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Libri Review #5 – Marlene in the Sky, di Gianluca Morozzi (2013)

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Marlene in the Sky, di Gianluca Morozzi (2013)

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità.

(Scommetto che questa non l’avete mai sentita.)

Marlene e Miki sono due studenti delle superiori di Bologna. Lei è sensibile e ha ambizioni d’artista d’avanguardia, ma è schernita per la sua obesità. I suoi genitori vorrebbero tanto avere un figlio come Miki. Lui è biondo, occhi azzurri, faccia d’angelo… e zoppo. Il padre è ancora divorato dal senso di colpa per aver causato l’incidente.

I due sono amici per la pelle. Ma sono anche degli emarginati. A scuola, in famiglia e in società si trovano come pesci fuor d’acqua e non fanno assolutamente niente per ambientarsi. Per sfuggire alla realtà crudele si rifugiano entrambi nei fumetti di supereroi, con le loro avventure epiche, che comprano e divorano a vagoni, finanziandosi con furti in discoteca ai danni dei fighetti che a scuola li guardano con così tanto disprezzo.

Non hanno uno scopo, un obiettivo e neanche una motivazione. Come per molti, più degli altri, per loro l’adolescenza è solo un lento trascinarsi, sostenendosi l’un l’altra, da un volume di fumetti all’altro, da un momento di effimero piacere e condivisione all’altro, nella speranza di tenere fuori dalla porta tutti i problemi.

Finché un giorno Marlene non salva uno sconosciuto da un tram in corsa ed egli per sdebitarsi le regala un amuleto. Esso potrà realizzare non uno, ma ben sette desideri: basta che siano collegati alla sua motivazione più inconscia. E così finalmente Marlene e Miki hanno la possibilità di cambiare per il meglio la realtà che li circonda.

Cosa fanno di quell’amuleto però, è del tutto imprevedibile, o forse fin troppo prevedibile…

Questo libro è stato scelto premendo su “Casuale” in un noto sito di vendita e-book (che non è Amazon). Però la premessa mi ha incuriosito e così l’ho preso.

Ora, leggendo l’introduzione qui sopra molti di voi probabilmente avranno una sensazione di già sentito. In effetti, di libri con adolescenti emarginati a cui capita qualcosa di magico ce ne sono a vagonate. È il modo che usa Morozzi per agganciarci alla storia.

Tra tutti quelli che ho letto, in questo libro i personaggi paiono più realistici di altri. Niente superbulli che rendono la vita un inferno con scherzi elaborati in una scuola degrado maximo, niente istruzione hitleriana con professori alla The Wall, niente famiglia alla Stephen King da cui fuggire a gambe levate, niente passatempi supermega epici con cui evadere. Al loro posto ci sono versioni più terra terra che possono colpire di più il lettore, adolescente o no, per la verosimiglianza.

Molti dei problemi con il loro ambiente i protagonisti se li creano da soli, nascono dalle loro frustrazioni e incapacità e da soli devono tentare di superarli, proprio come nella vera adolescenza. E come nella vita reale, spesso vengono ignorati in favore di una facile evasione.

In questo, l’amuleto e i suoi sette desideri non risolvono un bel nulla, anzi fanno emergere e amplificano all’ennesima potenza i problemi già presenti dei due. Purtroppo è difficile dire altro senza rovinare l’evoluzione della trama, ma colpisce come un pugno all’inguine vedere i protagonisti così incapaci di capire ciò di cui hanno bisogno, e favorire purtroppo ciò che desiderano. Proprio come una persona vera.

Gianluca Morozzi dalle prime pagine (il romanzo è molto breve, ai limiti di un racconto) fa credere a tutti che sia una storia di adolescenti travagliati che, attraverso un riscatto magico, scoprono il loro valore e il loro posto in società, una parabola che da Harry Potter ad esempi molto meno felici abbiamo imparato a conoscere. Beh, non è così.

So che paragonarlo ad Harry Potter può sembrare ridicolo, per la differenza di complessità, stile, temi e ambientazioni (e magari di qualità), ma la premessa da cui parte è uguale. E se il giovane Enrico Vasaio, nel nuovo mondo così congeniale alla sua fantasia, trova amici, appartenenza e uno scopo per cui combattere, qui le aspettative del genere vengono ribaltate.

Il che mi fa stupire: di tutte queste benedette storie di adolescenti che ho letto io, solo Marlene in the Sky ha preso la faccenda da un’angolazione diversa. Si dice che per immedesimarsi in un personaggio, esso deve rispecchiare parte di un modello ideale (l’eroe) e parte di un modello reale (l’emarginato). Marlene e Miki, a livello di personaggi, ma anche per le cazzate che fanno, inclina molto verso la cruda realtà. Le altre storie invece (e vi ricomprendo anche gli shonen, dai più infami ai più sublimi), puntano sul modello ideale, forse perché fa più figo e garantisce un lieto fine, o forse perché solletica nei lettori proprio quell’escapismo che però all’interno della storia è visto come un elemento di emarginazione.

Almeno in questo, Morozzi ha scritto un libro intelligente. La storia è breve e lo stile è scorrevole e piano. Anche troppo: sconfina nella piattezza. La piattezza che non ha neanche un guizzo, di uno stile che quando è al meglio si può chiamare semplice, ma spesso è semplicemente banale.

Gli archetipi di uno sono gli stereotipi di un altro. Perciò qualche lettore a caso potrebbe non essere attirato, per il semplice motivo che si è rotto i coglioni di supereroi e adolescenti disagiati.

Il libro non entrerà nella storia, giocata tutto sul “colpo di scena”, che per una volta non si introduce come un arcangelo tromba-munito ma si rimpiatta tra le pagine come un ninja, e noi lettori lobotomizzati non siamo più abituati a notarlo.

Come la grande maggioranza delle sue opere (e ne ha scritte parecchie), Morozzi parte da un concetto interessante e ci scrive sopra una storia della brevità di un racconto. Ci credo che pubblica due libri all’anno. In questo mi ricorda molto Camilleri. Anzi comincio sempre più a pensare sia lo scrittore siciliano sia una sorta di upgrade di stile di scrittura e successo editoriale di Morozzi.

È un libro che consiglio comunque. Se dovessi trovare una metafora che renda l'idea del romanzo, lo paragonerei a una bella tazza di caffè, (io che non ne ho mai bevuto) nei suoi effetti fumettistici. Ovvero una roba nera che ti trasforma da zombie a impiegato iperattivo. Con la grazia di un pugno in un occhio. E in tale modo il romanzo, attraverso la sua parabola fantastica in stile moderno, andata solo un pochino storta, può riaprire gli occhi sulla realtà dopo una sbornia di romanzi adolescenziali.

Autore Articolo: Davide Toccafondi

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