nostra quotidianità, abbiamo sentito termini come “nazivegan”?). Andando a leggere la scheda del film, ci si imbatte in un dato particolare: le interviste rilasciate dai cittadini comuni con Hitler non sono preparate, per lo più. Gli attori si sono trovati ad interagire spesso con persone del posto, curiosi che si avvicinavano al set, che esprimevano quella che si presume essere, per lo più, ciò che la “pancia” del paese reclama e contesta. Ed ecco che tornano spesso termini e frasi che suonano famigliari anche in Italia, come i classici “Tutti questi immigrati che ci rubano il lavoro” o “Mandiamoli a casa loro”, fino ai più arditi “Ci serve un leader forte, un condottiero” e “Io riaprirei i lager”. Preparati o meno, questi discorsi sono una realtà concreta, parte integrante della “cultura” politica di ogni paese e che, anche qui in Italia, non stenta a trovare volti e nomi per dar voce ad ignoranti lamentele populiste. La critica al populismo è speculare a quella che viene mossa al perbenismo. Hitler, creduto dai più un attore, pronuncia nuovi discorsi su una piazza ancora più grande: la televisione. Il suo successo, questa sua presunta fedeltà al personaggio, scatena un effetto domino che porta lo statista dapprima ad esser presente in qualunque show televisivo, prima, poi a diventare l’argomento principale di discussione nella più grande piazza che esista al mondo, ossia internet. Tutto ciò avviene senza che quasi nessuno batta ciglio, con la direzione televisiva inebriata dal successo e la popolazione (istituzioni comprese) sedata e divertita dalla nuova superstar. Cos’è ciò che fa cadere il castello di carte? Non sono le battute razziste o la convinzione negli ideali nazisti, bensì l’uccisione di un cane. Per quanto possa esser scioccante tale evento, oggi, tra populismo e falso perbenismo, non è raro sentire persone sostenere che gli animali siano meglio delle persone, né vedere figure politiche e dell’intrattenimento stracciarsi le vesti in difesa dei diritti degli animali, ma non muovere un dito per risolvere le crisi umanitarie ed ecologiche che colpiscono ogni parte del globo. A conclusione dell’articolo, risulta interessante una piccola nota tecnica. Oltre per un largo utilizzo della camera a mano, il film è caratterizzato da una fotografia che predilige, per lo più, toni neutrali e piatti, evitando colori brillanti e accesi. L’unico momento dove i colori si vanno più accesi e passionali, è sul finale, quando il protagonista, Fabian Sawatzki, venuto a conoscenza della vera natura di Hitler, decide di sparargli. Ma in realtà è tutto finto: il colpo, i colori e anche Sawartzi stesso, che si rivela essere un attore. In pratica, Wnendt si lascia andare ad un espediente metacinematografico che spiazza lo spettatore, così come ne La pietà ingiusta, il lettore era spiazzato dalle improvvise parole in francese che si trovavano. Tale scena si conclude con una frase che ancora va a braccetto con quello che Sereni aveva espresso ne Gli strumenti umani: Hitler, infatti, sostiene di esser presente in ognuno di noi, ed effettivamente è così: gli eventi epocali che l’ideologia hitleriana causò ottant’anni fa si possono vivere ancora sulla pelle di molti, seppur indirettamente, e hanno sicuramente lasciato uno dei segni più profondi che la storia umana abbia mai creato. Nel bene e nel male.

Lui è tornato

L’IRONIA COME RILEGITTIMAZIONE DI UN SENTIMENTO

Non indifferente alla scrittura di Vermes, come dal film, è la presentazione quasi sarcastica e ironica del personaggio, che di primo acchito, senza una forte riflessione, porta lo spettatore e il lettore ad essere assuefatto dalla sua figura. Quindi centrale è l’ironia del personaggio, la quale crea confusione sia nello spettatore che negli attori amatoriali, portandoli a ricredersi sulle convinzioni naziste. Hitler, come si può notare dai discorsi, mantiene le stesse modalità di propaganda dell’epoca, ma con la semplice differenza degli argomenti. Essi sono attuali. E’ proprio l’attualità degli argomenti che suscita stupore e paura ad una seconda rilettura, ma soprattutto spaventano le esagerate reazioni che gli attori amatoriali hanno. La più grande preoccupazione – vista anche la recente uscita del Mein Kampf di Hitler, che ha raggiunto il tutto esaurito solo sulla prenotazione su una tiratura di 4000 copie e dopo 70 anni che il popolo tedesco non ne aveva visione) – è che vi sia, proprio attraverso l’ironia e la comicità del personaggio di Hitler, uno sminuire la sua figura di mostro e un rilegittimare di un sentimento tanto censurato del nazismo e del razzismo. Sono già presenti nella società attuale sentimenti nazisti o fascisti come quelli dell’epoca. Di fatto la nascita di Alba Dorata e altri partiti affini ne sono la prova, in una, tra l’altro, fragile società scossa da eventi come l’immigrazione e il terrorismo. Il nostro intento è quello di lasciare aperto questo articolo ad una discussione più ampia, portando le nostre preoccupazioni al pubblico, così docile. E’ possibile quindi che l’ironia possa essere una tale arma di propaganda?

Articolo a cura di Dario Mantovani e Riccardo Rubis Passoni

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