L’OPPIO DEI POETI di Michele Scarzella

Opium-Dreams

Sogni da oppio

 

Tra gli artisti del passato che hanno chiesto il soccorso degli stupefacenti ci sono due categorie: quelli che hanno visto nelle droghe solo un metodo per sfuggire ai mali della vita e quelli che hanno chiesto sensazioni nuove e un arricchimento della loro ispirazione. Già a partire dal XVIII secolo, per molti intellettuali l’oppio diventò una specie di “elisir d’oblio”, ma è con il Romanticismo che si sperimentano le droghe come mezzi per appagare quel bisogno di fuga e di evasione dalla realtà che sono una delle principali componenti della cosiddetta “malattia romantica”.

Lo scrittore svizzero Etienne Pivert de Sénancour sembra essere stato tra i primi a prendere in considerazione una vasta gamma di sostanze stupefacenti, al duplice scopo di dimenticare la noia e il vuoto esistenziale e di potenziare le facoltà dell’Io. In Inghilterra, Thomas de Quincey scrive Confessioni di un mangiatore d’oppio per testimoniare il suo personale calvario di tossicomane. Lo scrittore inglese racconta di essere giunto all’abuso di oppio per calmare i dolori cronicizzati dopo una giovinezza di miseria estrema trascorsa per le strade. La narrazione mostra il rapporto ambivalente tra l’artista e l’oppio, descrivendo con minuzia tanto i piaceri quanto i tormenti provocati dall’assunzione dell’odiosamata sostanza. A partire da quell’esperienza, l’oppio diventa il segreto iniziatico di intere generazioni di artisti, “la chiave di una scienza fondata sull’analogia universale”. La produzione poetica di un altro grande scrittore inglese, Taylor Colerigde, appare profondamente influenzata dall’uso di cannabis, oppio e laudano, come attesta Kubla Khan, una delle più note poesie della letteratura inglese, che pare sia stata ispirata da un sogno fatto in preda all’assunzione di oppiacei. Con Coleridge si ha la prima testimonianza di quella dimensione onirico-visonaria legata all’uso di droghe che sarà destinata a notevoli sviluppi nell’arte. Ad esempio, negli stessi anni, in Germania l’irrequieto scrittore romantico E.T. Hoffmann, che ricorreva all’alcool e all’oppio per contrastare gli effetti di una grave depressione, descrive in Kreisleriana gli effetti dell’uso abbinato di queste due sostanze. Le Confessioni di un mangiatore d’oppio hanno uno straordinario successo in Francia. Nel 1828, a soli diciotto anni, de Musset fa pubblicare, anonimo, un rimaneggiamento del capolavoro di Thomas de Quincey, col titolo Un Anglais mangeur d’opium. Due anni dopo Balzac pubblicò sotto pseudonimo, sulla rivista Caricature, un articolo intitolato L’Opium. Le osservazioni in merito agli effetti della sostanza verranno riutilizzate dal medesimo romanziere nel racconto di ambiente veneziano Massimilla Doni del 1839. Il protagonista, il nobile oppiomane Vendramin, ottiene dalla droga visioni di splendore megalomane, a risarcire lo spettacolo di decandenza offerto dalla Venezia contemporanea. La descrizione delle sue sensazioni in preda alla droga è minuziosa e suggestiva: “l’aria sembra rossa e scintillante, profumi sconosciuti di indescrivibile forza rilassano i miei tendini, rose cingono le mie tempie e io ho come la sensazione che il mio sangue stia fluendo fuori dalle mie arterie aperte, a tal punto è completa la mia inazione.” Alphonse Rabbe, pubblicista e poeta romantico, amico di Dumas e di Hugo, dopo aver contratto la sifilide, ricorre all’oppio per lenire le sofferenze causategli dalla malattia. Descriverà il suo calvario di tossicomane nell’Album d’un pessimiste uscito postumo nel 1835. Assieme a Coleridge, de Quincey e Poe, Rabbe è uno di quegli spiriti di artisti che hanno attinto dal laudano la loro rovina fisica e insieme il loro riscatto spirituale. (continua…)

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