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Libri Review – Labirinto di Morte, di Philip Kindred Dick (1970)

Labirinto di Morte, di Philip Kindred Dick (1970)

 

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Ovvero: 14 piccoli indiani nello spazio, in un universo dove Dio esiste, con misteri misteri e misteri.

“Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli.”
Matteo 5, 3

Rammento a tutti dopo i fasti di Evangelion che le mie recensioni sono ricche di spoiler. Segnalarli è difficile perché si amalgamano col testo come il tuorlo dell’uovo al pane. 

LA STORIA
In un remoto futuro, l’umanità si è espansa nello spazio ed è stato scoperto che Dio esiste.

Basta collegarsi a un trasmettitore e inviare la propria preghiera ai mondi divini: il Demiurgo deciderà se esaudirla o meno, in base alla buona condotta*. È così che quattordici personaggi riescono a lasciarsi alle spalle le loro vite insoddisfacenti e vengono spediti a colonizzare il pianeta Delmark-O.
Tra questi abbiamo una vecchia sociologa, un medico, uno psicologo, un geologo, una linguista, un naturalista e la coppia di biologi marini fuori posto Seth e Mary Morley. Ciascuno ha i suoi problemi e i suoi squilibri: c’è chi s’impasticca, c’è il depresso, c’è il visionario, c’è la ninfomane, c’è l’ossessivo. Ben presto l’euforia per una nuova vita si trasforma in delusione ed emergono i primi conflitti tra i quattordici coloni.


Ma questo è soltanto l’inizio: infatti il pianeta disabitato sembra nascondere molti misteri. Cos’ quella forma gelatinosa che risponde sibillina agli interrogativi che le si pongono? Cosa vogliono quegli insetti meccanici che s’infilano dappertutto, e sembrano spiare il gruppo? E in lontananza, in mezzo al deserto, cosa nasconde quel gigantesco palazzo cubico che incombe su di loro? Perché sulla sua facciata ciascuno vede una scritta diversa?

 

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Ma soprattutto, chi è che li sta uccidendo, uno alla volta e in modi diversi? Forse qualcuno all’interno del gruppo? Chi ha sabotato le capsule trasformando il pianeta in una trappola mortale? I coloni dovranno ingaggiare una corsa contro il tempo per dipanare il mistero, tenersi stretti il senno e sfuggire al peggior labirinto di morte.

 

 

Labirinto di morte

 

LE OPINIONI
Di tutta la variegata e originale produzione di Philip Kindred Dick, per il secondo giro ho deciso di recensire proprio il libro più simile a Ubik. Uscito nemmeno un anno dopo, le somiglianze sono evidenti: una figura divina che permea l’intero mondo, un vasto gruppo di personaggi con la malsana tendenza a morire male uno dopo l’altro, un eroe volenteroso ma inetto, una figura femminile opprimente, misteri che s’intricano e buon ultimo, un twist ending nella migliore tradizione. Comincio a credere che Dick non sia solo il cognome (ok, questa battuta non la dovevo fare, il poveruomo avrà passato una vita d’inferno alle medie e superiori).
Ah, dimenticavo, e pure una prefazione stronza CHE SCIUPA IL FINALE (ma dico, si può? Ah giusto, a fine recensione lo farò anch’io!).
Labirinto esplora il desiderio di morte e al tempo stesso la follia omicida presente in ogni uomo, ma se Ubik si concentrava sull’interpretazione e costringeva a lambiccarsi il cervello pure dopo la fine, questo libro è molto più diretto.
I capitoli della storia sono quattordici più quello finale. Ciascuno è narrato in terza persona, ma concentrandosi sulla “visione del mondo” di un personaggio. Inizierebbero con un riassunto degli eventi che stanno per svolgersi, come un vecchio romanzo ottocentesco, se non fosse che queste piccole anticipazioni non c’entrano una cippa. O meglio, all’inizio sembrano non avere alcun collegamento (alcune parlano persino di personaggi già morti!), ma poi si possono ricostruire delle affinità: come se ciascun riassunto fosse una chiave crittografica, che permette di accedere a un’interpretazione metaforica del capitolo stesso.
Questo discorso non deve trarre in inganno. Il libro si legge che è una bellezza, come un giallo incalzante alla Agatha Christie. È breve e si può portare in treno, in aereo e in spiaggia senza rimpianti. Lo stile asciutto di Dick, purtroppo a volte anche scarno o didascalico (via di mezzo no, eh?), qui non fallisce. Messaggio e trama si amalgamano bene, cosa che in Ubik, per quanto più ricco, non succede.
Ciascun personaggio ha la sua etichetta. E se fosse stata una di quelle sul collo delle magliette, avrebbe recitato 100% paglia. Capisco che con un cast così grande sia difficile caratterizzarli, ma qui stiamo parlando di Dick, mica del primo scappato di casa! Senza contare che alcuni muoiono in fretta e quindi non c’era nemmeno da sforzarsi tanto: loro non dovrebbero rientrare nel conteggio massimo. Fortuna vuole che non scatti il totomorto alla Walking Dead. Un libro che poteva annoverare tra le sue pietre angolari i personaggi, invece ripiega solo sulla trama incalzante da giallo e sui misteri misteri misteri (-cit.).
L’unico che si salva è il protagonista non ufficiale, Seth Morley. Come vuole la tradizione di Philip Kindred, è un uomo inetto, un brodo, ma di quelli buoni che si rimboccano le maniche, anche se con timore e timidezza. A suo modo, è di un candore infantile, un povero di spirito. Non giudica, anche se viene giudicato. E proprio per questo, nel solito finale alla Dick che sovverte le sue stesse regole, è in grado di trasmigrare un regno dei cieli dove non ce ne sarebbe dovuto essere alcuno. Morale? Un’astronave intrappolata nell’orbita di una stella morta non è tanto diversa da un pianeta intrappolato nell’orbita di una stella viva.

 

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Entrambi sono dominati dalla morte. In entrambi tutto è vanità, tutto finto, tutto inutile, tutto virtuale. Ma non per questo bisogna dar sfogo ai nostri peggiori istinti. La purezza concede una scappatoia, verso una pace che ci sembra disgustosa solo perché siamo troppo concentrati sul nostro stesso ego.

*Un po’ come Babbo Natale. Che esiste.

ANTICIPAZIONI NINJA

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Per chi ha letto il libro: ok, magari state pensando che vivere per un millennio come una pianta grassa non sia tutto questo lieto fine, alla faccia della scappatoia di purezza. Ma che volete farci, sono un moralista e un ottimista. Ho trovato un finale positivo pure in Evangelion, ormai non mi ferma più nessuno.
Tuttavia questa potrebbe non essere l’unica spiegazione. Nel romanzo Dick affronta anche il rapporto tra percezione e realtà. Per gran parte, fa questo mostrando un’illusione, a là Matrix (ci mancava che inventasse pure quello e Star Wars e avrebbe dato vita a tutta la fantascienza, il disgraziato). Però nel finale rivela anche l’altra faccia della medaglia: ovvero come la realtà, oggettiva e assoluta, nelle percezioni di un individuo possa cambiare del tutto. E per Seth Morley diventare una pianta per mille anni diviene la più grande delle benedizioni, conseguenza della compassione mostrata al suo gatto e alle persone, degno riscatto delle sue mani intonse di sangue altrui. Sangue virtuale, tra l’altro.  

 

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autore Davide Toccafondi

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