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L’APOCALISSE BURLESCA DI KARL KRAUS E FERRUCCIO BUSONI di Giovanni Lopez

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Gli ultimi giorni dell’umanità di Kraus e l’Arlecchineide di Busoni

Gli ultimi giorni dell’umanità, il capolavoro di Kraus, è una satira sulla Prima Guerra Mondiale, considerata l’Apocalisse dell’intelletto umano, prima ancora che una carneficina di uomini. Fantasie macabre, cronache e materiali documentari sono montati e collegati dal commento perpetuo di due figure che rappresentano le due facce dell’autore, il suo virare politico dal conservatorismo a un radicalismo repubblicano vagamente socialdemocratico, in seguito alla delusione per il fallimento della bicefala monarchia absburgica.

Negli stessi anni in cui Busoni proiettava la sua insofferenza intellettuale per il perbenismo borghese e la corruzione morale della società del suo tempo nella figura di Arlecchino, protagonista del ‘capriccio teatrale’ Arlecchino ovvero le finestre, composta nel 1916 a Zurigo, Kraus, a partire dal 1915, metteva a segno un’operazione analoga che si concluderà nel 1919 con la pubblicazione di Die letzten Tage der Menschheit.

Attenzione alle date. Nel 1918, la maschera di Arlecchino viene ripresa da Busoni in Der Arlecchineide Fortsetzung und Ende, una nuova satira apocalittica che Della Couling, nel suo studio su Ferruccio Busoni,  definisce “cynical and bitter.”

Per Kraus come per Busoni, la Grande Guerra è la catastrofe che fa precipitare i mali latenti di una società guasta e scoperchia la sua intima corruzione. L’affarismo avido, il vaniloquio pappagallesco della stampa, la boria vuota degli intellettuali e degli artisti da salotto, l’ipocrisia delle istituzioni ufficiali sono i bersagli polemici tanto dello scrittore austriaco che del musicista italiano ma tedesco di adozione. Non sono noti rapporti diretti tra i due, ma la medesima temperie culturale mitteleuropea e la lingua tedesca li accomunano al di là di ogni documentata relazione di conoscenza.

Entrambe le opere teatrali sono una sfida alla messa in scena. La giustapposizione scucita e apparentemente incoerente delle scene e delle situazioni grottesche le rendono irrapresentabile e proprio in quanto opera limite Gli ultimi giorni dell’umanità è stato portato sulla scena dall’appena scomparso Luca Ronconi più di venti anni fa, sfruttando proprio la simultaneità e molteplicità della narrazione per una rappresentazione polifonica, con attori disseminati nello spazio aperto della allora dismessa fabbrica del Lingotto.

La suggestione ronconiana contamina la lettura scenica di quella parossistica parata di personaggi allegorici che costituisce, come già detto altrove in questo sito, il nucleo tematico del capriccio teatrale di Busoni.

La tra­ge­dia di Karl Kraus si condensa in una Cappella Sistina rovesciata, dove l’apice è costituito dalle diaboliche deformazioni della realtà e del buon senso, dalla ferocia della guerra che travolge nell’autodistruzione un’umanità di dannati, in preda alla sbornia propagandistica di una stampa asservita al potere. Kraus stesso ha definito la sua opera “un sogno cruento, di que­gli anni in cui per­so­naggi di ope­retta reci­ta­rono la tra­ge­dia dell’umanità.”

Meno cruento ma altrettanto sferzante e burlesco è il carosello surreale che viene evocato nell’Arlecchineide. La teatralità dello scritto busuniano, mai peraltro rappresentato, è paradossale ma innegabile, come paradossale è la messa in scena richiesta dagli Gli ultimi giorni dell’umanità. Entrambi evocano un’enciclopedia di flaubertiane sciocchezze e luoghi comuni brulicanti in un affollato delirama di figure caricaturali, una dinamismo circense di trovate e di processioni sgargianti, che, nel caso di Kraus, Ronconi sottopose a una rigorosa partitura scenica di impeccabile astrazione dominata dalla macchina, locomotive, stampatrici da lynotipe, cannoni, carrelli, simboli dei meccanismi che imprigionano gli uomini nella gabbia metallica della tecnocrazia. La tragedia dell’umanità decaduta nell’insensatezza si declina in farsa e in assurdità, qualcosa di “lugubre e enigmatico” come ebbe a scrivere Giovanni Raboni, recensendo lo spettacolo ronconiano sul “Corriere della Sera”.

Se le settecento pagine degli Ultimi giorni dell’umanità non si possono paragonare alle quattro brevi scene dell’Arlecchineide, tuttavia l’umore sarcastico e sulfureo dei due artisti si risolve in una patetica coreografia, dove ogni profondità psicologica è volutamente espunta e i toni da operetta servono a dileggiare tutti gli uomini ‘senza qualità’ di quel primo decennio del XX secolo, uomini da burla destinati a diventare tragica carne da cannone.

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