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Los Angeles: Grammy awards 2015

Grammy Awards 2015

Grammy Awards 2015

Togliete il brio ironico a Frank Zappa, l’irriverente pulsazione funky-rock a Captain Beefheart, l’aggressività trascinante ai Disonaur Jr., l’istrionismo melodico a Lou Reed, il sofisticato intimismo a Devendra Banhart, cosa resta? Il fiacco e snervato post- indie folk di Beck, ridotto all’osso nella strumentazione e negli arrangiamenti per non affaticare le delicate e impressionabili orecchie della Generazione X. L’eterno blam blam della slide guitar indugia a riprodurre gli accordi e i giri di corde orecchiati da Simon and Garfunkel e il ritmo da ballata da Bob Dylan, aggiornati (mezzo secolo dopo!) con una svogliatura indolente da nerd suburbano che comincia la carriera nei sottopassaggi della metro come busker artista di strada e a furia di essere alternativo finisce dritto nel mainstream. Sostenuta da un pentagramma semplificato, da corso di chitarra per cantautori ipersensibili che strimpellano in penombra, con le tende tirate; la sua voce da jazzsinger, suadente a contraggenio, punta alla Hall of fame del rock, passando attraverso le scorciatoie della lounge-music innocua e tuttifrutti, adorata da adolescenti introversi e tristanzuoli, in pausa serotina di introversione, dopo un bombardamento da mega-mix di app e di amfo.

Questa tonnellata abbondante di musica country-blues, folk, psych folk e avant folk, world-music e indie, rigurgitata da Beck e compressa in questa malinconica discarica di vinili vintage intitolata Morning phase ha conquistato una National Academy of Recording Arts and Sciences in vena di recupero e smaltimento ecologista, premiando il cantautore statunitense con il Grammy per il miglior album del 2015.

E il simpatico ma irrilevante Sam Smith, vincitore come miglior artista emergente, miglior album di pop vocale e canzone dell’anno? Cosa dire, se non che è una specie di George Michael senza nerbo e senza glamour, che si attarda a mimare allo specchio le dive del pop. Un’Adele mancata, una Whitney Houston illanguidita a dispetto del cromosoma Y, una Mariah Carey sdrucciolata nella flaccida noia del già sentito. Che i Grammy siano i monumenti tombali del rock?

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