LETTURE DEGLI ANNI 00 – Novella 8 (Truman Capote – A Sangue Freddo )

Sangue Freddo

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Lettura n. 8

Truman Capote – A Sangue Freddo 

Balordi. Gentaglia. Rozzi ignoranti. Non ribelli, ma stupidi che inciampano in incredibili errori, uno dopo l’altro, fino all’errore finale, fatale, incomprensibile, ingiustificabile, che li porta ad essere appesi ad un nodo scorsoio con un senso di liberazione per tutti.
Invece ti arriva uno scrittore moraiolo, che si prende su da New York e si interessa al caso di due buzzurri e di un delitto avvenuto lontano dalla civiltà, in mezzo ai bifolchi. Arriva e invece di ribadire balordi, gentaglia, scopre un aspetto inquietante che ci scuote nel profondo.
Percepisce subito che questo thriller gronda di una tensione erotica omosessuale, così permeata dentro i cuori e così compressa nel loro sforzo di essere o almeno apparire normali da arrivare a distruggere i protagonisti.
Improvvisamente, quella che era crudeltà incomprensibile, stupidità oltre il limiti dell’umano e insensibilità da sociopatici appare per quello che è: un goffo tentativo di imitare i ribelli fuorilegge con le palle.
Quando l’investigatore entra in casa e, osservando bene, si accorge che il raccapriccio dell’evento nasconde alcuni goffi tentativi di essere gentili, di mettere a proprio agio le persone che stavano per essere uccise, noi trasecoliamo.
Ma Capote, attirato da quella scia di tensione erotica omosessuale repressa, restituisce un quadro tremendo dove lo sforzo di sembrare normali o addirittura di non confessare nemmeno a se stessi quello che si sente davvero, fonde il cervello, attiva la rabbia, stringe il cuore dentro una gabbia, annebbia l’empatia, arma la mano contro il mondo e contro se stessi.
Ero in collegio; un collegio estivo in montagna.
C’era bisogno che mi togliessi alle palle.
Nonostante le promesse solenni, durante i week i miei genitori non vennero mai a trovarmi. Così rimanevo solo il sabato e la domenica, mentre gli altri ragazzi tornavano in famiglia.
Il collegio era praticamente deserto: rimaneva un sacerdote di guardia e tutto fare per metterci a tavola.
C’era anche un altro ragazzo che rimaneva lì.
Non che mi desse molto sollievo la sua presenza.
Ma dopo la prima mattina di sabato passata seduto al vialetto d’ingresso ad aspettare l’automobile rossa di mio padre, lui si avvicinò e mi mise il braccio intorno alle spalle.
Non sapevo che dirgli e lui non mi chiese nulla.
Mangiammo in silenzio e dopo pranzo restammo nel cortile del collegio al limitare di un fitto bosco di conifere.
Era estate, era caldo, anche se l’aria a quella quota era leggera.
Il sorvegliante e il cuoco erano andati a fare la siesta eravamo completamente soli.
Quel ragazzetto mi stava davvero appiccicato, ma io ero ancora dentro la mia disperazione che non comprendeva il motivo di quell’abbandono, che mi lasciava lì senza una telefonata, senza una spiegazione, in balia di martiri dipinti, crocefissi e uomini vestiti di nero. Io che ero abituato ad un colorato e per lo più allegro mondo femminile che ruotava attorno la mia casa.
Guardavo, nel vuoto, il movimento degli alti pini mossi dalla brezza, quando il ragazzetto mi disse: vuoi vedere come mi diverto?
Certo! Questa era una cosa che accendeva la mia curiosità.
Lo seguii mentre cercava qualche sasso o roccia esposta al sole; lo vidi afferrare qualcosa e poi correre sulla breve scalinata d’ingresso della colonia.
C’era un corrimano in legno.
Lui aveva in tasca quattro piccoli chiodi e con un sasso inchiodò velocemente le zampe della lucertola che aveva afferrato mentre prendeva il sole.
Accarezzò il rettile gentilmente e a lungo guardando il colore della pelle e le sue venature.
Cercava di spiegarmi qualcosa, ma io non capivo e la cosa non mi divertiva molto. Lui: dai senti. Non era la prima volta che prendevo una lucertola. E anche io avevo staccato diverse code in gara di abilità con gli altri bambini.
Ma quella cosa era diversa.
Adesso quel ragazzetto era cambiato; mi era sembrato scialbo poco interessante, moscio, grigio di pelle e di vestiti, inesistente di carattere. Ora era arrossato, eccitato, parlava e parlava con calore e mi chiedeva continuamente di avvicinarmi di stare più vicino per vedere meglio.
Appena mi scostavo un po’ mi richiamava e parlando mi convinceva a tornare accanto. Voleva che non mi perdessi nulla di quello che stava facendo.
Improvvisamente con uno scatto, staccò la testa alla lucertola. Poi estrasse un coltellino e tagliando da vero esperto scuoiò l’animale. Prese la pelle e la distese con cura, poi estrasse dalla tasca un manciata di sale da cucina e lo sparse sulla pelle. Così si conserva, mi disse. Quindi la mise sul davanzale di una finestra a seccare. Mi accorsi che ce n’erano altre di pelli su quel davanzale.
Mentre guardavo quella collezione, lui era riuscito a catturare e ad inchiodare un altra lucertola.
Sorrideva fiero e felice. Mi porse il coltellino: ti insegno, mi disse.
Presi il coltellino e mi dissi di dimostragli che non sei una mammoletta.
Lui mi venne dietro e mi prese la mano per guidarmi nei miei gesti: devi staccare la testa adesso, è facile, è tenera, basta un gesto secco.
Non ce la feci e mi rifugiai nella camerata sconfitto.
Il weekend successivo, dopo aver atteso l’auto del babbo al cancello d’ingresso, mi accorsi che il ragazzetto non c’era più. Ero completamente solo e il tempo non passava, il sole non tramontava e l’alba non sorgeva mai.
Passarono ancora molti giorni, poi accadde.
Ero a messa e vidi fuori i pini trascolorare; poi sentii un dolore alle costole.
C’era gente intorno che cercava di sollevarmi, mentre io chiedevo loro che era successo.
Niente ero svenuto.
Credo che dopo pochi giorni io sia stato riportato a casa.
Quando non vuoi stare in un posto o riesci a scappare oppure attiri l’attenzione.

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