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LE ULTIME DICIOTTO ORE DI GESÙ di CORRADO AUGIAS

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Con Le ultime diciotto ore di Gesù (Einaudi, 2015) Augias ha sperimentato la forma di romanzo-saggio i cui migliori esiti, negli ultimi anni, sono stati prodotti da francesi come Jean Echenoz, che ha reinventato la biografia di un personaggio ispirato al geniale ingegnere Nikola Tesla; e Emmanuel Carrère, biografo dell’avventuriero russo Limonov e del pluri-omicida Jean-Claude Romand. Ma a differenza dei francesi citati, Augias non include nel racconto le peripezie e le perplessità dell’atto stesso di scrivere, ma alterna considerazioni storiografiche, ricostruzioni di scenari plausibili in base ai documenti storici e scene di fiction pura e semplice, giustapposte in maniera a volte un po’ meccanica e sbrigativa. Troppo poco nutrito di indagine storica per essere un saggio, troppo incolori e poco interessanti le sequenze narrative per essere un romanzo godibile.

Considerati i precedenti libri di Augias, sia le indagini sulla figura di Gesù e sul cristianesimo che le indagini poliziesche dei suoi gialli, per non parlare della serie di volumi sui segreti delle grandi capitali, ci si poteva aspettare che l’autore si lanciasse in una avvincente disamina del processo di Gesù e delle fonti che ce lo raccontano, analizzate e messe a confronto con un metodo appunto da giallista, da colto detective dei misteri e di acuto indagatore di verità, quale altre volte si è dimostrato. Ma la strada tentata è un ibrido tra fiction e divulgazione storica, con risultati deboli dal punto di vista narrativo e poco stimolanti dal punto di vista saggistico. Le parti più fiacche sono quelle in cui si cimenta nell’invenzione o reinvenzione dei personaggi di contorno della Passione di Cristo: sommi sacerdoti, centurioni, matrone e soprattutto Ponzio Pilato.

Antonio Ciseri. Ecce Homo

Antonio Ciseri. Ecce Homo

Si cerca di stabilire cosa può essere successo in quelle ore nelle menti e nei cuori delle persone coinvolte nel processo che condannò a morte il Messia. Lodevole intenzione, che un paio di secoli fa Manzoni aveva motivato nella citatissima Lettre à monsieur Chauvet, sostenendo che compito dello storico è ricostruire i fatti e metterli in rapporto con le cause, mentre compito della letteratura d’invenzione, che alla storia si ispiri, è di riempirne i silenzi; i pensieri, le emozioni, gli stati d’animo e i discorsi dei protagonisti di cui la storia tace e che il poeta ricostruisce non già sulla base di documenti d’archivio ma delle sue intuizioni e della sua sensibilità umana. Augias è un giornalista e uomo di penna garbato, di buone letture, ragionevole e curioso, ma non è un artista. Può arrivare a un certo grado di penetrazione psicologica, ma niente di più. Nel cercare di riportare in vita quel materiale archeologico di magistrati seduti su sedie curuli, di atri marmorei nervosamente passeggiati, panneggi di toghe e detti latini, lo scrittore non riesce a infondervi né vita autonoma né interesse drammatico. Si sa già come finisce la storia. L’interesse di una narrazione del genere sta tutto nella capacità di immedesimarsi profondamente nei dubbi, nei timori, nelle perplessità dei personaggi. Ma il metodo di descrizione si limita a una corretta plausibilità, con un che di freddo e di convenzionale che sa di sceneggiatura per serie televisive, sull’andare di Spartacus. Il vero protagonista, Pilato, è un pallido riflesso del Pilato amletico e dispeptico del Maestro e Margherita di Bulgakov calato in un fondale posticcio in stile peplum. Qualcosa tra le scenografie stucchevoli di Alma Tadema e la pedanteria dei bestseller in toga e calzari di Robert Harris.

Sir Alma Tadema, A Silent Greeting

Sir Alma Tadema, A Silent Greeting

Per non parlare del tentativo di raccontare dal punto di vista umano e teneramente dissacrante i problemi coniugali dei genitori di Gesù, Giuseppe e Miriam, dove l’autore, in mancanza di meglio, si riduce a ripetere osservazioni risapute in uno stile scialbo e generico, senza neppure tentare una prospettiva un po’ meno prevedibile delle solite illazioni sul concepimento controverso del bambino che sarà chiamato Cristo. Persino Saramago aveva fallito nel rinarrare l’infanzia di Gesù nel romanzo Il Vangelo secondo Gesù Cristo e non aveva fatto che accumulare particolari e moventi psicologici a una situazione data che rimaneva un calco del presepe elegiaco degli apocrifi; più proletario e politicamente agguerrito, certo, ma pur sempre presepe. E restando ai particolari, anche Augias ritiene, a torto, che abbondando nelle osservazioni materiali, nelle descrizioni di gesti, di fattezze, di abiti e di paesaggi si insuffli spirito vitale agli snervati fantasmi evocati dalla sua scrittura. Ma i particolari materiali, il rimettersi a posto una ciocca di capelli con il dorso della mano, i datteri, le olive e i fichi sui banchi del mercato restano esecuzioni vuote se non c’è una fantasia coerente che le attraversa, che non nasce dall’affastellamento di dettagli, sfumature e minuzie più o meno realistiche, ma dal disegno complessivo e dalla forma generale dell’opera. Augias avrebbe potuto attenersi all’analisi storica e filologica montata in stile poliziesco, senza tentare la commistione dei generi come nei documentari di National Geographic, dove, per illustrare gli avvenimenti storici oggetto della divulgazione, si dà la parola a docenti universitari in alternanza con attori di serie B che mimano scene commentate da una pettoruta voce off. Ma se l’operazione può anche riuscire con un documentario di infotainment, non è detto che riesca in un libro. E a noi infatti non pare che Le ultime diciotto ore di Gesù sia un libro riuscito neppure nei limiti divulgativi che si proponeva.

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