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Libri Review #4 – Elianto, di Stefano Benni (1996)

Per la quarta domenica di fila Davide Toccafondi recensisce per noi:

Elianto

Elianto, di Stefano Benni (1996)

Tempi duri per la nazione di Tristalia. Si avvicinano gli annuali Giochi dell’Indipendenza, dove le numerose contee si sfidano in gare che vanno dalla lotta libera al contest musicale nel tentativo di sfuggire al controllo del Zentrum della capitale (ben 15 anni prima di Hunger Games). Esso è stretto a sua volta nella morsa del Grande Chiodo, un megacomputer grattacielo che controlla ogni aspetto della vita dei cittadini. Il Zentrum propone giornalieri test televisivi a risposta multipla, e chi non risponde come la maggioranza dei televotanti si vede tolti luce, gas e corrente per il resto della giornata. E intanto i venti presidenti si danno battaglia e si assassinano in modi sempre più ridicoli pur di ottenere l’ambito ruolo di dittatore per qualche mese, finchè il Grande Chiodo che li controlla non scelga altri venti candidati per far ripartire la royal rumble. Ma ci sono ancora persone che non si rassegnano alla morsa del conformismo. Decidono così che gli imminenti Giochi dell’Indipendenza siano il primo passo verso la libertà. Ecco che tre gruppi di personaggi malassortiti partono per un viaggio attraverso gli strabilianti Nove Mondi Alterei. Tre ragazzi di periferia: la sensuale Boccadimiele, il chitarrista Rangio e l’aspirante cineasta Iri si mettono alla ricerca di una cura per il loro amico Elianto, che versa in gravi condizioni in una clinica, ma è l’unico così intelligente da poter battere ai Giochi lo spocchioso Baby Esatto. Nel frattempo un monaco combattente, insieme a due yogi formato bonsai del suo monastero, s’imbarca alla ricerca del leggendario lottatore Tigre Triste, in esilio dopo aver ucciso un gatto, ma l’unico capace di sconfiggere ai Giochi l’efferato Rollo Napalm. L’ultimo gruppo è costituito da tre diavoli, la succube Carmilla, il letterato Ebenezar e l’obeso Brot, direttamente dall’Inferno, nientemeno che un enorme ingorgo autostradale. Lucifero è infatti intenzionato a distruggere il Grande Chiodo, che, impedendo il libero arbitrio, non consente più agli uomini di peccare e dunque di dannarsi. L’obiettivo dei tre poveri diavoli è dunque
trovare il nemico naturale del Grande Chiodo: il Kofs, un animale creduto estinto, capace di immagazzinare tutta la memoria dell’universo e in grado, grazie alla sua fantasia, di sovraccaricare il logico Chiodo fino a provocarne l’esplosione. E così inizia il viaggio per i mondi: tra i tanti pianeti toccati c’è Protoplas, dove un imbranato creatore si sbizzarrisce in esperimenti; Neikos, dove infuria una guerra perenne tra le fazioni dei lindi ed effeminati Siperquarter contro i sudici e villosi Triperott; Poiseidon, dai mari infiniti, solcati da navi di spaniardi governativi e pirati romantici; Yamserius, un deserto alla fine del tempo, dove persino gli angeli sono dei mostri e di umano resta solo un vecchio orango appassionato di cucina. E intanto Elianto, nella sua clinica, aiutato solo dal bizzarro infermiere Talete e da una mappa molto
speciale, lotta contro la morte e contro il crudele primario ammanicato col regime, disposto a tutto pur di ottenere il possesso della casa di cura. Ognuno di noi, a un certo punto della sua maturazione, legge un libro che gli cambia la vita. Per i più fortunati, è un romanzo di Dostoevskij o di Salinger. Per me è stato questo libro di Benni. Questo per farvi capire che potrei essere un tantino parziale. Da quando l’ho letto, alla veneranda età di 17 anni, mi scolo un libro a settimana e in me si è acceso il sacro fuoco della scrittura (più una fiammella), di genere rigorosamente umoristico e surreale. La forza del libro di Benni è il suo essere pieno di trovate. A ogni pagina un’invenzione, un gioco di parole, un’allusione, un bagliore di fantasia su cui un altro autore avrebbe potuto scrivere un libro a parte. Il suo umorismo grottesco fa vedere il nostro grigio mondo con delle lenti che deformano spassosamente i tratti della realtà. Ancora oggi mi basta aprire una pagina a caso per sorridere. Forse questo tipo di umorismo, un po’ alla Guida Galattica per Autostoppisti, non è per tutti. Con questo, non intendo dire che sia un’opera raffinata da puri letterati, ma certo siccome punta a una nicchia, non si può certo definire mainstream (tra l’altro essendo uscito quando ancora questo termine non esisteva). Il suo scopo principale rimane comunque l’intrattenimento. È presente la satira politica (Tristalia è una chiara parodia dell’Italia), come in quasi ogni libro di Benni, ma per una volta rimane di sottofondo, conduce al sorriso, e non soffoca la storia. Le sue pagine più recenti non sono così fortunate: eppure è brutto aprire un libro e trovare invece un comizio, magari qualunquista. Quanto allo stile, è al tempo stesso nitido e strabordante, capace di celare un mondo di sottintesi in una singola frase. Di norma, procede scorrevole ed essenziale, ma arrivano momenti dove la prosa di Benni esplode. Il linguaggio si trasforma in un caleidoscopio di parole dai registri più diversi, amalgamati con disarmante facilità. Elenchi ricchi di dettagli divengono umoristici per puro effetto di
accumulazione. Dal punto di vista dell’azione narrativa, tutto procede con lo stesso ritmo, dall’inizio alla fine. Non ci sono picchi di tensione, ma nemmeno momenti di noia. La spinta a continuare la lettura viene data, se non dalla storia, di sicuro dalla curiosità di vedere qual è la prossima trovata di fantasia dello scrittore. Altro pregio, nonostante si intreccino la bellezza di sei fili narrativi, il romanzo non scade nel “Fourlines-all-waiting”, quando si passa da una linea all’altra con troppa frequenza e in ogni sezione succede poco o nulla; e c’è da dire che appena due linee hanno dato alla testa pure a degli autori pesi massimi. Ma, per quanto abbia adorato questo libro, due appunti debbo farli. Il primo, i personaggi: alcuni sono poco più che macchiette e anche quelli più sviluppati non brillano certo per motivazioni profonde o dettagliate psicologie. Per alcuni, non abbiamo nemmeno uno straccio di storia personale. Qui si paga lo scotto di tanta abbondanza e di personaggi così fantasiosi e netti: della superficialità. Se il libro si fosse preso con più calma, senza il timore (forse giustificato) di ingolfare troppo le sue sei linee di storia, la qualità ne avrebbe beneficiato. Riguardo al secondo… porca miseria, Benni! In un mondo multimediale dove già la letteratura rappresenta l’arte più lenta, tu ti permetti un incipit dove sprechi pagine e pagine per descrivere una noiosa cosmogonia in cui appaiono stelle che fanno l’altalena e altre simili cacchiate! Per carità, saltate di netto l’inutile prologo. Un libro così immaginifico non merita di avere un deterrente così formidabile proprio all’inizio.

Autore Articolo: Davide Toccafondi

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