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LIBERTINI E LIBERTÉ

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E poi dice che uno fa la rivoluzione! Spregiudicati, prodighi, incauti, volubili, disinibiti, anticonformisti, sfrontati, cinici, ammantavano i loro peggiori difetti con l’esibizione della più squisita cortesia e con il garbo di una socievolezza impeccabile e di una parlantina briosa che lasciava ammirati gli stranieri e faceva scuola in tutta Europa. 

Le avventure spericolate di questi protagonisti di un secolo al tramonto li portano da Versailles a Londra, dai castelli aviti dell’Île-de-France alle steppe della Russia, dall’Italia del Grand Tour all’America della Rivoluzione, dalla Polonia al Senegal, dalla Germania a Santo Domingo. In questa galleria degli specchi si incrociano, replicati dalle spere in una miriade di scorci, personaggi come Luigi XVI e Maria Antonietta, la zarina Caterina, Talleyrand, Madame de Staël, Chamfort, il duca d’Orléans, i famigerati Polignac, la pittrice Vigée Le Brun, il romanziere Laclos, il poeta André Chénier. Ma soprattutto ci sono i ritratti dei Ségur, di Narbonne, di Vaudreuil, di Lauzun, di Boufflers. Quelli che l’autrice ha voluto chiamare: gli ultimi libertini. 

Una volta appurato che i matrimoni non sono altro che accordi d’affari, essi si ritenevano liberi di cercare amori e piaceri dovunque ne trovassero; non si sognavano di anteporre la fedeltà coniugale alla felicità personale. Si sposavano, si separavano, si tradivano, divorziavano, se la spassavano, facevano all’amore, bisticciavano, ma sempre mantenendo il buon gusto e rispettando l’etichetta esteriore. Evitando di dare aperto scandalo, commettevano adulteri mascherati da amicizie e trasformavano in amicizie complici i vincoli matrimoniali. Contavano sulla dissimulazione cavalleresca e sulla cerimoniosa connivenza dei loro pari per correre avventure erotiche che sarebbe stato di cattivo gusto biasimare in pubblico. 

Un salone in stile Luigi XVI al Museo Nissim de Camondo di Parigi

Un salone in stile Luigi XVI al Museo Nissim de Camondo di Parigi

Ma i libertini flirtavano anche con le idee illuministe, mitigate e illeggiadrite fino a diventare nient’altro che scoppiettanti soggetti di conversazione nei salotti più alla moda, adorni con fastosi pezzi di ebanisteria in palissandro o bois de rose. Ma alcuni si immersero nel flusso della vita pubblica, cercando di cavalcare o di arginare l’onda rivoluzionaria che sommerse l’Ancien Régime, facendo calare il sipario su “una società profondamente teatrale in cui era d’obbligo saper tenere la scena.” 

Memorialisti dalla prosa eccellente, epistolografi brillanti, militari coraggiosi, il merito di cui andavano più fieri, oltre ai titoli e all’antichità del casato, era però quello di osservare le bienséances; una distinzione, una disinvoltura, un’amabilità spiritosa impossibili da emulare se non si nasceva in una famiglia che le praticava e le affinava da generazioni, ricevendole e passandole in eredità da un secolo all’altro.

La loro carriera galante procede di pari passo oppure sfasata rispetto alla loro carriera politica; e le peripezie dell’una e dell’altra sfera si intrecciano in complesse giravolte e sinuosità che l’abilissima ricognizione storica della Craveri ci consente di seguire, in un minuetto vorticoso di alleanze matrimoniali, legami familiari, relazioni mondane o amorose, rivalità, acerrimi livori che danno al lettore uno spassoso senso di vertigine.

Figli di un’epoca dominata dall’arte della conversazione e dalla galanteria, esemplari di un’aristocrazia intenta a perfezionare l’arte di distinguersi dal volgo attraverso la squisitezza dei modi e l’arguzia affabile, hanno vissuto le contraddizioni del loro tempo. Insoddisfatti di un Paese in declino, stomacati da una corte dove il favore contava più del merito, attratti dall’esempio inglese di una monarchia costituzionale, ma incapaci di portare alle ultime conseguenze il loro malcontento, sono stati spesso vittime dei loro compromessi e alcuni hanno pagato con la testa il loro attaccamento a una corona screditata e inetta.

Sono anni ricchi di eventi, di irrequietezza, di creatività intellettuale, di estri e di talenti artistici, di cattivi presagi e di seducenti luccichii. Un’era che si apre con la pubblicazione dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert e si chiude con il Terrore di Hébert e Robespierre. E tra l’uno e l’altro evento, una giostra di galanterie, di riti mondani, di cicisbei faceti, di frivolezze sfavillanti, di salotti affollati e ciarlieri, di intrighi, di scandali, di futili puntigli d’etichetta, di lussi scandalosi, di schermaglie amorose, di feste galanti; mentre nel popolo montava il risentimento che avrebbe abbattuto la Bastiglia, svuotato Versailles, azionato la ghigliottina, intonato il Ça ira.

Si potrà anche avere pietà della povera Maria Antonietta e di quel tontolone di Luigi XVI, ma leggendo della loro ottusa inconsapevolezza l’immagine che viene in mente è quella di oche all’ingrasso, chiuse in un ambiente artificiale, a tal punto ingozzate di cibo e svaghi da non rendersi conto della realtà del mondo fuori dalla loro gabbia dorata, e del destino che le attende quando quella gabbia verrà aperta.

La Craveri ci apre le porte di un mondo dove possiamo ammirare la grazia suprema dei gesti e dei cicalecci mondani di nobilissimi lombi seduti su poltroncine Jacob ornate di protomi e palmette, mentre si sussurrano confidenze, scambiandosi sguardi pieni di malizia e sagacia, dove si riflettono l’oro arricciato delle boiserie e i gonfi panneggi delle gonne “alla Polonaise”.

Cabinet ovattati di arazzi lionesi, dove i passi affondavano nella morbidezza dei tapetti Aubusson e i polpastrelli sostenevano delicatamente tazzine di Sèvres filettate in oro zecchino, mentre i loro possessori intrattenevano effimere “amitiés amoureuses”, leste a degenerare in liasons dangereuses, tra ripicche, vendette e rancori, complicati da ascese e cadute nei favori regali.

Attorno al boudoir di Maria Antonietta si cospirava per ottenere privilegi, incarichi e preferenze. Cadono i Rohan e salgono i Polignac. Il duca di Coigny e il barone di Besenval bisbigliano complotti per allontanare dalle crinoline regali l’affascinante duca di Lauzun. Ma poi ci stupisce apprendere che alcuni di questi schifiltosi aristocratici, avvezzi a vedersi riflessi nelle specchiere dorate di Versailles, si sono adattati a vivere su un malsano cumulo di sabbia tropicale di fronte alla costa del Senegal, chiamato Isola Saint-Louis, crocevia delle rotte atlantiche e sahariane, dove, un secolo prima, era nata la Compagnia francese delle Indie occidentale, per importare avorio, oro, gomma arabica e olio di palma, oltre che per fare commercio di schiavi.

L'isola Saint Louis in Senegal, in una stampa dei primi dell'Ottocento

L’isola Saint Louis in Senegal, in una stampa dei primi dell’Ottocento

Carta dell' Île Saint-Louis intorno al 1700

Carta dell’ Île Saint-Louis intorno al 1700

Mollata Maria Antonietta, Lauzun diventa il primo Governatore del Senegal. Ma portata a termine la sua missione, in un’atmosfera da Cuore di tenebra retrodatato, Lauzun è pronto a rituffarsi nelle avventure galanti, finendo per stabilire una duratura liason con Madame de Coigny, di antica aristocrazia di spada, figlia di un maresciallo di Francia, ma poco attratta dalla vita di corte.

Georges Rouget, ritratto di ARMAND-LOUIS DE GONTAUT, DUCA DI LAUZON E DI BIRON

Georges Rouget, ritratto di ARMAND-LOUIS DE GONTAUT, DUCA DI LAUZON E DI BIRON

I due si erano conosciuti al castello di Marly, sotto gli occhi della regina, diventando prima amici e poi amanti, con una appassionata devozione che la parentesi americana di Lauzun, partito per dare man forte alla rivoluzione anti-inglese, non svigorì.

Il castello di Marly, come appariva nel XVIII secolo

Il castello di Marly, come appariva nel XVIII secolo

La sorte della residenza regale di Marly, che il Re Sole si era fatto costruire come alternativa più intima allo spropositato complesso di Versailles, è il compendio della parabola dell’Ancien Régime: Luigi XVI vi soggiorna per l’ultima volta proprio nel fatale luglio 1789; saccheggiato dai sanculotti, il castello cade in una tale rovina che neppure una pietra rimane oggi sul sito, chi la volesse per reliquia. Solo i magniloquenti cavalli di Coustou, che ornavano place de la Concorde, dopo essere stati asportati dall’abbeveratoio del parco di Marly, si possono oggi ammirare al Louvre. (segue)deab13195a95a184b5cc3d71552cadd3

 

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