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LETTURE DEGLI ANNI 00 – Novella 3 – (Elsa Morante – Menzogna e sortilegio)

Menzogna e Sortilegio

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Lettura n.3

Menzogna e sortilegio di Elsa Morante.

C’era un melograno nel cortile di casa mia.
Forse era il posto più caldo dell’intera casa.
Caldo? Che strano aggettivo per una pianta in un giardino, che, con i nostri climi, è spesso tempestato d’acqua, di nebbia e di neve.
Bisognerebbe scrivere senza aggettivi.
Essere aderenti alle cose e non colorarle, distorcendole.
Bisognerebbe togliere l’interpretazione affettiva dagli eventi, perché più li aggettiviamo più possono essere solo nostri e più difficilmente possono essere comunicati.
Dunque avevo letto questo libro: Menzogna e sortilegio di Elsa Morante.
Un libro davvero complicato da leggere.
Ma allora c’era questa cosa che tutti dicevano di leggerlo, perché era una critica distruttiva alle contraddizioni borghesi.
Il primo ostacolo fu che questo libro cominciava con un adolescente chiusa nella sua camera presa dalle angosce adolescenziali.
Io preferivo i romanzi di avventura e di fantascienza.
E, tra l’altro, avevo appena finito quell’altro che inizia con Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Figa. E che non mi era per niente piaciuto. Avrebbe dovuto descrivere noi giovani, ma chi… ma dove…
C’era più borghesia paranoica lì che nei romanzi di Moravia.
Comunque leggo questa Morante.
Leggo… lo trovo difficile. Faccio fatica a seguire la trama, immersa in una mare di confusione e priva di una vera azione conduttrice. Mi chiedo perché inizia, ma non inizia mai. E perché questo linguaggio, a volte, così, vecchio.
Mi intestardisco. Mi metto seduto sotto il melograno e leggo. Il libro inizia come un romanzo di formazione dell’adolescente dentro la sua stanzetta, presa dalla voglia di riscatto, di ribellione, sottoposto ai suoi fantasmi solitari. Poi, il romanzo si trasforma in una saga familiare. Ed infine in un libro non di personaggi, ma di fantasmi presi in un gorgo di patologie dell’animo.
Ne vengo agganciato e anche respinto ad ogni pagina.
C’è qualcosa che riconosco nelle parole di Elisa. Ma è un qualcosa per il quale non ho ancora le parole per definirlo.
È qualcosa che riconosco, che non so dire, ma che mi rifiuto di riconoscere intorno a me.
Più mi addentro nel romanzo scopro un mondo folle, irreale, molto infantile.
Una cosa la riconosco subito: dentro quella scrittura non compare mai alcuna voce adulta. Mai entra a dipanare dubbi e angosce. Mai si fa sentire per imporre un orientamento e almeno una interpretazione degli avvenimenti e dei comportamenti. Era strano questo… ero abituato a romanzi, tipo Pasolini per esempio, nei quali c’erano sì descrizioni dell’abominio della decadenza della borghesia, ma l’adulto c’era, col suo sguardo; poteva camuffarsi e tacere, ma c’era.
In Menzogna e Sortilegio, a tratti, sembrava di precipitare in un melodramma della passione, dove gli affetti esagerati conducevano al finale epico e drammatico. A tratti, invece sembrava semplicemente il dramma sognato del desiderio d’affetto infantile frustrato, negato e beffeggiato.
Ad ogni capitolo la Morante si mostrava sempre più ambigua e inquietante.
Pagina dopo pagina, i personaggi del romanzo continuavano a farsi del male in modo nuovo, ripetitivo e compulsivo e ad ogni svolta si svelano diversi ed uguali, ma profondamente alieni.
Allora cominciò il mio tormento. Mi domandai…
È possibile che come questi personaggi trasfigurano lungo le pagine del romanzo, anche i personaggi della mia vita di tutti i giorni possano trasfigurare se sottoposti ad un esame accurato?
La mia famiglia era monolitica: padre madre, fratelli, parenti. Nessun tic, nessuna variazione nel tempo.
Io, invece, vivevo in un fuori che nel romanzo non esisteva. Fuori casa, tra ragazzetti e contadini. Era per questo che da quel fuori, per me, guardare dentro quelle stanze, le stanze di Elisa, era straniante.
Dopo quella domanda, mi toccava allora, guardare dentro le stanze della mia famiglia.
Per farlo non serviva il binocolo del guardone… questo lo seppi subito per istinto.
Serviva una provocazione! Per scoprire la verità dovevo produrre una variazione.
O meglio, una vibrazione… se l’edificio era solido, sarebbe passata senza produrre crepe… altrimenti…
Allora, ispirato dal romanzo feci quello che faceva Elisa ogni giorno: chiesi affetto. Era il primo test. Prima ancora di produrre una scossa che muovesse le stanze della mia casa.
La risposta fu nulla… non avvenne alcuna reazione… esattamente come quando in giardino un colpo di vento faceva frusciare l’albero di melograno. Nessuna effetto. Nemmeno uno sguardo incuriosito verso il giardino.
Insensibili, sordi, ciechi! Dentro le stanze c’erano occhi che non mi guardavano; gli sguardi della mia monolitica famiglia non si affannavano a rintracciare il cucciolo.
Forse, allora, c’era anche qui qualcosa che non andava.
Davvero, c’era qualcosa di cui non volevo accorgermi?
Eppure la famiglia era monolitica. La gente di paese è impietosa: non tace nemmeno con gli interessati. E sulla mia famiglia, la gente non aveva mai fatto alcuna allusione. Giravano, per me che ci sentivo bene, mormorii su altri miei parenti.
Ma nulla sulle stanze. Eppure…
Per saperlo con certezza, mi toccava dare una vigorosa scossa.
Perché, forse, anche qui c’era alienazione.
Era una cosa da fare?
Dovevo scegliere.
Potevo continuare la mia vita modesta e terra terra, ma perlomeno pacifica come quella del melograno in giardino.
Oppure distruggere tutto. Chiedere affetto con forza; esigere l’affetto che mi era dovuto da chi mi era dovuto e non più chiederlo a nonne, tate, balie, generose mamme adottive; pretendere di emergere; costringere tutti a vedermi, a guardarmi, a puntare su di me i loro occhi.
Il costo della prima scelta era una vita grigia che sarebbe finita in lacrime ed alcol.
La seconda sarebbe costata la distruzione della mia famiglia e forse anche la mia, perché nessuno sguardo affettuoso, nessun occhio capace di vedermi si sarebbe mai posato su di me.
Che fare?
Antonioni mi suggeriva di far esplodere la casa borghese che mi ospitava. La Morante diceva che non c’è salvezza nella ribellione… non c’è rinascita.
Che avrei fatto?
Avrei comprato un gatto e lo avrei chiamato Arturo?

9 Novelle Giovanni Bergamini

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