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L’AGGRAVANTE STILISTICA: su un libro di Antonio Pascale

 

 

stilistica

ANTONIO PASCALE LE AGGRAVANTI SENTIMENTALI

Antonio Pascale, Le aggravanti sentimentali, Einaudi, 2016

Se nel precedente Le attenuanti sentimentali il narratore-protagonista aveva inventariato i mancati appuntamenti con le proprie vocazioni, concludendo che bisogna concedere delle attenuanti ai propri fallimenti, in questo libro lo scrittore napoletano Antonio Pascale indaga i modi in cui la felicità ci sfugge e la nostra libertà di scelta si rivela illusoria. Queste conclusioni filosofiche corroborano un libro che non è, né vuole essere, un vero romanzo, ma piuttosto una serie di digressioni e di dialoghi dipanati nell’arco di una settimana estiva di turbini emotivi. Partendo dalla constatazione che l’uomo non è più protagonista della propria storia, risulta inutile o impossibile renderlo protagonista di eventi il cui padrone è il flusso del caso. Niente trama, quindi, e niente romanzesco. Se la nostra vita non si lascia controllare dalla volontà, non si fa neppure raccontare. Per supplire alla mancanza di eventi e di struttura occorrerebbe o uno stile di estro prodigioso o una ponderazione sottile di pensieri alla Musil. Ma questo libro non è stato scritto né con ambizioni di stile né di profondità concettuale. Se in un romanzo togliete il romanzesco, lo stile e l’originalita del pensiero cosa resta?

Resta una compassionevole e ironica voce narrante che commenta le umane imperfezioni. Restano dei personaggi non memorabili accomunati da un nevrotico senso di smarrimento. Restano chiacchierate sul significato del tragico e sulla ricerca della felicità. Quello che è del tutto assente è l’arte della parola. Un linguaggio dominato da una semplificazione artificiosa, sintassi e proprietà lessicale da scuola dell’obbligo, automatismi linguistici, giri di frase corrivi, un piatto mimetismo della peggiore degradazione colloquiale e sintagmi abusati. Inventività linguistica al grado zero. Considerazioni filosofiche ridotte in pillole, sbriciolate in una serie di frasine condite di tentativi umoristici, giusto per rendere appetibile Platone a un target di lettori che l’autore immagina di modeste competenze testuali, più abituato a immergersi in una fiction tv che nella lettura del Timeo. In un’intervista, lo stesso Pascale ha dichiarato che non prova nostalgia per il romanziere ottocentesco tessitore di trame articolate. Confessiamo che quella nostalgia per Dickens o per Balzac che lui non prova, l’abbiamo provata noi leggendo la sua povera prosa. Grazie allo spietato confronto, apprezziamo ancora meglio l’ampiezza mentale dei grandi classici dell’Ottocento. Un merito il libro di Pascale ce l’ha, dopotutto. 

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