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Libri Review #1 – Ubik di Ph. K. Dick

Ubik di PH. K. Dick

 

Ubik, di Philip Kindred Dick (1969)

 

Salve a tutti, sono Davide Toccafondi e la mia grande passione è la letteratura. In questa rubrica esprimerò opinioni del tutto personali, chiamate recensioni in assenza di un termine migliore, sui romanzi più svariati. Il mio scopo è invitarvi alla lettura, se non proprio dei libri in genere, almeno delle opere che consiglio. Mi riterrò soddisfatto se alla fine sarò riuscito ad aprirvi una finestrella su un mondo che vi è venuta voglia di esplorare da soli. Philip Kindred Dick è stato un autore di fantascienza, conosciuto in tempi moderni soprattutto per i film che Hollywood ha tratto dai suoi libri: tra di essi Paycheck, Screamers, Minority Report e Blade Runner. Egli ha contribuito a creare una certa idea di fantascienza, quella con androidi indistinguibili dagli umani, poteri psionici e corporazioni crudeli. Il che è ironico, perché le sue opere più importanti si occupano della decostruzione dei tropi della fantascienza. Ma non con l’umorismo o la parodia. Dick piuttosto usa gli strumenti che ama di più: la metafora e il simbolismo. Ubik è l’opera che più rappresenta questo aspetto. “Io sono vivo, voi siete morti.” Nel futuro, la tecnologia permette di ibernare un morente e porlo in semi-vita. In questa condizione, i viventi possono ancora comunicarci, con apparecchi del tutto simili ai telefoni da visita carceraria, per un tempo che ogni volta si consuma in vista della dipartita finale. E così si apre una finestra sull’aldilà. Inoltre, alcune persone hanno sviluppato poteri psionici, dalla previsione del futuro alla lettura del pensiero. Altri, gli anti-psi, hanno talenti opposti, il cui unico scopo è neutralizzare i poteri psionici altrui. Glen Runciter è il capo della più grande agenzia di anti-psi. Impiega gli anti-talenti dei suoi subordinati per garantire la privacy personale e la sicurezza contro lo spionaggio industriale. Il suo più acerrimo nemico è il capo della Talenti Hollis, i quali psionici offrono sotto pagamento i servizi opposti. Glen dirige l’azienda insieme alla moglie Ella, defunta in semi-vita ma dal fiuto commerciale infallibile, e il suo fedele dipendente Joe Chip, un anti-talent scout squattrinato e disastroso in amore, ma capace di scovare i migliori anti-talenti. I due uomini si trovano ad assemblare una squadra dei più potenti anti-psionici e da una pericolosa nuova ragazza capace di cambiare il passato, per un lavoro molto importante sulla luna. 2 Ma la missione si rivela una trappola. Esplode una bomba, piazzata da Hollis. L’unico morto sembra Runciter. Così la squadra ingaggia una corsa contro il tempo per metterlo in semi-vita prima della sua morte definitiva, e ottenere al più presto istruzioni per reagire all’attacco lanciato dalla Talenti Hollis. Ma una minaccia ben più terribile grava sul gruppo: uno dopo l’altro, i membri paiono divorati dall’essenza stessa dell’entropia, e ridotti a corpi rinsecchiti e friabili. Il tempo si distorce intorno a loro, veicoli e strutture regrediscono alle loro versioni del passato, rendendo la missione sempre più impossibile, mentre la conta dei corpi aumenta, e il povero Joe Chip deve combattere contro una realtà impazzita e il suo stesso decadimento fisico pur di arrivare in fondo… in fondo a che cosa? La verità, forse? E intanto su tutto e tutti incombe la figura di Ubik. Ubik è pubblicizzato e prodotto, ogni volta in modo diverso come condimento, deodorante, reggiseno, e altro ancora. Basta usarlo secondo le istruzioni, o le conseguenze saranno terribili. Non si sa cosa sia, non si sa nemmeno se sia reale oppure no. Ma Ubik è balsamo solido, bevanda liquida e gas spray. Ubik è privo di valore e prezioso oltre ogni immaginazione. Ubik è causa di tutto e soluzione di tutto, veleno mortale e unguento miracoloso, demiurgo crudele e deus ex machina. Ma cos’è davvero? Ci sono cazzotti che hanno il tuo nome scritto sulle nocche, che ti vai proprio a cercare. Iniziare una rubrica di recensioni con Ubik è uno di questi. Partirò dalle critiche: lo stile di Dick è scarno, essenziale, ma al tempo stesso spurio. Ovvero a volte casca in aggettivi e frasi di troppo. Ed è sempre lo stesso di libro in libro. Così come i personaggi. Ora, se si trattasse di una saga andrebbe bene, ma qui cambiano nome e in teoria NON dovrebbero essere la stessa manciata di archetipi. Gli offensori più rilevanti sono Runciter e Joe Chip, guarda caso i protagonisti. Joe è squattrinato e succube della pseudo-moglie: se lei volesse, potrebbe fargli venire un attacco di cuore nel passato e sbarazzarsi di lui. È talmente sfigato che senza i soldi della gentil donzella, la sua porta robotica a pagamento non lo fa uscire di casa. E già qui vediamo qualche richiamo a ben più prosaiche situazioni di coppia, eh? Allo stesso modo, Runciter il grande capo pende dalle labbra di sua moglie Ella, morta a vent’anni e rimasta perfetta e intangibile nella semi-vita, ma comunque l’unica dotata dell’arguzia necessaria mandar avanti l’azienda. E in trent’anni Glen Runciter ama ancora la mogliettina surgelata. Parlando di rapporti che sopravvivono alle persone… 3 La squadra degli anti-talenti merita un discorso a parte. Dick voleva costruirli alla stregua di una Compagnia dell’Anello, sostituendo alle nobili figure tolkeniane dei raccattati. Peccato che pure la compagnia originale ne fosse piena, e il risultato di Dick non sono raccattati alla seconda. Al contrario, sono raccattati che hanno dimenticato d’indossare l’armatura della trama, quel misterioso congegno che tiene vivi i protagonisti attraverso i pericoli più improbabili: quindi tali beniamini sono come il nero nei film horror: il loro scopo è dire un paio di battute e poi morire senza tante cerimonie. Compito ingrato. Fortuna che non sono il piatto forte. Quello è riservato a Ubik. E a quella sensazione che ti senti strisciare addosso quando lo leggi. Ubik è un romanzo che non dà risposte, pone solo tante domande, tra cui: cos’è la vita? Cos’è la morte? E cos’è la realtà? Poi lascia il lettore in un mare di simboli, sorretti da una trama incalzante, e gli suggerisce di sbrigarsela da solo. È difficile inquadrarlo in un genere ben preciso, ma di certo si può dire ciò che non è: un romanzo di fantascienza. La decostruzione è così sottile che si nota solo una volta dentro fino al collo, già placidi con le nostre etichette. Ubik ricorda l’Apocalisse di San Giovanni in quanto c’è una trama (oscura, ma avvincente), ci sono dei personaggi e poi ci sono tanti simboli nel mezzo. Il lettore non deve e non può sperare di ricostruire la storia, di arrivare alla fine con una rivelazione (apocalisse). Dick ha creato apposta un finale che lo impedisse anche ai più furbi. Piuttosto, rimane a ciascuno il compito di allenare il cervello come se fosse in palestra e lavorare d’interpretazione, scoprire una nuova rete di significati e rendere il libro del tutto personale, con una lettura propria e solo propria, allo stesso modo in cui Ubik la sostanza si trasforma a seconda delle esigenze. Come l’Apocalisse, dove vi è stato letto tutto e il contrario di tutto, così il libro si imprime a stampo e ciascuno vi trova quel che vuole, o quel che è. Così un solo libro fa immedesimare i lettori più diversi e diventa veramente ubiquo, di nome e di fatto. E quando fa questo, spinge verso ragionamenti imprevisti e costringe a mettersi in discussione. A un’opera letteraria non chiedo di meglio. Se volessi rimanere immobile e morto come una scultura di marmo, leggerei solo il catalogo del supermercato. Perché io e voi siamo vivi. Sono gli altri a essere morti.

Autore Articolo: Davide Toccafondi

 

3 commenti
  1. Giuliano Spagnul
    Giuliano Spagnul dice:

    I discorsi che si possono fare sui “generi” non sono mai “questioni di lana caprina”, rischiano di essere fine a se stessi solo se non hanno chiaro ciò che hanno bisogno di definire e perché. Per non allargare troppo il discorso, la fantascienza come genere letterario può essere vista nella sua accezione più larga, cioè come letteratura del fantastico e farla nascere addirittura da Luciano di Samosata e quindi proseguire fino ad oggi e oltre; oppure, stringendo l’ottica, come quel genere popolare nato nelle riviste pulp americane degli anni ’20 e morto negli anni ‘80 con il fenomeno del cyberpunk. In questa prospettiva (ma è ovvio che se ne potrebbero fare, e ne sono state fatte, altre) la fantascienza rimane strettamente legata alla storia della società industriale così come si è sviluppata in America nel periodo fordista, quello della catena di montaggio per intenderci; con un immaginario legato a un’ideologia dello sviluppo e del consumo illimitato e che, per farla breve, entra in crisi e muore con il post-fordismo e con la nuova idea di uno sviluppo non più infinito e disponibile per tutti. L’ho fatta davvero breve, forse un po’ troppo (per un’analisi un po’ più articolata http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/01/nei-labirinti-della-fantascienza.html ) ma arriviamo a Dick. Io ti ho dato ragione quando hai detto di no e posso darti ragione anche adesso quando sostieni il contrario. Credo che sia solo e sempre una questioni di quali criteri si usino. Se l’utilizzazione degli elementi , delle invenzioni, dei luoghi comuni caratteristici di un genere fanno appartenere un’opera necessariamente al genere medesimo, allora Franz Kafka è uno scrittore gotico, o horror per essere più moderni. L’appartenenza a un genere non è caratterizzata tanto, o solo, dall’uso di elementi prestabiliti, ma anche, se non soprattutto, dal rispetto delle regole interne al genere stesso, che lo fanno vivere ed evolvere. Le regole che presiedono il funzionamento del teletrasporto sono frutto di una sedimentazione continua e di un apporto costante di vari autori. E quando queste regole si consolidano, possono essere sì trasgredite ma necessariamente con una motivazione, un’ulteriore invenzione che mostri una logica, per quanto bislacca rispetto alla nostra razionalità ordinaria. Non si può far sparire le persone per incanto, la magia non è accettata, sconfiniamo in un altro genere. Come diceva Sergio Solmi le “trovate” della Science Fiction fruttificano infinite applicazioni e svolgimenti creando, come in ogni folklore, grandi luoghi comuni. Dick pesca a man bassa in questi luoghi comuni, per cui da un certo punto di vista è lecito definire le sue opere fantascienza. Ma non può di fatto appartenere a questo genere perché lo usa in modo totalmente parassitario. Succhia il genere fino ad esaurirlo e a farlo morire, tanto è vero che i romanzi dell’ultimo periodo hanno pochi elementi fantascientifici, l’ultimo addirittura nessuno. Eppure non si possono confondere con gli altri romanzi mainstream, di quando tentava di essere uno scrittore “vero”. Dick ha trovato un suo genere autonomo, se così si può dire. Ripeto: quando si sta dentro a un genere si prende a prestito, si rielabora (quando si è bravi e originali) e si restituisce al genere stesso, a disposizione di tutti gli altri che contribuiscono a vivificarlo. Dick è al di fuori di tutto questo. Dick, come il cyberpunk, è la campana a morto del genere. Ma, come ogni morte, è anche la nascita di una grande opera di narrazione filosofica indispensabile per affrontare l’apocalisse culturale che stiamo attraversando.
    Vado a leggere la recensione di Labirinto di morte.

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  2. Giuliano Spagnul
    Giuliano Spagnul dice:

    In ritardo, avendo scoperto solo ora questo articolo, intervengo brevemente per esprimere il mio accordo su qualcosa rispetto alla quale pochi estimatori e studiosi di Dick concorderebbero, cioè che Ubik non è un romanzo di fantascienza. Ma questo vale non solo per questo romanzo ma per tutta l’opera di questo autore. Dick usa il genere fantascientifico e lo usa fino in fondo, senza tralasciare alcuna delle sue invenzioni e usando anche le immagini più fruste e abusate del genere stesso. E lo fa, concordo anche qui, senza intenti parodistici. Non è la fantascienza che lo interessa, non si prefigge di decostruirla per sminuirla o al contrario nobilitarla. In realtà Dick rimanipola il genere senza restituire nulla ad esso ma creando un’opera autonoma, capace di costruire una forma particolare di narrativa, una narrativa filosofica.
    Segnalo, se mi è concesso, la mia interpretazione di Ubik http://una-stanza-per-philip-k-dick.blogspot.it/2014/08/ubik_30.html e, per chi fosse interessato ad approfondire il discorso su Dick, l’enciclopedia dickiana di Caronia e Gallo scaricabile gratuitamente http://www.agenziax.it/wp-content/uploads/2013/03/philip-k-dick.pdf

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    • Davide Toccafondi
      Davide Toccafondi dice:

      La ringrazio per il commento. Ho letto la sua interpretazione e anche altri articoli del suo sito. Lo trovo molto ricco; si concentra soprattutto sull’aspetto “sociale”, se mi si può passare il termine, delle opere Dickiane. Leggerò quanto prima anche l’enciclopedia.
      Di Dick ho recensito anche Labirinto di Morte, se può interessarle.
      Purtroppo, mi trovo in disaccordo con me stesso e con lei, il che può far sorridere, visto che mi dà ragione. Ma rispetto a quando ho scritto la recensione, trovo che Ubik come gli altri romanzi di Dick siano fantascienza.
      Le etichette possono arrivare solo fino a un certo punto e alcuni lavori le travalicano, specie in caso di commistione. Ma una decostruzione (utilizzo dei tropi di un genere in modo sovversivo, estremo, analitico o strumentale come fa Dick), comporta comunque l’utilizzo di quei tropi che caratterizzano il genere. Altrimenti, bisognerebbe definire ogni lavoro decostruttivo come sui generis. Capisco che possano essere questioni di lana caprina, ma:
      1) la classificazione delle opere (in generi, correnti, ecc.) per me ha un aspetto del tutto neutro, né positivo né negativo; anzi, io sono un anti-formalista (considero non solo il testo ma anche l’autore, la storia e tutto ciò che vi è intorno per giudicarlo, e questo per fortuna o purtroppo si sente come un macigno nelle mie recensioni);
      2) penso di aver scritto che “Ubik non è fantascienza” per una punta di snobismo, piuttosto che in seguito a un’analisi più approfondita che ho avuto modo di fare.

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