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L’IDOLO PIUMATO: “IL CORMORANO” DI S. GREGORY

6982270_1427598Stephen Gregory, Il cormorano, (traduz. di Daniela Pezzella e Monica Pezzella), elliot, 2016

I candidi gabbiani e le gabbianelle che imperversano ilari nelle fiabe moraleggianti ad alto tasso di edificazione morale, caramellate di ottimismo, svolazzano ben lontane dal fosco cormorano di Stephen Gregory. Questo simbolico uccello, vorace pescatore dal becco a uncino, è il nero feticcio che l’immaginazione gotica dello scrittore inglese ha ottenuto estraendo e mescolando gli umori torbidi, le essenze arcane e il fiele amaro della narrativa sette-ottocentesca in lingua inglese: Coleridge, Hawthorne, Poe, Henry James.

"...mi venne incontro nella stanza con il pesce stretto nel becco."

“…mi venne incontro nella stanza con il pesce stretto nel becco.”

      Tagliamo corto dicendo subito che la qualità letteraria del testo è comprovata dalla molteplicità di significati che si possono attribuire alla figura dell’animale scelto come catalizzatore della vicenda. Ed è la viscida ed elusiva polisemia, del resto, a rendere avvincente un plot lineare e tutto sommato parco di effetti e di sorprese, ma capace di escursioni repentine verso gamme di tensione emotiva quasi lancinante.

Spalancò le ali simili al relitto di un ombrello antico, frustò la brezza proveniente dallo stretto...

Spalancò le ali simili al relitto di un ombrello antico, frustò la brezza proveniente dallo stretto…

      L’altro punto di forza del libro sta nel virtuosismo descrittivo, nella scrupolosità, sto per dire la capziosità sensuosa con cui le parole, vagliate ad una ad una con dedizione certosina dal ricco lessico inglese (e mirabilmente rese dalla traduzione italiana) riproducono e quasi emulano i movimenti e attitudini dell’uccello, i paesaggi marini, i minimi gesti e incidenti quotidiani, le dinamiche dei corpi che si spostano entro spazi ben definiti, la variegata fenomenologia botanica e meteorologica.

"Il cielo divenne grigio blu in un attimo, e le stelle erano lì, friabili e lucenti come vetro in frantumi"

“Il cielo divenne grigio blu in un attimo, e le stelle erano lì, friabili e lucenti come vetro in frantumi”

Tutto è fin troppo scrutato dallo sguardo perspicace e infallibile del narratore e annotato con altrettanta meticolosità dalla sua penna scaltrita.

Ma è proprio il realismo puntiglioso delle descrizioni a dare robustezza, fondamento e provvidenziale rinforzo alle stridule e aguzze guglie gotiche di questa specie di “Christmas Romance” che vira vertiginosamente verso il paranormale. La plausibilità degli eventi passa in secondo piano, dal momento che lo stesso gioco iperletterario dei rimandi culturali, pur sottraendo qualcosa alla verosimiglianza, conferisce solidità e ricchezza semiotica al racconto. Come l’albatro di Baudelaire, il cormorano di Gregory è tanto impacciato sulla terraferma quanto elegante e agile in acqua.cormorant-palette_25982_990x742

Ma le citazioni letterarie passano quasi inavvertite, eppure sono una presenza spettrale non meno inquietante del fantasma che infesta il cottage dei protagonisti. Uno spettro proviene dritto dalla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge. L’albatro, ucciso per gratuita crudeltà dal marinaio, getta un maleficio sull’intero equipaggio. Il cadavere dell’uccello viene appeso come monito al collo dell’uccisore. Temi e immagini di Coleridge vengono emulsionate da Gregory in chiave horror psicologico: da “And now there come both mist and snow,/and it grew wondrous cold” provengono forse le ricorrenti descrizioni di nebbia, neve e freddo terribile. Il mare tempestoso, le intemperie, il vento, le apparizioni soprannaturali della Ballata di Coleridge si riversano nel Cormorano e lo pervadono di un sottotesto di allusioni simboliche. Al contrario di quel che accade nel poeta inglese, però, dove l’albatro è un uccello di buon auspicio, che solo a causa della sua uccisione si trasforma in portatore di sventura, il cormorano del romanziere è fin dall’inizio un sinistro uccello del malaugurio che occorrerà alla fine sopprimere per vincere i suoi poteri maligni.

"lottava con il pesce, bloccandolo, manovrandolo per costringerlo nell'imboccatura della gola"

“lottava con il pesce, bloccandolo, manovrandolo per costringerlo nell’imboccatura della gola”

God save thee, ancient Mariner!/From the fiends, that plague thee thus!” Anche il protagonista del Cormorano è tormentato da un oscuro demone e perseguitato da uno spirito “And some in dreams assured were/ Of the Spirit that plagued us so”.

Ma a differenza del vecchio marinaio, non c’è redenzione per l’anonimo padrone del cormorano, posseduto da una sottile corrosione morale che lo rende più simile a un esistenzialista inconsapevole, un riluttante allievo di Sartre, un fratello ignaro di Antoine Roquentin della Nausea. È davvero un caso che il protagonista del Cormorano stia scrivendo un libro di storia, come il Roquentin di Sartre, e che sua moglie si chiami Ann, come il personaggio femminile della Nausea? In ogni caso, le descrizioni, di una lucidità quasi allucinatoria, che il protagonista del Cormorano trascrive nel suo resoconto appaiono grevi di quel senso di contingenza, di complicata inutilità, e di vuoto metafisico che opprime il protagonista di Sartre.

"...il crepuscolo calò sulle spalle del castello e si fermò sull'acqua nera."

“…il crepuscolo calò sulle spalle del castello e si fermò sull’acqua nera.”

Tanto più è accurata la resa materica della superficie delle cose tanto più si avverte la mancanza di significato del mondo, scenario di ordinari spaventi metafisici. Inutilmente il protagonista di Gregory cerca di crogiolarsi nell’idea di avere una vita normale, nel tepore del nido confortevole della sua famiglia, protetto dalle pareti del pittoresco cottage, allietato dalle decorazioni natalizie e dai vezzi ingenui di un frugoletto.

"Una spirale di fumo grigio si alzava dal comignolo del nostro cottage, i tetti erano tutti bianchi..."

“Una spirale di fumo grigio si alzava dal comignolo del nostro cottage, i tetti erano tutti bianchi…”


Fuori da quel nido caldo, di fronte alla casa, un altro nido, fetido e repellente, minaccia la soddisfazione borghese della famigliola idillica. Il suo abitatore palmipede incarna, nella nerezza del suo piumaggio e nell’enigmatica aggressività della sua indole, le forze oscure che abitano nel più normale degli uomini, le energie autodistruttive che minano anche gli individui più sensati e le famiglie in apparenza più serene. Il cormorano si staglia come un infausto emblema araldico, un totem arcano che attira e concentra su di sé tutto il male innominabile racchiuso nel corpo e nella mente degli uomini, anche i più miti. Ad un tempo vittima espiatoria e spauracchio notturno, l’ambiguo uccello, mentre fa avverare l’incubo peggiore che può attraversare la mente di un genitore, gli rammenta l’inesorabile maledizione edipica a cui nessun nucleo familiare, neppure il più timorato, può sfuggire.  1046215_tcm9-323758

      Persino l’innocenza del bimbo si rivela equivoca e ingannevole, come quella di Miles e di Flora nel Giro di vite; forse vittime, forse emissari di un oscuro agente maligno che trama la rovina della casa. Anche il protagonista del romanzo di Gregory, come l’istitutrice di James, sembra essere un narratore inattendibile e reticente. Le sue ossessioni sono forse anche omissioni.

     L’interdizione del rimosso gli impedisce di riconoscere e nominare gli impulsi erotici incestuosi e depravati, che si fissano, per sostituzione, sull’uccello, come immagine psicotica distorta e sovradeterminata, oggetto ambivalente di attrazione-repulsione. Gregory offre alla psicocritica un ricco banchetto di rimozioni e nevrosi, un vero sabba di Eros e Thanatos intorno alla pira di un cormorano, idolo fallico su cui si consuma la paura della castrazione e la negazione del Perturbante. Freud convoca Stephen King per saturare di oscuri malefici dell’anima l’esile racconto.

Invece, un’interpretazione puritana, o genericamente religiosa, propenderebbe piuttosto a vedere nel cormorano l’emblema del peccato e della colpa che contamina le azioni degli uomini e offusca ogni loro volontà. Del resto, il piccolo Harry, il figlioletto del protagonista, non è forse un diabolico folletto scappato dalla Lettera scarlatta di Hawthorne per far capolino sulla costa gallese di Gregory?

Si può dire che sia il fratellino di Pearl, la bizzarra e imprevedibile figlia dell’adultera Hester, monito vivente del suo peccato. Come nell’altro racconto di Hawthorne, The Minister’s Black Veil (Il Velo nero del pastore) un velo nero offusca lo sguardo del protagonista del Cormorano, solo che il velo è diventato un uccellaccio nero come un corvo che tinge di tenebra tutto quello che lo circonda e rende immonda la terra con i suoi escrementi.

Che il nume tutelare di questo racconto sia Hawthorne lo confermano anche le reminiscenze da Foot-Prints on the Sea-Shore (Orme sulla sabbia, da Twice-Told Tales, Racconti narrati due volte). Non soltanto il malinconico scenario marino animato dalla presenza degli uccelli, raffigurati con attenzione da etologo, ma anche l’accurato inventario fatto da Gregory degli oggetti incrostati di cirripedi, dei ciottoli e dei relitti spiaggiati sul bagnasciuga ricorda l’analoga scena del racconto di Hawthorne, altrettanto ricca di dettagli e altrettanto incupita da tetri presagi di morte:

…for example, I found a dead seal, which a recent tempest had tossed into a nook of the rocks, where his shaggy carcass lay rolled in a heap of eel-grass, as if the sea-monster sought to hide himself from my eye. Another time, a shark seemed on the point of leaping from the surf to swallow me; nor did I, wholly without dread, approach near enough to ascertain that the man-eater had already met his own death from some fisherman in the bay. In the same ramble, I encountered a bird–a large grey bird–but whether a loon, or a wild goose, or the identical albatross of the Ancient Mariner, was beyond my ornithology to decide… Another day, I discovered an immense bone, wedged into a chasm of the rocks; it was at least ten feet long, curved like a scimetar, bejewelled with barnacles and small shell-fish, and partly covered with a growth of sea-weed. Some leviathan of former ages had used this ponderous mass as a jaw-bone…But where are the hulks and scattered timbers of sunken ships?–where the treasures that old Ocean hoards?–where the corroded cannon?–where the corpses and skeletons of seamen, who went down in storm and battle?

"la spiaggia di ciottoli era una miniera di tesori...c'erano ossi di seppia, sassi con strisce e cerchi e macchie, bottiglie verdi, blu, trasparenti..."

“la spiaggia di ciottoli era una miniera di tesori…c’erano ossi di seppia, sassi con strisce e cerchi e macchie, bottiglie verdi, blu, trasparenti…”

Certo, il narratore ribadisce l’identità tra il nero cormorano e il corvo, sottolineando più volte l’etimologia del nome (corvus marinus). E dunque l’autore non fa mistero di appoggiarsi all’immortale Corvo di Poe per tutte le prestigiose suggestioni che possono soccorrere la funesta bestiola eponima del romanzo. Le attinenze tematiche profonde si riallacciano all’idea di colpa, di angosciosa attesa di un’espiazione, della ineffabile consapevolezza di essere perversi e di essere meritevoli di castigo, fino all’impulso di auto-distruzione, inverso e complementare alla spinta di Eros.

Il cormorano è intriso di erotismo trasposto in umidità organica: sangue, orina, saliva, sudore. Le stesse esalazioni di pesce e salsedine ammorbante dell’uccello esercitano una fascinazione controversa e morbosa, come quella che il corvo esercita sul poeta, che non sa astenersi dall’interpellare l’uccellaccio pur sapendo che risponderà sempre “Mai più”.

E anche la soluzione finale è affidata a Edgar A. Poe. Il rogo finale è appiccato con un tizzone prelevato manifestamente da Metzengerstein, dove Frederick subisce la sua punizione venendo arso vivo, in groppa al cavallo che lo trasporta tra le fiamme; un animale soprannaturale che diviene strumento di morte, proprio come il cormorano per la sventurata famiglia che l’ha ospitato.

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