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Libri Review 7 – Comunque Vada non Importa, di Eleonora C. Caruso (2002)

Comunque Vada non Importa, di Eleonora C. Caruso (2002)

 

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La recensione di oggi sarà un po’ diversa. This ain’t even my final form yet.

Darla ha 22 anni e la vita alla deriva. In teoria sta frequentando l’università lontano da casa, in pratica passa giornate, settimane, mesi chiusa nell’appartamento che condivide col fratello. Uniche occupazioni? Leggere manga, guardare anime, mangiare junk food e masturbarsi. Lo schermo del computer e i social network sono il suo unico contatto con gli altri.
Non è triste. Non è depressa. Vive di abitudini e gorghi temporali, di modi creativi per consumare le sue giornate in qualcosa. Non ci trova niente di male. Perché una vita del genere dovrebbe avere meno significato di una brillante carriera universitaria, o di un lavoro, comunque monotoni e ripetitivi? Il senso è quello che ciascuno si dà e lei lo sta dando al godimento di piacere immediato.
Lei era la preferita di papà. Suo fratello Alessio, molto migliore di lei per sua stessa ammissione, ne ha sofferto. Ha dunque fatto di tutto per ferire il genitore. Adesso eccolo, che vive una ruvida storia d’amore col fidanzato Alessandro. O almeno, finché i problemi per così tanto tempo ignorati non vengono a galla. Alessio sta male. Anoressia. A quanto pare, il guscio gli sta troppo stretto, l’odio che prova e sfoga su di sé è troppo grande.
Darla e Alessandro non sanno come aiutarlo. Specie lei, che si vede le sue abitudini scombussolate, a fare i conti con la vita vera. Però assieme ci provano. In un modo goffo, con i rapporti e i ricordi che feriscono. Avvicinandosi. Raccogliendo insieme ai pezzi della vita di Andrea, anche pezzi della loro.
Forse.

Un paio di parole sull’autrice: non conosco Eleonora C. Caruso di persona, ma posso dire che conosce bene i temi trattati, almeno quelli artistici. Si definisce “una che ha cazzeggiato a lungo, ma si ricorda tutto”. Ha un paio di blog su anime e manga, gestisce una community su Evangelion e scrive per Wired. Quest’ultima non è proprio una cosa secondaria come le altre. Insomma, tanto male non pare che le sia andata, se è riuscita a rendere il suo cazzeggio un lavoro.
Mhm… anime e manga. A queste due parole, scommetto che metà* dei miei lettori è fuggita a gambe levate e l’altra metà si sta esaltando. Beh ragazzi preparatevi, ci sono mazzate per entrambi. I primi non si tranquillizzino: tali media non sono poi tanto diversi dai telefilm americani o dalle sitcom infinite, specie sul versante convenzionalità. Forse un tantino più socialmente accettati. Per non parlare dei social network.
Di quest’opera ho letto delle recensioni altrui. Nell’ambiente, molti erano in brodo di giuggiole: un’otaku** che è riuscita a sfondare scrive un romanzo con protagonista un’otaku con le stesse nostre passioni? Questo è puro wish fullfilment. Peccato che molti si siano fermati alla superficie. E chi non l’ha fatto, beh… il pregio più comune che viene ascritto all’opera è la profondità dei personaggi. Soprattutto la protagonista, considerata realistica. Realistica?
Immaginatevi la scena. Rientrate a casa e trovate vostra madre a bere il tè con Cthulhu. L’espressione “trovare qualcosa che non va” non rende nemmeno l’idea. Bene, questa è stata la mia reazione.
Per fortuna o purtroppo, ciascuno di noi ha vissuto giorni in cui non aveva voglia di fare un cazzo. In tanti che hanno un media preferito, prima o poi, hanno avuto voglia di indulgere in esso, prendendosi una pausa dal mondo.
Intendiamoci, Darla non è un personaggio scritto male. Non è assurda. Non è nemmeno tanto profonda quanto viene dipinta, nel romanzo e nella vita reale, ma tant’è. Non è stupida, la sua debolezza è un’altra. Ma considerarla un personaggio realistico comporta un passo successivo. Significa impersonarsi in essa, anche se poco.
Mi ricorda chi si identifica con Ender Wiggins, che uccide il proprio bullo e non perde mai una sfida, oppure con i personaggi angosciati di un certo anime che inizia con la E (eccomi presente). Ragazzi, state mancando il punto. Capisco la magia della narrativa, ma oltre un certo livello, provare empatia per loro dovrebbe farvi suonare qualche campanello d’allarme. O avete il cuore di Gesù di Nazareth o siete un po’ come loro.
Darla è un puro riduttore di aspettative: chi ci vede un po’ di sé in quello che fa, può guardarsi allo specchio e dire “per fortuna non sono messo così male”. Le sofferenze che proviamo nel leggere il libro fanno da catarsi. Non danno la spinta, ma permettono di sentirsi sollevati, di poter indulgere ancora con tranquillità. Per molti potrebbe andare bene anche così, perché non sono effettivamente messi così male. Per altri no.
Ho l’impressione che C. Caruso abbia giocato molto su questo. Chi ha comprato il libro l’ha fatto per la situazione della protagonista. Eccomi che alzo la mano anch’io: sono tra gli incriminati. Ma se ci fosse stata una sinossi diversa, che si fosse concentrata su altro, è come se non fosse stato lo stesso libro. Sì, il succo è quello, non il difficile rapporto familiare, non la malattia del fratello, ma il guscio di Darla e i rapporti personali che le gravitano intorno. Mmh… (continua a immaginare la propria madre con Cthulhu).
Il libro è breve e si legge tutto d’un fiato. A favore di questo sta una scrittura limpida, scorrevole come poche e molto arguta. Non è al vetriolo, non è sarcastica, ma qualcosa di meglio: capisce molto bene quando prendersi sul serio e quando no, quando essere introspettiva e quando deliziare i fan con riferimenti o quando fare tutte e due le cose assieme. Il secondo fattore che spinge a divorarlo è il suddetto effetto catarsi.
 – ANTICIPAZIONI – 
Uno legge nella speranza di un finale risolutivo. Qui faccio i miei complimenti alla Caruso: se ci fosse stato, avrebbe rappresentato l’equivalente di Dio che impedisce ad Adolf Hitler di diventare un leader malvagio. No umanità, lascia perdere, non affrontare i tuoi problemi.
E invece la catarsi c’è solo fino a un certo punto. Alla fine, a vedere in retrospettiva sia le scelte che il futuro davanti a Darla, ciascuno deve dare la sua interpretazione: penso molti diranno che è un finale positivo, ma a qualcuno lascerà l’amaro in bocca. Sì, perché beh, non è che si possa 
– FINE ANTICIPAZIONI – 
Ricapitolando. Punti di forza: stile scorrevole, direi molto per un romanzo che si concentra sulle relazioni dei personaggi. Arguzia nei dialoghi. Ti cattura.
Punti a sfavore: tema trattato a volte bene, a volte con compiacimento. Potrebbe non andare a genio a tutti. Personaggi che vengono rappresentati più profondi di quanto sembrino.
Leggetelo se, dopo aver letto la sinossi (quella dell’autrice, non la mia) vi ritrovate un tantino interessati. Sto descrivendo un avvenimento che di solito succede comunque? Intendo dire anche solo un tantino empatici verso la protagonista. Potrebbe essere un’esperienza interessante. Caveat emptor.

*Uno, quindi.
**Otaku, in giapponese letteralmente “la propria casa, chi sta in casa”, traslato come “recluso”. Da noi significa piuttosto un appassionato di opere e cultura pop giapponese. Ma provate a usare il termine nel Sol Levante: riceverete un’occhiata manco aveste detto: “Sì, ogni tanto mi dedico alla zoofilia.”

 

​Autore Articolo: DavideToccafondi 

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