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Libri Review #2 – American Gods, di Neil Gaiman (2001)

American Gods

 

Seconda recensione della rubrica settimanale di Libri Review ancora con Davide Toccafondi che oggi illustra:

American Gods, di Neil Gaiman (2001)

 

“It’s a two-man con.” (“È una truffa a due uomini.”)

 

Shadow Moon è libero dopo tre anni di prigione. Fuori ad aspettarlo ci sono Rob, il suo amico del cuore, e Laura, la sua moglie fedele. Non proprio. Pochi giorni prima, i due sono morti in un incidente stradale. Causa: distrazione, perché Laura stava praticando del sesso orale su Rob. Erano amanti da tempo.

Senza più niente, Shadow decide quindi di accettare il lavoro come autista e guardia del corpo di Mister Wednesday, un tizio che lo segue da quando è uscito di prigione. In realtà Wednesday è nientemeno che Odino, il padre del pantheon nordico, e ha un piano ambizioso.

Si sta preparando una tempesta in America: gli antichi dèi egizi, arabi, nordici, indiani, irlandesi e altri, rinati nel continente americano dalle preghiere dei pellegrini, oggi vivono come reclusi e faticano a tirare avanti con lavori del tutto umani, privi dell’adorazione che li rendeva forti. Al loro posto, nuovi dèi stanno sorgendo: dèi della tecnologia, della televisione, di internet, della moda, della droga, degli sport e del business, divinità più adatte a essere adorate in una civiltà consumistica.

Lo scontro pare inevitabile. E pure la sconfitta dei vecchi dèi. Ma Odino è convinto del contrario e insieme a Shadow parte in viaggio per l’America, coast to coast, a visitarne i luoghi più caratteristici e quelli più sconosciuti, nel tentativo di radunare i vecchi dèi per la battaglia finale.

Shadow si vedrà catapultato in una realtà nascosta nell’America e dovrà capire in fretta il suo ruolo e la sua fazione per sopravvivere.

Neil Gaiman è un autore inglese famoso negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Suoi sono Coraline (da cui hanno tratto un film), Stardust, Nessun Dove, il fumetto cult di Sandman, L’Oceano in Fondo al Viale e tanti altri.

Se dovessi descriverlo con una parola, sarebbe di sicuro IMMAGINIFICO. La sua più grande capacità è quella di filtrare il nostro mondo e restituircelo diverso, più surreale, combinando il fantastico e il quotidiano con eccezionale naturalezza.

American Gods è il il libro che lo ha reso famoso ed è anche l’opera dove emergono di più le sue caratteristiche. È anche il suo libro che mi è piaciuto di meno.

Non fraintendetemi: è buono. La costruzione di ogni scena, di ogni personaggio, di ogni dialogo denota la maestria che solo un artigiano della scrittura può avere. Però non è fluido. Non viene quella voglia che ti spinge a leggere per sapere come andrà a finire. Questa scintilla al contrario è presente in tutti gli altri suoi libri, dove anche se la scrittura è molto inglese, ovvero se la prende tranquilla e non sente il bisogno di scene d’azione a rotta di collo, ti viene subito da interessarti ai personaggi.

American Gods parte bene e ti incuriosisce, ti fa incontrare gli dèi, la magia e un mondo misterioso e nascosto, ma poi verso metà s’impantana. Leggerlo non diventa mai uno strazio, sia chiaro, però arrivi a un punto dove continuare è come pulire casa, o riordinare camera, o mangiare le verdure. Sì, dopo renderà le cose migliori, ma non può farlo qualcun altro?

Inoltre, il protagonista mi fa storcere il naso. A partire dal nome figherrimo che nessuno sembra notare, Shadow è davvero un’ombra. Capisco che il distacco sia il suo tratto caratteriale, capisco che è un appassionato di filosofi greci, capisco che qualche comprimario se ne accorga, ma nonostante queste giustificazioni magari legittime, cavolo se non è indifferente! (ANTICIPAZIONI) Gli capita di tutto: perde moglie e migliore amico, perché i due erano amanti. Diventa autista di Odino. Gli regalano la Luna. Fa sesso con una dea. Un leprecauno prima lo corca di mazzate e poi gli regala un tesoro. La moglie ritorna dai morti. Incontra dèi a destra e a manca. Succede altro. (FINE ANTICIPAZIONI).

E lui che fa? Niente, sta tranquillissimo, pacifico. Non è un vero duro. A me pare più una persona senza voglia di vivere. Il che è possibile, però questo ha ostacolato non poco la mia identificazione con lui.

Ma grazie all’abilità di Gaiman, il finale redime l’opera. La conclusione è preparata con cura e molto soddisfacente; vale ogni riga del pantano di metà libro. Invita a tornare indietro, a rivedere piccoli dettagli che erano sfuggiti, a gettare una nuova luce su molti avvenimenti.

Ma non aspettatevi un climax con fuochi d’artificio. Ha lo stesso basso profilo che accompagna Shadow e il libro intero. Per parlare di come gli dèi odierni e antichi siano diventati così mondani, di come abbiano perso tutta la loro divinità, e di come la loro storia strisci tra le ombre della nostra, la narrazione si è adattata a essere tranquilla, non caricata, non enfatica. E questa scelta, pericolosa per l’immedesimazione, fa nascere un’atmosfera unica.

L’atmosfera è proprio il punto di forza. Emerge lo straordinario degli dèi, ma anche lo straordinario dell’America e pure l’ordinario, degli dèi e della nazione. Alla fine, più che col protagonista, è con essa che il lettore s’immedesima.

Mi spiego meglio: incontrare Odino magari non capiterà a tutti, ma prendere in affitto un appartamento sul lago, conoscere gli abitanti di un paese sonnacchioso, cenare con la propria vicina, vedere invitata una persona che le coincidenze imprevedibili vogliono una nostra vecchia conoscenza: ecco, questo può capitare a tutti. Anche nel bel mezzo di un fantastico viaggio. Ma cosa dico, sta già capitando nel bel mezzo di un fantastico viaggio: la vita.

E così si raggiunge una sintesi: c’è dell’ordinario nello straordinario degli dèi, ma grazie ad esso emerge lo straordinario nell’ordinario della vita di tutti i giorni. Una volta sopravvissuti a questo scioglilingua, chissà che non vi venga da osservare la realtà con occhi nuovi. Chissà che magari quell’ubriacone al pub non sia un leprecauno irlandese, o quel kebabbaro un vecchio genio uscito dalla sua lampada.

Autore Articolo: Davide Toccafondi

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